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La Fine della Politica: Crisi della Selezione e Declino della Democrazia Rappresentativa

Negli ultimi decenni, la politica italiana – ma non solo – ha subito una trasformazione profonda e regressiva, che ha colpito al cuore la qualità della rappresentanza democratica. Un tempo, l’accesso al Parlamento o al Senato era l’esito di un lungo percorso di formazione politica, culturale e ideologica. I partiti, veri e propri laboratori di pensiero, selezionavano i propri quadri dirigenti attraverso un sistema interno meritocratico basato su competenze, militanza, conoscenza delle dinamiche istituzionali e capacità di lettura dei problemi del Paese. Oggi quel modello appare residuale, se non del tutto svanito. Nel sistema attuale, la selezione della classe politica avviene su presupposti completamente diversi: non più il merito, ma la fedeltà personale al “capobastone” o al referente territoriale. Il deputato o senatore viene scelto non per ciò che sa o per ciò che ha dimostrato di saper fare, ma per la sua capacità di allinearsi agli interessi e agli ordini di chi controlla il territorio, spesso a sua volta selezionato in base a logiche di fedeltà a vertici ristretti. In molti casi si tratta di un circolo chiuso, piramidale e autoreferenziale, dove la lealtà personale e l’obbedienza valgono più della competenza e dell’autonomia di giudizio. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un ceto politico spesso impreparato, incapace di argomentare o persino comprendere le leggi che è chiamato a votare. Numerosi parlamentari ammettono candidamente di non leggere i testi normativi, che pure influenzano la vita di milioni di cittadini. La funzione legislativa, un tempo sacra e centrale nella democrazia rappresentativa, è diventata un rito vuoto, in cui si vota per “ordini di scuderia”, secondo le direttive del capogruppo, senza discussione, senza consapevolezza, senza senso. La democrazia parlamentare, già di per sé fragile, viene così ulteriormente svuotata. Il cittadino vota per un partito o una coalizione, ma non sa davvero chi governerà. Non elegge il premier, non conosce i ministri. La sovranità popolare viene esercitata in forma indiretta e opaca. In alcuni casi si assiste addirittura alla nomina di governi tecnici – composti da figure non elette – che operano senza alcun mandato popolare esplicito. Il Parlamento si limita ad approvare o ratificare decisioni già prese altrove, magari da centri di potere economico o istituzionale sovranazionali. In questo contesto, il Parlamento non rappresenta più una sintesi dei diversi orientamenti della società, ma un’arena teatrale in cui si recita la finzione della democrazia. Con l’aggravante che molte delle persone che lo compongono non hanno la preparazione necessaria a comprendere le complessità dei dossier su cui sono chiamati a pronunciarsi. In alcuni casi, si tratta di figure provenienti dal mondo dello spettacolo, della comunicazione o del clientelismo politico più spinto, la cui unica “qualità” consiste nell’aver portato voti o nell’essere stati obbedienti al referente politico.

Se la democrazia vuole sopravvivere, occorre ripensare radicalmente il sistema di selezione della classe dirigente. È necessario tornare a formare politicamente i futuri rappresentanti, attraverso scuole di partito serie, basate su studio, confronto, lettura critica della realtà. Serve una formazione continua che renda chi aspira a governare all’altezza della complessità sociale, economica e culturale del nostro tempo. Ma non basta. È indispensabile anche intervenire sul meccanismo della rappresentanza. Il mandato parlamentare deve essere vincolato al voto espresso: chi viene eletto deve essere obbligato a rispettare il programma presentato agli elettori, pena la decadenza. Non è più accettabile che un parlamentare cambi partito a metà legislatura o sostenga leggi opposte a quanto promesso in campagna elettorale. La fedeltà deve essere verso gli elettori, non verso un capo.

Occorre restituire dignità alla politica, selezionando i migliori, non i più fedeli. Occorre ridefinire le regole della rappresentanza, rendendo il Parlamento luogo di confronto vero e non di ratifica automatica. E occorre soprattutto ridare centralità ai cittadini, non solo come elettori, ma come protagonisti consapevoli della vita democratica. Solo così potremo tornare a credere che la politica sia una cosa seria.

Fabrizio Fratus

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