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LE INTERVISTE TALEBANE. STEFANO BRUNO GALLI

 

Il contesto postmoderno che secondo alcuni pensatori definisce il panorama del XXI secolo è caratterizzato da una diffusa incapacità di pensare in modo alternativo al pensiero unico. Molto spesso persino la protesta si alimenta di questo nichilismo. Eppure è più che mai necessaria una solida conoscenza della storia delle dottrine politiche, cioè delle formulazioni e delle speculazioni teoriche, per affrontare i temi e i problemi odierni. In varie occasioni abbiamo parlato, seguendo il politologo Filippo Tronconi, di etnoregionalismo, ma questo concetto è spesso frainteso per ignoranza e malafede e certamente è necessario un chiarimento. A questo proposito è con grande piacere che ci confronteremo in questa intervista con il professor Stefano Bruno Galli. Docente universitario e uomo politico, è uno dei maggiori esperti in Italia del regionalismo e dei correlati concetti di autonomia e federalismo. La sua esperienza istituzionale e politica in regione Lombardia, ma anche il suo ruolo di primo piano nel panorama del pensiero regionalista, autonomista e federalista sono imprescindibili per comprendere il concetto di etnoregionalismo e i suoi sviluppi nel filone comunitarista.

Grazie per la tua disponibilità. Tu hai pubblicato nel 2024 il testo “Regionalismo e autonomia”. Puoi illustrare il contenuto di questo libro?

Grazie a voi per questa intervista e ben ritrovati. Nel testo Regionalismo e autonomia, che nel titolo è deliberatamente ispirato al libro di Chanoux Federalismo e autonomie, da molti anni una sorta di Bibbia per me, ho raccolto studi e ricerche effettuate nel corso degli ultimi dieci anni. Si tratta di anni durante i quali sono stato capogruppo in Consiglio regionale e poi assessore della Giunta lombarda. Anni importanti, durante i quali sono stato il relatore al Pirellone della proposta referendaria per sostenere l’autonomia ex articolo 116, terzo comma, della Costituzione. Malgrado gli impegni istituzionali e politici, ho continuato a studiare, a scrivere e a pubblicare. E l’anno ho messo insieme questo testo che ripercorre la storia del regionalismo italiano e le principali formulazioni di pensiero politico che l’hanno sostenuto e promosso da Cesare Correnti, che nel 1852 disegnò la pianta dell’articolazione regionale, allo stesso Chanoux, alla revisione del Titolo V della Costituzione repubblicana del 2001. Da storico del pensiero politico, ovviamente, ho puntato la mia attenzione principalmente sulle formulazioni di pensiero.

Come dici giustamente tu, l’Italia è un paese dal federalismo mancato e dal regionalismo tradito. Ce lo spieghi?

Al federalismo maturo questo Paese difficilmente approderà perché, bisognerebbe rovesciare la piramide della sovranità. Si sarebbe potuto realizzare nell’Ottocento, in pieno processo di State building. Ma è stata una grande occasione perduta. Adesso è molto difficile, quasi impossibile, arrivarci. Dobbiamo dircelo. Sono un integralista sul tema del vero federalismo. Magari, e questo è un auspicio fortemente sentito, approderemo negli anni a una forma di autonomia regionale molto spinta. Il regionalismo è rimasto sulla carta, inattuato, per oltre vent’anni, dal 1948 al 1970. Da qui il tradimento, che si spiega attraverso la storia dei partiti politici. Ma ricordiamoci che, nel 1974, il primo presidente di Regione Lombardia, Piero Bassetti, si dimise con un anno di anticipo rispetto alla scadenza della legislatura, sostenendo che la battaglia regionalista era ormai persa.

È quindi necessario un rafforzamento di una cultura di questo tipo. Da docente universitario che testi suggeriresti ai nostri lettori?

Ovviamente, il mio libro! Ci sono poi tanti testi pubblicati negli anni sul tema; tanti da riempire molte librerie, basta affidarsi a qualsiasi motore di ricerca per rendersene conto. E tuttavia, ogni testo affronta il tema o solo dal punto di vista giuridico, o solo dal punto di vista fiscale, o solo dal punto di vista economico. Si perde di vista, leggendo questi libri, il vero problema del regionalismo italiano, che è una grossa questione di cultura politica, come dici tu. Da questo punto di vista c’è ancora molto, e sottolineo molto, da lavorare. Lo dimostra l’esperienza storica trentina. Nel 1945-48 il Trentino ottenne l’autonomia, formalizzata nello Statuto speciale, perché ci fu, alla base, un vastissimo movimento di popolo, guidato da un’associazione culturale: l’Associazione studi autonomistici regionali. L’autonomia era un sentimento di popolo, una sensibilità culturale diffusa, una vocazione largamente condivisa. Era l’aspirazione, direi l’anima collettiva della comunità trentina. Nel nome dell’autonomia integrale si riempivano le piazze dei paesini del Trentino, nelle vallate. E l’ASAR raccolse quasi duecentomila adesioni. Teniamo conto che la popolazione trentina allora non raggiungeva le quattrocentomila unità. Un trentino su due sosteneva l’ASAR. Ci sto scrivendo su.

Tu sei stato protagonista della bellissima esperienza della rivista Etnie (1980-1991). Questo filone è stato oggetto di studi da parte di Antony Smith che ha dedicato molti studi alla dimensione etnica e ricordo in particolare “revival etnico” (1984). Reputi importante il contributo di Antony Smith?

L’esperienza di Etnie è stata per me entusiasmante e fondamentale. Portavo ancora i calzoni corti, perché sono nato nel 1966 e ho aderito a Etnie nel 1985, a diciannove anni, con grande slancio e partecipazione. Ero un po’ la mascotte della redazione, perché ero il più giovane. Ho scritto alcuni articoli sulla rivista, che poi, nei primi anni Novanta, ha chiuso i battenti nella versione semestrale cartacea. E adesso sopravvive on line, dove sono rintracciabili i miei articoli di allora. È stata la mia vera università, per via delle relazioni che si costruivano in redazione e dei dibattiti che si svolgevano nel piccolo appartamento di una casa di ringhiera della vecchia Milano, in viale Bligny. Adesso l’hanno abbattuta e quando ci passo davanti mi viene sempre il magone, pensando a quei tempi. Abbiamo parlato di autonomia e autodeterminazione su base etnoculturale ben prima che questi temi entrassero nel dibattito pubblico. Siamo stati dei pionieri.

E Antony Smith?

Anche Smith è stato molto importante per la mia formazione in quegli anni e, in generale, per lo sviluppo degli studi di etnologia, ben oltre l’antropologia. Il “Revival etnico” ha cominciato a girare in Italia verso la metà degli anni Ottanta. Smith divide le nazioni in etniche e civiche in base alle loro origini. Penso che oggi sia più opportuno parlare di nazioni politiche, quelle civiche di Smith, nate sulla scia dell’idea di nazione elaborata dagli scrittori politici francesi da Sieyés a Renan, e di nazioni culturali. Alludo a quelle che hanno radici etniche ben definite e consolidate, tra miti, riti e simboli, modelli di cultura e di comportamento territoriali. Questo secondo filone ha una matrice eminentemente mitteleuropea, tra Herder e Fichte. Il tema nazioni civiche o etniche mette la questione sul piano dei rapporti, molto complessi, fra i processi di State building e di Nation building: sono gli Stati che creano ex post le loro nazioni di riferimento, attraverso i processi di unificazione del diritto, dell’istruzione, della fiscalità, ecc., oppure sono le nazioni che, per effetto della forza della tradizione e della storia, costruiscono e legittimano la costruzione degli Stati? Questo è il dilemma, dal punto di vista teorico, anche per quanto riguarda le comunità volontarie territoriali e la loro identità culturale. Inutile dire da che parte sto.

Paolo Guidone

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