La Generazione Z tra Connessione Permanente e Analfabetismo Funzionale: Una Contraddizione Contemporanea
«Siamo immersi nella tecnologia come i pesci nell’acqua, ma non ne comprendiamo più il senso.»
— Jean Baudrillard
Introduzione: La Generazione Z e il paradosso digitale
Nata tra la fine degli anni ’90 e l’inizio degli anni 2010, la Generazione Z è la prima a essere cresciuta interamente all’interno di un ecosistema digitale. È la generazione del touchscreen precoce, dei social media come estensione dell’identità, dell’accesso istantaneo all’informazione. Per questo, molti li definiscono “nativi digitali”. Eppure, da diversi studi sociologici ed educativi emerge una realtà inquietante: a fronte di una padronanza tecnica dei dispositivi, i giovani della Gen Z mostrano spesso un’incapacità a comprendere testi complessi, valutare criticamente le informazioni o elaborare un pensiero articolato. In altre parole, si trovano in uno stato di analfabetismo funzionale: sanno leggere e scrivere, ma non riescono a usare queste abilità in modo efficace nella vita quotidiana. Come si spiega questo paradosso?
Essere “nativi digitali” non significa automaticamente essere digitalmente competenti. Come osserva il filosofo Neil Postman, «ogni tecnologia è al tempo stesso un fardello e una benedizione». La familiarità precoce con smartphone e computer ha fornito alla Gen Z strumenti potentissimi, ma senza una guida critica al loro uso, tali strumenti si sono trasformati in protesi cognitive che spesso sostituiscono il pensiero, piuttosto che potenziarlo. Un esempio concreto: secondo l’indagine PISA 2018, oltre il 50% degli adolescenti italiani tra i 15 e i 16 anni non è in grado di riassumere correttamente un testo informativo semplice. Questi ragazzi sono in grado di scrollare per ore, ma faticano a concentrarsi su un articolo di giornale, a distinguere una fonte affidabile da una fake news o a comprendere una metafora complessa. Il filosofo Byung-Chul Han parla di un passaggio epocale: dall’epoca della riflessione a quella dell’immagine. La comunicazione della Gen Z è sempre più visiva, frammentaria, impulsiva. L’uso dominante di TikTok, Instagram e YouTube ha sostituito la linearità del testo con la simultaneità dello stimolo visivo. Questo ha effetti sul pensiero: come affermava già Platone nel Fedro, la scrittura stessa può indebolire la memoria e la riflessione se non è accompagnata da esercizio dialettico. Oggi, sostituendo il testo con l’immagine istantanea e virale, rischiamo di cancellare la complessità del pensiero e la capacità di articolare ragionamenti logici.
Un altro paradosso della Generazione Z è che, pur essendo iperconnessi, risultano più soli e isolati di qualsiasi generazione precedente. Secondo uno studio pubblicato da The Lancet, i tassi di ansia, depressione e senso di vuoto sono in crescita tra gli under 25. La spiegazione può trovarsi nel concetto di “solitudine algoritmica”: i social media non mettono in relazione, ma ci rinchiudono in bolle autoreferenziali, create dagli algoritmi in base ai nostri interessi, comportamenti e fragilità. Il filosofo Zygmunt Bauman parlava di “relazioni liquide” in cui l’altro non è mai reale, ma un profilo da consumare o scartare.
Il sistema educativo non ha saputo rispondere in modo adeguato a questa trasformazione. Nella scuola, la tecnologia è stata spesso introdotta come feticcio, senza riflessione pedagogica. L’insegnamento è rimasto spesso trasmissivo, non dialogico, senza aiutare i giovani a elaborare un pensiero critico sull’ambiente digitale che abitano.
Come dice Heidegger, «la tecnica non è semplicemente uno strumento, ma un modo di svelare il mondo». Se non viene compresa nella sua essenza, la tecnica diventa dominio cieco, non possibilità di emancipazione.
La sfida della Generazione Z non è imparare a usare meglio gli strumenti digitali, ma riacquisire il senso dell’uso. Serve una nuova forma di alfabetizzazione: non più solo funzionale (sapere leggere e scrivere), ma critica, simbolica, dialogica. Bisogna formare non utenti, ma soggetti pensanti, capaci di navigare nella rete senza naufragare. Educare la Generazione Z significa insegnare loro non a cliccare di più, ma a chiedere di più, capire meglio, pensare oltre lo schermo.
Fabrizio Fratus

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