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LA DESTRA IDENTITARIA È MALATA. ECCO COME GUARIRE

Esiste un fenomeno curioso, quasi patologico, che attraversa l’intero spettro della destra italiana, da quella istituzionale di governo fino alle frange più radicali dell’area identitaria: la ricerca spasmodica di un “validatore esterno”. È la sindrome del salotto buono: per sentirsi legittimati, si preferisce arruolare il “nemico di ieri” piuttosto che coltivare e difendere il talento cresciuto in casa.

​Osservando l’attuale panorama mediatico che ruota attorno a Fratelli d’Italia e al centrodestra, è impossibile non notare come le punte di diamante della narrazione non provengano quasi mai dai quadri storici. Si è scelto di dare la “patente” di rappresentanti del pensiero conservatore a figure come Tommaso Cerno o Daniele Capezzone.

​Il punto è politico: perché il sistema di potere della destra preferisce affidarsi a chi ha una biografia radicale o progressista per spiegare le proprie ragioni? La risposta è amara: c’è una cronica incapacità di produrre e, soprattutto, sostenere una classe dirigente interna che abbia lo stesso appeal mediatico. Si preferisce “comprare” il prestigio altrui piuttosto che costruire il proprio.

​Se il centrodestra di governo cerca la legittimazione liberale, il mondo identitario cade nello stesso errore, ma in direzione opposta. Basta che una figura nota pronunci mezza frase condivisibile contro il sistema, la globalizzazione o la UE, perché diventi istantaneamente il nuovo idolo.

​Il caso di Marco Rizzo è emblematico. Vedere settori della destra identitaria applaudire un comunista ortodosso solo perché “parla come noi” su alcuni temi è il segnale di un disorientamento profondo. Si passa sopra a decenni di falce e martello con una facilità disarmante, pur di avere un “nome” che gridi le nostre verità.

​​Perché accade tutto questo? La radice è l’invidia interna. Esiste una visione profondamente negativa verso chi, all’interno dello stesso mondo identitario, prova a fare il salto di qualità. ​Se un identitario si candida, si prepara e prova a portare le istanze del popolo nelle istituzioni, viene immediatamente accusato di “tradimento” o “poltronismo”.

​Si perdona tutto a un Rizzo (che rimane un comunista) o a un Vannacci (che è un corpo estraneo alla storia identitaria), ma non si perdona nulla al proprio vicino di casa che tenta la scalata politica.

​È la logica del “se non l’ho fatto io, non devi farlo nemmeno tu”. Una forma di livellamento verso il basso che impedisce la nascita di una classe dirigente autorevole.

​Il comportamento di gran parte dell’area identitaria somiglia tragicamente al proverbio del marito che si taglia i testicoli per fare dispetto alla moglie.

​Pur di non dare forza a una persona del proprio mondo, magari “colpevole” di aver avuto successo o di essere entrata in un partito per cambiare le cose dall’interno, si preferisce non votare, disperdere il consenso o, peggio, esaltare il “personaggio del momento” che nulla ha a che fare con noi. Il risultato?

​Il mondo identitario resta senza rappresentanti eletti.

​Gli spazi vengono occupati da chi usa i nostri temi come slogan elettorali senza averne la cultura o la visione.

​Si rimane perennemente nel limbo della contestazione da bar, mentre le decisioni vere vengono prese da altri.

​Finché il mondo identitario non guarirà dall’invidia e non imparerà a “blindare” i propri uomini migliori, proteggendoli dal fuoco amico e sostenendoli elettoralmente, rimarrà sempre un serbatoio di voti per le battaglie altrui. È tempo di smettere di cercare idoli fuori casa e iniziare a costruire una classe dirigente che sappia parlare di popolo e identità con la forza di chi ha studiato e la legittimità di chi è rimasto fedele, senza però restare immobile.

Fabrizio Fratus

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