SULLE VIE DELLA TRADIZIONE. INTERVISTA A GIOVANNI SESSA
Noi de Il Talebano ci dedichiamo con passione a un filone filosofico che pone la Tradizione al centro del nostro impegno culturale. In un’epoca segnata dal predominio del liberal-globalismo, ci interroghiamo su quale possa essere una risposta costruttiva al declino dell’Occidente, spesso descritto come un “tramonto” culturale e spirituale. La proposta di un’alternativa antimoderna trova fondamento nel pensiero tradizionalista, che si oppone alle derive uniformanti della globalizzazione e riafferma il valore dell’identità radicata. In questa prospettiva, il filosofo russo Alexander Dugin, nei suoi recenti lavori Politica Aeterna (2022) e Julius Evola, stella del mattino (2024), sottolinea il Tradizionalismo come pilastro della Quarta Teoria Politica e del concetto di Soggetto Radicale, offrendo una visione che trascende le ideologie moderne per riaffermare principi eterni.
Come comunitaristi, senza condividere alcuni aspetti del pensiero di Dugin, abbiamo abbracciato questa complessa e dibattuta riflessione, arricchendola attraverso il dialogo con studiosi di grande spessore come Piero Di Vona, Davide Bigalli, Andrea Scarabelli, Luca Siniscalco, Sandro Consolato, Aldo La Fata e Alberto Lombardo. In particolare, in occasione del cinquantenario della morte di Julius Evola (1898-1974), abbiamo approfondito il suo lascito intellettuale confrontandoci con pensatori come Giovanni Sessa, Romano Gasparotti, Massimo Donà e Michele Ricciotti. Tra questi, spicca Giovanni Sessa, segretario della Fondazione Evola e raffinato filosofo, il cui contributo si rivela fondamentale per comprendere la profondità del pensiero evoliano.
Con grande entusiasmo annunciamo l’uscita di due opere significative: la raccolta di scritti di Julius Evola Oltre l’idealismo, curata da Massimo Donà e Giovanni Sessa, e il saggio Tertium datur. Filosofie dell’originario di Giovanni Sessa. Entrambi i volumi, pubblicati di recente dalle edizioni InSchibboleth, rappresentano un contributo prezioso per chi intende esplorare le radici spirituali e identitarie della Tradizione. In questa intervista, ci proponiamo di approfondire tali temi, evidenziando come il pensiero di Evola e il recupero della Tradizione possano offrire una risposta al disorientamento dell’Occidente contemporaneo.
La Tradizione, nel pensiero evoliano, non è mera nostalgia del passato, ma una forza viva che collega l’individuo alla sua identità più autentica, opponendosi alla dissoluzione culturale operata dal globalismo. Evola, attraverso opere come Rivolta contro il mondo moderno (1934), invita a riscoprire valori metastorici – ordine, gerarchia, spiritualità – che trascendono le contingenze del presente. La sua critica alla modernità, lungi dall’essere un rifiuto acritico del progresso, si fonda su un ritorno alle radici dell’essere, proponendo un modello di società che integri l’individuo in una comunità organica e significativa.
In un mondo dominato dall’omologazione culturale e dalla perdita di identità, il recupero della Tradizione si configura come un atto di resistenza e rinascita. Il dialogo con autori come Dugin e Sessa ci spinge a considerare il Tradizionalismo non solo come un’astrazione filosofica, ma come un progetto concreto per riaffermare l’identità dei popoli contro le forze disgreganti della globalizzazione. La Quarta Teoria Politica di Dugin, in particolare, si propone come un superamento delle ideologie novecentesche, integrando il pensiero di Evola per costruire un’alternativa che ponga al centro l’uomo come essere radicato in una dimensione spirituale e culturale.
In conclusione, il nostro impegno a Il Talebano si concentra sulla valorizzazione della Tradizione come risposta al declino dell’Occidente. Attraverso il confronto con studiosi e l’analisi del pensiero di Evola, cerchiamo di riaffermare il valore dell’identità come pilastro per una rinascita culturale e spirituale. Le recenti pubblicazioni curate da Sessa e Donà rappresentano un passo avanti in questa direzione, offrendo strumenti per comprendere e affrontare le sfide del presente con uno sguardo rivolto alle radici profonde della nostra civiltà.
Vuoi parlarci del tuo ultimo testo “Tertium datur” e la sua importanza nel contesto della postmodernità odierna?
Per rispondere alla Tua cortese domanda è necessario muovere da alcune precisazioni in merito alla interessante premessa che precede questa intervista. Fin dalla pubblicazione di, Itinerari nel pensiero di tradizione. L’origine o il sempre possibile (Solfanelli, 2015), mi sono lasciato alle spalle quelle che trovo essere le “contraddizioni” che animano le letture scolastiche del tradizionalismo. Anzi, proprio in quelle pagine, proponevo di utilizzare un altro lemma al posto di quello solitamente adottato, “tradizionalismo integrale”, per indicare l’ubi consistam al centro della visione evoliana: “pensiero di Tradizione” (magari da scriversi con la “t” al minuscolo, visto che lo stesso Evola ha scritto “Tradizione” al maiuscolo solo dopo aver, almeno in parte, sposato le tesi guénoniane). Intendo dire che, nella mia visione delle cose, non vi è alcun riferimento al “sovramondo”, alla “sovrastoria”, alla visione ciclica del tempo, espressioni tipiche dell’adesione al determinismo storico. La proposta di pensiero che sviluppo in, Tertium datur. Filosofie dell’originario (InSchibboleth, 2025) rifugge dal ricorso a qualsivoglia dualismo, in particolare dalla contrapposizione dicotomica di essere e nulla, di essenza e di esistenza, di corpo e spirito. Ci terrei, pertanto, a precisare, che la mia posizione è assai diversa, nelle premesse, negli sviluppi e nelle conclusioni, dalla filosofia di Dugin che, pur presentandosi come interessante (e necessaria) revisione dell’evolismo, finisce con il tradursi in una visione soteriologica, in un’ultima riproposizione di un cristianesimo giovanneo escatologico. Il mio tentativo mira a discutere gli autori di una corrente carsica, ma sempre vivace e presente, del pensiero europeo, che ha fatto mostra di sé in epoche disparate, in particolare a muovere dalla Rinascenza. I pensatori a essa afferenti hanno messo in discussione il “canone maggiore” della filosofia affermatosi in Europa, quel canone che, dapprima, ha strutturato la metafisica classica e, successivamente, si è riversato nella tecno-scienza. Tale canone era sostanzialmente centrato sulla logica del Tertium non datur, vale a dire sui principi dell’identità, della non-contraddizione e del terzo escluso. Le mie pagine, e quelle dei “minori” che interrogo, guardano al Tertium datur, a una visione della physis quale mixis, un campo di relazioni di energie e potenze in cui “tutto è in tutto”. Tale coincidentia oppositorum, si badi, non si traduce mai in un nuovo dato, in un positum, ma rinvia, aporeticamente, a un “oltre” che mai sta, alla figura dell’iperbole, per dirla con Evola, che allude a un iter sempre all’opera, sempre aperto e inconcluso. Romano Gasparotti, nella prefazione al mio volume, dice della mia convinzione: «che la traboccante vitalità del cogitare, nei caratteri evocati dalla Settima lettera platonica […] non coincide affatto con il raziocinare astrattamente logocentrico». Mio obiettivo è, infatti, guardare all’intuizione greca del mondo che mai conobbe distinzione tra physis e sovramondo ma mostrò, almeno fino alla filosofia classica platonico-aristotelica, indiscussa “fedeltà alla terra”. Muovo in, Tertium datur, dall’esegesi transpolitica della storia, che fu di Del Noce e Severino, alla luce della quale il moderno risulta essere l’esito ultimo della metafisica. Scienza e metafisica, condividendo i medesimi presupposti teoretici, hanno obliato il principio greco di hyle, materia-animata, introducendo le distinzioni di essenza-esistenza, essere-nulla, uno-molti, dando luogo a una visione nella quale la dynamis, libertà-possibilità-potenza, l’origine sempre all’opera, è stata tacitata. Ripercorro la storia di tale sterilizzazione, condividendo le posizioni che Davide Ragnolini ha presentato in, Hyle. Breve storia della materia increata (Rubbettino, 2023). Analizzo, inoltre, alla luce delle bibliografia critica più accreditata, il saggio di Del Noce, Il problema dell’ateismo, ritenendo che, al di là delle due “vie” individuate dal pensatore cattolico (quella immanentista che con Hegel, Marx e Nietzsche, avrebbe inaugurato l’epoca della secolarizzazione, e quella giobertiano-rosminiana del recupero della metafisica), ne esista una terza, tertium datur, centrata sul primato della potenza e del possibile e sulla piena accettazione della singolarità, della vita nuda.Tale “terza via” tornò a farsi ascoltare nella filosofia di Cusano, che leggo quale pensiero della potenza agente solo nella natura e non in un altrove sovramondano. Questa posizione riemergerà in Giordano Bruno, sul quale mi intrattengo. Bruno è tra i filosofi che, meglio e più di altri, prospettarono all’uomo europeo il ritorno della hyle, materia animata. Le posizioni a noi care tornarono a mostrarsi in tutta evidenza nella mistica tedesca di Jakob Böhme e Franz von Baader dai quali, il primato della dynamis rispetto all’atto aristotelico, si riverberò sugli idealisti tedeschi. All’origine quale nulla-di-ente, ni-ente, furono fedeli Fichte, nella prima edizione della Dottrina della scienza e lo Schelling della filosofia della libertà e del momento teosofico. Nel panlogismo di Hegel il negativo dell’origine, il non essere entificabile del principio, fu nuovamente tradotto in un nuovo positivo e quindi tacitato.
L’origine tornò a far sentire la sua voce nel Novecento italiano, nel germinare del pensiero ultrattualista. La dynamis ha acquisito ruolo dirimente nella linea speculativa Evola-Emo-Diano. Di Evola, mi occupo dell’idealismo magico e dell’individuo assoluto; a proposito di Emo mi intrattengo sul ciclo del continuo rigenerarsi e sacrificarsi dell’iconoclastia e dell’autonegatività di Dio, individuando nell’irresistibilità dell’irrompere dell’impossibile l’elemento cruciale di collegamento tra i due filosofi, Per quanto attiene il pensiero di Carlo Diano – nel quale si intrecciano la lunga meditazione su Leopardi poeta e la lezione filosofica di Gentile – indugio: «sul nesso originario tra evento e forma, nell’articolarsi del quale […] l’Evento non si lascia mai catturare interamente dalla forma, nella misura in cui esso […] rende possibile il relazionarsi stesso […] di forma eventica e forma eidetica».
Il ritorno del “pensare greco” è, inoltre, manifestato, a mio parere, dall’esperienza sapienziale di Giorgio Colli. Nel grande antichista torinese, nella sua esegesi di Empedocle, la visione dell’Uno-Tutto ha trovato testimonianza d’eccezione. Nel libro mi soffermo, inoltre, sulla filosofia ritmica e singolare di Massimo Donà, le cui opere, ne avrà contezza il lettore, attraverso con evidente empatia. Donà ha sostenuto la necessità di tornare a coniugare theorein e poiein ed ha insegnato come l’aporia implicita nella vita, possa essere “sopportata” serenamente, in una prassi inconclusa poietica, aperta all’incipit vita nova.
Questi alcuni dei plessi più significativi del mio, Tertium datur. Filosofie dell’originario.
Vuoi parlarci del testo “Oltre l’idealismo” di Julius Evola (InSchibboleth, 2025)?
R. Gli scritti di Evola raccolti, da me e Massimo Donà, in questo volume sono: 1) Superamento del Romanticismo; 2) Neue Sachlichkeit. Una confessione delle nuove generazioni tedesche; 3) Sorpassamento dell’Idealismo; 4) Superamento dell’Idealismo; 5) Nuova Essenzialità, neorealismo e realismo socialista. Il primo scritto fu pubblicato nel 1928, mentre il secondo, il terzo e il quarto uscirono tra il 1933 e il febbraio del 1935, solo l’ultimo fu pubblicato nel dopoguerra, più precisamente nel 1958. Tutti i testi, comparsi in origine su riviste, sono di contenuto filosofico e, per comprenderli appieno è bene ricordare che l’idealismo magico fu un tentativo teorico-pratico mirato a superare l’esito meramente gnoseologico dell’attualismo gentiliano. Per comprendere senso e significato della filosofia evoliana è necessario, come seppe Gian Franco Lami, attento esegeta di tale forma di pensiero, far riferimento alla “Nuova Oggettività”. Nei due scritti della silloge dedicati alla discussione del volume scritto in tema dal ventisettenne Franz Matzke all’inizio del terzo decennio del Novecento, Evola dichiara guerra aperta a qualsivoglia umanesimo, all’antropocentrismo, ritenuti responsabili della catastrofe cui la civiltà europea era andata incontro al termine del Primo conflitto mondiale. Bisognava, di contro, riscoprire il tratto “indifferente” della natura che non è affatto natura “per noi”, a disposizione dell’uomo e dell’Impianto della tecno-scienza. Il movimento tedesco della “Nuova Oggettività”, in un ritorno “alle cose” ben più radicale di quello pensato dalla fenomenologia husserliana, stava rivelando: «un mondo algido; illuminato da un sole meridiano» chiosa Donà. Prosegue, in tema, il filosofo veneziano: «Ormai si era compreso che bisognava andare incontro alle cose, in tutta la loro freddezza e durezza facendo tacere l’anima». Il pensiero di Evola è qui attraversato da una chiara ripresa di motivi leopardiani. Il grande recanatese, fu latore (si pensi al, Dialogo della Natura e di un islandese) di un pensiero-poetante recuperante il tragico emerso nell’esperienza speculativa della Grecia aurorale e che, in quel frangente storico, faceva mostra di sé, lo ricorda lo stesso Donà, nella pittura “metafisica” di De Chirico. In questa nuova visione della natura e delle cose, nella quale l’Io è implicato, al di là della dicotomia soggetto-oggetto indotta dal momento della rappresentazione, sarà possibile anche agli uomini conoscere e vivere in modalità assoluta, posti in faccia a un reale: «costitutivamente inviolabile e del tutto indifferente ai nostri miseri e insignificanti bisogni». Di fronte a tale natura indifferente, nella quale si può davvero sapere ermeticamente, oltre il pathos soggettivo romantico, che “Tutto è in Tutto”, l’uomo ri-scopre il proprio essere assoluto, sciolto, svincolato, s-determinato, nient’affatto mero “atto” aristotelico. Si ha, così, la possibilità di comprendere che, ab initio, nei molti e solo in essi, si dice l’uno. L’individuo per vivere, e non semplicemente pensare la propria assolutezza, dovrebbe sintonizzarsi sul principio-dynamis, aprirsi al suo perpetuo incipit vita nova, farsi sempre nuovo, ogni volta da capo, in un percorso aporetico, iperbolico e inconcluso. L’individuo assoluto è per Evola il poietes, produttore di: «Un tipo di arte anti-medianica, anti-universalista, incentrata nel valore secco e volitivo dell’Io».Tale arte, a dire del filosofo, ha trovato chiara espressione nel Jazz: «Il ritmo jazzistico ha tratto menadico, elementare: “diremmo quasi di minerale, qualcosa che, come la Dance de la Terre […] di Strawinsky, sa di terra, di forze elementari, sa di una pura intensività scatenata e pur trattenuta ad ogni tempo dai sincopati, per una esasperazione che impone il liberarsi, il muoversi, l’agire”. Il Jazz mette in scena la forza pura» .
Oltre l’Idealismo è, quindi, testimonianza di rilievo della grandezza della filosofia evoliana, ma anche della produzione artistica del pensatore, connessa, in modalità evidente, alla prima.
Gli studi sulla filosofia evoliana di Roberto Melchionda e i testi di Alain De Benoist “Come si può essere pagani” e “L’eclisse del sacro”, scritto insieme a Thomas Molnar, quanto sono importanti nelle filosofie dell’originario?
I libri che Lei cita sono stati tutti importanti per me. Non casualmente, assieme ad altri amici, sono stato il curatore e/o prefatore delle loro ultime edizioni. Il libro di Melchionda, Il volto di Dioniso. Filosofia e arte in J. Evola, è stato uno dei primi lavori a valorizzare l’esperienza filosofica e artistica di Evola. Nelle sue pagine l’autore mostra che il pensiero evoliano è esposto al farsi inesausto della dynamis, dell’origine. Esige, per questo, sbocchi pratici che il filosofo individuerà nella tradizione ermetica. L’ “io” tematizzato dal pensatore romano è situato al di là del pensiero, teso a recuperare un’idea del reale quale regno della possibilità, in quanto in essa vige, animandola, il principio. Quella evoliana è, pertanto, una filosofia dell’originario che recupera problematiche emerse già nei Misteri antichi e in quale filone carsico del pensiero europeo sul quale mi sono intrattenuto in, Tertium datur. Il “paganesimo” di de Benoist, a sua volta, è sicuramente centrato sul tema dell’ arché. Essa si mostra esclusivamente nel cosmo, nella natura. Il cosmo è la condizione del presentarsi delle potestates divine, è luogo del darsi del Sacro. Il Sacro è ciò che è eminentemente reale, è ciò che fa consistere un mondo, una kultur. La physis è, per de Benoist, volto visibile dell’invisibile dynamis. Il paganesimo del pensatore francese ha al centro la figura di Dioniso. È “paganesimo” declinato al “femminile”, in quanto il nostro autore nega che le società indoeuropee fossero originariamente patriarcali. Al contrario, fu, dapprima, l’affermazione della religiosità olimpica e, successivamente, l’irruzione dell’universo biblico, a introdurre il primato di un Dio che è innanzitutto Padre, da cui discese il primato dell’universale, dell’astrazione onto-teologica e del concetto. La via di de Benoist si sottrae alle forme parodistiche di “paganesimo” su piazza, la sua visione è eminentemente filosofica, tanto nel nietzscheano, Come si può essere pagani?, quanto nell’heideggeriano, L’eclisse del sacro. De Benoist ha contezza della vigenza dell’origine nel tempo e nella natura e, per questo, si sottrae alla nostalgia propria dei reazionari delle diverse scuole. L’origine è sempre possibile, la storia non ha sviluppo ciclico, è sempre aperta, schmittianamente singolare. In essa, come nella natura, non si dà mai ritorno dell’identico, semmai, klagesianamente, del simile.
Grato per quest’intervista a Il Talebano, a Roberto Priora e a Paolo Guidone.
Paolo Guidone

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