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LA STORIA NON È FINITA. INTERVISTA AD ANDREA VIRGA

 

Era il 1992 quando usci il testo “The End of History and the last Man” del politologo Francis Fukuyama che celebrava le sorti della nascita dell’unipolarismo degli Usa e il trionfo del neoliberalismo postmoderno come la fase più avanzata dell’umanità. Fu una visione è ampiamente infondata: la Storia è, più che mai viva e in continuo divenire con una visione di un mondo multipolare sempre più forte. In contrasto alla narrazione mainstream e a forme bizzarre di Lunatic Fringe, abbiamo la fortuna di poterci confrontare con intellettuali di spicco. Andrea Virga è uno di questi: professore e intellettuale italiano, figura di spicco nel panorama metapolitico del nostro Paese, Andrea Virga è membro dell’associazione Grece Italia. Dedica, con passione, i suoi studi all’analisi delle dinamiche geopolitiche e culturali che caratterizzano il mondo contemporaneo. Attraverso il suo canale YouTube “Punto e Virga” e le sue pubblicazioni, Virga si distingue per un approccio che coniuga rigore accademico e divulgazione, proponendo riflessioni su temi spesso esclusi dal dibattito mainstream. Grece Italia, l’associazione di cui fa parte, è un punto di riferimento per chi cerca di comprendere le trasformazioni globali attraverso una lente critica. Ispirata alla tradizione della Nouvelle Droite e al pensiero metapolitico europeo, promuove studi e pubblicazioni – come il recente Ordine Multipolare: geopolitica e cultura della crisi (Edizioni Diana, 2024) – per esplorare il passaggio dall’unipolarismo al multipolarismo e le sue implicazioni culturali e politiche. In questa intervista, il professor Virga ci guiderà in un confronto tra le teorie sulla “fine della storia” di Francis Fukuyama e l’evoluzione politica attuale, riflettendo sul ruolo della formazione culturale in un’epoca di grandi cambiamenti.

Professor Virga, e grazie per essere con noi. Partiamo dal suo progetto digitale: lei gestisce il canale YouTube “Punto e Virga”, che ritengo un contributo prezioso sia per la divulgazione che per l’approfondimento di temi non mainstream. Può raccontarci questa esperienza? 

Punto e Virga è un’esperienza caratterizzata innanzitutto dal fatto di essere svolta nel mio tempo libero, senza particolari ambizioni, e senza padrini o partiti di riferimento. Questo aspetto mi dà la libertà di dedicare di volta in volta tempo e attenzione a questo o a quel tema, senza inseguire i like del pubblico o le sirene dell’attualità. Ciò non significa, del resto, che non mi interessi il dialogo con la piccola comunità di followers, alle cui domande sono lieto di dare risposta e i cui suggerimenti e desiderata di tenere in considerazione. Tuttavia, è evidente che il lavoro che svolgo, a cui si aggiungono vari altri impegni, accademici e non, non mi consente di dedicarmi a tempo pieno a questa, pur piacevole, attività.

All’interno di Punto e Virga, dunque, si trova materiale molto differente, dai video di filosofia e storia destinati a un pubblico scolastico – ho avuto la sorte di lavorare in un istituto che si fregia dell’etichetta di «scuola digitale» – a quelli estemporanei, in risposta all’attualità (pochi, a dire il vero), fino a vere e proprie serie articolate su più puntate, con particolare attenzione a tematiche di mio interesse, ma poco trattate in lingua italiana. Ad esempio, nell’ultimo anno, a fianco di una lunga e puntuale narrazione della Guerra civile spagnola, sono stati affrontati i temi del conflitto russo-ucraino e della Rivoluzione Conservatrice tedesca, con speciale attenzione all’opera di Ernst Jünger. Nell’immediato futuro, oltre a un’analisi capitolo per capitolo del Silmarillion di J.R.R. Tolkien, ci saranno alcuni approfondimenti in occasione degli 80 anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Da settembre in poi, racconterò invece la storia di Cuba, non solo relativamente alla Rivoluzione castrista, ma anche alle complesse vicende, prima e dopo l’indipendenza dalla Spagna, senza le quali non si può davvero comprenderne la realtà contemporanea.

Lei è anche tra gli autori del volume collettaneo di Grece Italia, Ordine Multipolare: geopolitica e cultura della crisi, pubblicato nel 2024 da Edizioni Diana. Quale ritiene possa essere il ruolo di questo saggio nel dibattito politico odierno? 

Questa raccolta di saggi comprende una serie di contributi scritti da collaboratori e ospiti del GRECE Italia, insieme ad un’appendice di testi, tradotti in italiano, elaborati dal GRECE francese e di taglio più teorico. L’obiettivo è quello di fornire una scelta più ampia possibile di spunti di riflessione e discussione non solo sull’attualità delle relazioni internazionali, ma anche sui fenomeni geopolitici di lunga durata, senza i quali non è possibile comprendere le prime. Ad esempio, il mio saggio, dedicato alla Cina, invita a guardare alle attuali tensioni tra la Repubblica Popolare e i suoi vicini per il controllo del Mar Cinese, tenendo conto della comune appartenenza a uno stesso spazio di civiltà: la sinosfera, caratterizzata dalla diffusione del pensiero taoista e confuciano e della scrittura e lingua letteraria cinesi; così come allo storico sistema di Stati tributari d’epoca Ming e Qing, per comprendere come la scienza politica cinese si approccia alle relazioni internazionali.

La nostra ambizione è dunque promuovere un’analisi degli scenari internazionali, che vada oltre l’adesione pedissequa agli schemi fissi geopolitici o internazionalisti, per abbracciare invece una visione che tenga conto di tutti gli elementi coinvolti, anche di quelli “profondi”, senza per questo voler sostituire un “nostro” paradigma dogmatico. A questo riguardo, anticipo due possibili critiche. Il nostro punto di vista è indubbiamente quello europeo, ma sempre in linea con una concezione pluralista delle culture e delle comunità. Ovviamente, questa prospettiva comunitarista non implica necessariamente postulare caratteristiche immutabili per ogni popolo e civiltà, ma li considera nel loro divenire storico.

A proposito di Fukuyama, nel 1992 il suo The End of History and the Last Man sanciva il trionfo del neoliberalismo e dell’unipolarismo statunitense. Oggi, però, quel trionfo appare lontano. Come legge questa evoluzione rispetto alla sua teoria? 

L’opera di Fukuyama è ormai diventata, in questi trent’anni, un esempio paradigmatico di wishful thinking. Il politologo statunitense, sulla scia del pensiero progressista occidentale, ossia accettando l’idea che la storia progredisse verso un miglioramento costante, aveva ritenuto che la sconfitta dell’URSS costituisse un punto di non ritorno. Eliminata l’ultima alternativa esistente, il mondo si sarebbe avviato verso un’estensione globale della democrazia liberale e dello stato di diritto, intesa secondo un paradigma ormai del tutto post-nazionale. Va ricordato infatti che gli USA, l’unica superpotenza rimasta, apparivano ancora troppo religiosi, sovranisti e militarizzati agli occhi dell’autore, che esprimeva invece la sua preferenza per il modello rappresentato dall’Unione Europea.

Trent’anni dopo, appare evidente come questa previsione non si sia affatto avverata e, anzi, il modello prediletto da Fukuyama sia in crisi all’interno dello stesso Occidente. Alla base di questo clamoroso equivoco sta, in primo luogo, la presunzione, tipicamente occidentalista, che il proprio fosse il migliore dei mondi possibili, ignorando come il benessere e lo sviluppo dell’Occidente si fossero storicamente fondati sull’umiliazione e lo sfruttamento del resto del mondo. In secondo luogo, vi è un’evidente confusione tra il modello ideologico liberal-progressista e il sistema economico capital-consumista. Il resto del mondo ha considerato attraente il secondo, ma senza per questo voler accettare automaticamente il primo. Da questo punto di vista, era stato molto più lungimirante Samuel P. Huntington nel sottolineare come visioni del mondo quali quella musulmana o confuciana fossero essenzialmente irriducibili a quella occidentale.

Inoltre, Fukuyama, nella sua concezione lineare della Storia – vero e proprio messianesimo immanentizzato – aveva commesso l’errore, tipico fra gli economisti, di postulare una crescita infinita in un pianeta finito. La crisi ecologica, con il suo duplice aspetto di deterioramento ambientale ed esaurimento delle risorse, e la crisi demografica, particolarmente evidente nei Paesi più sviluppati, sono processi storici di lunga durata, facilmente sottovalutabili da un ragionamento a breve termine quale è, fin troppo spesso, quello economicista volto al profitto, ma non per questo meno incombenti. La lezione di fondo è che la Storia è sempre un processo aperto, che sfugge volentieri ai nostri tentativi di rinchiuderla in un senso univoco.

Un, sempre più auspicabile, passaggio al multipolarismo sembra generare reazioni contrastanti: c’è chi si conforma al mainstream e chi si rifugia in posizioni estreme. Quale ruolo può avere la formazione culturale in questo contesto? E parlando di Europa, quale pensa sia il suo posto in questo scenario multipolare?

Innanzitutto, come regola generale – e a maggior ragione di fronte a cambiamenti di portata globale – è opportuno cercare di considerare ogni fenomeno nella propria complessità, all’interno di un sistema sempre più interconnesso. Le semplificazioni sono attraenti e, a volte, entro certi limiti, necessarie per la nostra mente, ma rischiano di condurci fuori strada, se prese alla lettera. A questo riguardo, si conferma il valore di una formazione culturale “classica”, cioè fondata sulla riflessione filosofica ed epistemologica e sulla conoscenza di lingue e culture “altre”, come può essere – nella nostra tradizione – il fruttuoso confronto con l’antichità classica. Questo non significa, naturalmente, che le competenze tecniche siano da disprezzare, bensì coltivare e mantenere una flessibilità mentale che vada ben oltre una serie di saperi rigidamente compartimentati e specialistici.

Ora, di fronte al profilarsi di un mondo multipolare o post-globale, in cui l’Occidente liberaldemocratico a guida statunitense cesserebbe di essere l’unico modello di sviluppo, molti europei, dai più svariati orientamenti ideologici, tendono a reagire con una forte sfiducia, temendo che questo comporti un’ulteriore perdita di rilevanza della civiltà europea sulla scena internazionale. Questo timore non è infondato, ma queste prospettive – siano esse liberaldemocratiche o identitarie – sono viziate da un pregiudizio eurocentrico di fondo. A proposito, il linguista russo Nikolaj Trubeckoj, uno dei padri dell’eurasiatismo, aveva ammonito come i due atteggiamenti – quello cosmopolita e quello nazionalista – fossero in realtà due aspetti di un’unica visione suprematista occidentalista, secondo cui dovere dell’Europa sarebbe imporre il proprio volere al resto del mondo, in nome di una superiorità, vuoi razziale, vuoi culturale (i diritti umani).

In realtà, dovrebbe essere evidente come l’occidentalismo liberale non fosse un destino necessario della civiltà europea, e anzi si sia imposto a partire dalla sua periferia (l’anglosfera), sconfiggendo militarmente le potenze continentali di volta in volta egemoni (Spagna, Francia, Germania) e imponendo la propria ideologia, come naturale e necessaria, all’Europa prima ancora che al resto del mondo. Quindi, da un punto di vista autenticamente europeo, dall’indebolimento dell’Occidente non discende affatto il tramonto della nostra civiltà, bensì l’opportunità per liberarsi da questa cappa asfittica.

Questo però richiede due condizioni fondamentali: prima di tutto, deve essere ben chiara la differenza tra Europa e Occidente, come distinte civilizzazioni, in senso huntingtoniano; poi, la consapevolezza che il declino europeo dipende anche da cause endogene, innanzitutto demografiche. L’invecchiamento della popolazione europea peserà in maniera sempre più decisiva sulla capacità o meno dell’Europa di riaffermare se stessa come polo distinto. A questo proposito, non è fondamentale la forma d’integrazione che i popoli europei vorranno darsi in sostituzione alla UE, purché siano chiari gli obiettivi da perseguire in termini di autonomia e sovranità continentale.

Il neoliberalismo, sembra aver dimostrato una certa capacità di adattamento. Non crede che possa ancora resistere a queste trasformazioni? 

A questo proposito, ritengo opportuna una precisazione sui termini: per neoliberalismo si intende quella corrente di pensiero economico e politico, nata a partire dalla Mont Pelerin Society, negli anni ’40, come presunto ritorno al liberalismo classico, col suo laissez-faire, e come reazione al “nuovo liberalismo” keynesiano, fautore dell’intervento pubblico in economia e della costruzione di uno stato sociale. Come è noto, essa è divenuta dominante dopo la crisi del modello precedente, nel corso degli anni ’70, e in relazione diretta a quel processo di finanziarizzazione dell’economia, di cui ha parlato diffusamente Luciano Gallino. Tuttavia, il neoliberalismo è già di per sé un adattamento di quel fenomeno molto più ampio e duraturo che si chiama «capitalismo» – cioè di un sistema economico basato sull’accumulazione di capitale privato e sullo sfruttamento del lavoro altrui –, come lo era stato precedentemente il keynesismo, dopo la crisi del ‘29.

Pertanto, è vero che il neoliberalismo “classico” – quello di Thatcher e Reagan e del Washington Consensus anni ’90-2000, per intenderci – sta scricchiolando, man mano che gli Stati Uniti, superpotenza che aveva retto le sorti dell’economia mondiale negli ultimi decenni, si rendono conto che le dinamiche neoliberiste non vanno più necessariamente a proprio favore. Nondimeno, il possibile collasso del Washington Consensus, e il conseguente passaggio a un sistema-mondo multipolare e/o post-globalizzato, non determinerebbero affatto di per sé la fine del capitalismo, ma solo di una sua variante storica, in favore di un suo nuovo assetto, con un maggiore distribuzione del potere economico tra più poli geopolitici e un maggior ruolo dello Stato. Questo non toglie naturalmente che un sistema più aperto e plurale possa garantire maggior spazio a tentativi di fuoriuscita dal sistema, ma nemmeno li rendono necessari.

Un’ultima riflessione, professore. Cosa direbbe ai giovani che si avvicinano alla politica e alla cultura in questo momento di transizione? 

Personalmente, da docente, ho un certo pudore nel voler dare consigli di vita. È già abbastanza difficile insegnare bene le proprie materie. Con buona pace di chi ha scambiato la scuola per una parrocchia laica, trovo non solo di cattivo gusto, ma anche inefficace, imporre le proprie idee ex cathedra. Tuttavia, ciò che mi lascia più perplesso è la tendenza, tra molti giovani, a difendere lo status quo sociopolitico – formazioni come Azione e +Europa aumentano esponenzialmente i propri consensi nella fascia d’età più giovane –, nonostante essi paghino più di tutti le conseguenze dell’evidente fallimento di questo modello di società ultra-individualista. Nessuno può far loro una colpa dell’inesperienza o dell’ingenuità, ma pare quasi (ed è triste!) che essi fatichino a pensare un mondo veramente alternativo all’esistente.

Il mio consiglio si può riassumere nella massima nietzscheana: «Divieni ciò che sei». Occorre un lungo e faticoso lavoro su se stessi, a tutto campo – dallo sport alle arti, dallo studio al lavoro, dall’esercizio alla preghiera –, per comprendere la propria vocazione esistenziale. A questo riguardo, ricordo la citazione di Heinlein «La specializzazione va bene per gli insetti»: solo una formazione integrale consente di coltivare il proprio spirito critico e restare umani, irriducibili agli ordini di scuderia, insostituibili dalle macchine. Dal divenire ciò che si è, segue necessariamente fare ciò che si deve: ossia mantenersi fedeli a se stessi e al proprio destino, impegnandosi in prima persona per costruire comunità – dalla famiglia all’istruzione, dal volontariato al lavoro, dalla spiritualità alla politica – a cui appartenere, donando generosamente se stessi, in vista di un bene comune. Infine, non temere di sognare, di inseguire una visione di radicale cambiamento della realtà. La lettura, specie dei classici di tutte le civiltà, apre nuovi mondi, passati e futuri, ed è la prima arma contro il grigio monito neoliberista «There Is No Alternative».

Paolo Guidone

 

 

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