GARLASCO. NON TUTTI VOGLIONO LA VERITA’
Di Garlasco e delle nuove indagini ne ho parlato in diverse occasione su Antenna 3 e Telelombardia manifestando sempre la convinzione che Alberto Stasi non fosse da condannare.
L’avviso di chiusura delle indagini notificato dalla Procura di Pavia ad Andrea Sempio segna un punto di non ritorno. Non è solo un atto formale; è lo squarcio definitivo in un velo di certezze durato oltre un decennio. Eppure, in questo scenario dove i “fatti, circostanze e indizi di enorme gravità” iniziano a pesare come macigni, si registra un fenomeno che definire inquietante è poco: l’arroccamento della famiglia Poggi sulle barricate.
Ciò che lascia attoniti è l’atteggiamento di chiusura ostinata dei parenti di Chiara. Di fronte alla possibilità, ormai concreta, che si vada verso una richiesta di rinvio a giudizio per Sempio e una conseguente revisione del processo per Alberto Stasi, i Poggi non vacillano, sembrano fare scudo all’attuale indagato, quasi preferissero una colpevolezza “comoda” e passata rispetto a una verità scomoda e presente.
Per anni, il caso Stasi è stato alimentato da una fragilità probatoria che oggi, al confronto con i nuovi elementi su Sempio (dal DNA sotto le unghie alla presenza in zona nell’orario del delitto), appare evidente a chiunque voglia guardare i fatti con onestà intellettuale. Su Stasi non vi sono mai state prove granitiche, ma solo un mosaico di indizi spesso forzati. Perché, allora, questa resistenza?
Ancor più gravi sono state le dichiarazioni di alcuni legali della famiglia. Toni intrisi di dileggio nei confronti della nuova inchiesta, parole che mancano di quel rispetto istituzionale dovuto a una Procura che sta semplicemente cercando di rimediare a quello che potrebbe essere ricordato come uno dei più orribili errori giudiziari della storia italiana.
”Rischiano di dare l’impressione che la famiglia Poggi sia inspiegabilmente allarmata dalla eventualità che possa emergere una diversa verità.”
È un paradosso logico e morale: una famiglia che ha perso una figlia dovrebbe essere la prima a esigere che l’assassino sia quello vero, non quello “scelto” dai tribunali dopo anni di incertezze. Stiamo assistendo a una difesa d’ufficio del passato che sa di paura. Paura che la giustizia, quella vera, arrivi a certificare che per anni si è puntato il dito contro l’uomo sbagliato, lasciando il colpevole libero di vivere la propria vita.
Fabrizio Fratus

Rispondi