IL DECLINO DELLO YEMEN E L’ INSORGENZA DEGLI HOUTHI
Intervista a Vasco Fronzoni
Vasco Fronzoni è Professore Associato di Diritto musulmano presso l’Università telematica Pegaso.
Per i temi che riguardano Islām politico, radicalizzazione e de-radicalizzazione è stato per lungo tempo docente formatore del personale del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria ed oggi è consulente referente per alcune Istituzioni nazionali e per diverse Associazioni musulmane con sede in Italia soprattutto per le problematiche riguardanti le comunità confessionali nella diaspora.
2011, periodo delle cosiddette “Primavere Arabe”. Quale è stata la genesi in Yemen? Quali le conseguenze?
Prima di rispondere alla domanda, vorrei premettere che conosco questa realtà per aver vissuto in Yemen nel 2006 per quasi un anno, un periodo denso di esperienze, durante il quale ho avuto modo di percorrere gran parte del territorio, di relazionarmi con le diverse istituzioni esistenti e di conoscere e frequentare in modo trasversale molte persone.
I fermenti rinnovatori che si sono diffusi durante le “Primavere arabe” (vulgata sulla quale ci sarebbe qualcosa da dire), hanno coinvolto la Repubblica dello Yemen, ed al pari di altri moti regionali si sono posti in chiave anti governativa.
L’effetto è stato quello della deposizione di ‘Ali ‘Abd Allah Saleh, già Presidente dello Yemen del Nord e primo Presidente dopo l’unificazione, di fatto al potere per oltre un trentennio ed espressione di un importante clan tribale, il quale a seguito di un attentato accetta di cedere la carica, per poi essere ucciso qualche anno dopo per mano Houthi. Ciò ha provocato in effetti la destabilizzazione del Paese che poco dopo è stato segnato da una guerra civile, dichiarata su base interconfessionale tra politiche religiose sunnite e shi’ite ma che ha motivazioni più ampie e che dopo diverse tregue e successive riprese delle ostilità, oggi è ancora in atto.
Le conseguenze di questo conflitto sono disastrose, soprattutto sul fronte interno e per la popolazione civile, che ben prima delle ostilità era già classificata come una tra le più povere al mondo, oltretutto fortemente vessata da una crisi idrica strutturale (poche falde acquifere, molte delle quali utilizzate per la coltivazione del qat) e da una grave insicurezza alimentare.
Bisogna comprendere che in Yemen la vita pubblica e quella privata sono condizionate in modo determinante dalle istituzioni tribali e dalle norme consuetudinarie della qabyala, piuttosto che dalle leggi statali stabilite a livello centrale. Le tribù difendono fieramente la loro indipendenza e le disposizioni tribali, che hanno origine antica e talvolta risultano anche più severe rispetto alle norme della shari‘a vigenti formalmente sul territorio yemenita. E questa maggiore severità è indice dell’atavica turbolenza regnante a livello clanico e delle divisioni che da sempre frammentano la popolazione del Paese, formalmente unificato ma nella sostanza sempre disunito. Questa divisione si presenta anche sul piano confessionale, poiché in Yemen a differenza di altri Paesi islamici, vi è una presenza quasi bilanciata tra sunniti, soprattutto shafi’iti, e shi’iti, in prevalenza di scuola zaydita, della quale gli Houthi si dichiarano espressione.
La forza primazia della legge tribale della qabyala ed il suo primato sulla shari’a ha fatto sì che in Yemen tra XIX e XX secolo la divisione tra zayditi e shafi’iti non è stata così scontata ed è rimasta piuttosto latente, e quando è emersa è stata determinata più da una questione di lignaggio che di religione.
Ed è proprio da qui, a mio parere, che è utile partire per comprendere la realtà yemenita, perché oggi i principali attori politici, i modernisti, i movimenti islamici e quelli nazionalisti, si oppongono al mantenimento del sistema consuetudinario che a loro dire minaccia la costruzione dello Stato centralizzato ma che ai loro occhi condiziona soprattutto la realizzazione dei loro progetti politici.
7/10/2023, la cronaca internazionale si “accorge” di questo gruppo. Quali sono le caratteristiche peculiari degli Houthi? Qual’è il loro percorso nella storia dello Yemen moderno?
Un po’ di storia forse non guasta per inquadrare il sistema Paese e comprenderne le dinamiche. Uno degli eventi più significativi nella storia moderna dello Yemen è stato la conquista di Aden nel 1839 da parte degli inglesi, attuata per contenere il potere ottomano e garantire l’accesso ai loro interessi in India. L’arrivo degli inglesi ad Aden segna l’inizio del confronto dello Yemen con le potenze occidentali e con il mondo moderno. L’espansione coloniale e la formazione del protettorato di Aden costituivano una minaccia diretta per gli Imam zayditi del Nord, soprattutto perché rivendicavano la loro influenza su tutta l’Arabia meridionale. Gli inglesi da subito impararono a sfruttare le rivalità tribali e religiose e ad esacerbare i conflitti tra tribù del Sud e Imam del nord, tra shafi’iti e zayditi. Altri due momenti sono importanti, l’occupazione dello Yemen centrale da parte degli Ottomani nel 1848 e l’apertura del Canale di Suez nel 1869, che contribuirono a definire una nuova politica per il Mar Rosso e per la formazione dello Yemen moderno. La duplice occupazione dello Yemen da parte degli inglesi (non musulmani) e degli ottomani (non arabi) provocò l’insorgenza delle tribù. Prese così forza un movimento di resistenza e di liberazione in chiave confessionale sorto attorno all’Imam zaydita Al-Mansur e poi continuato con suo figlio l’Imam Yahya, che portò ad una sostanziale autonomia del Paese fino al 1948, allorquando l’Imam Yahya fu assassinato, evento che ha aperto definitivamente le porte alla formazione dello Stato moderno.
L’attuale Repubblica dello Yemen nasce dalla unificazione di due realtà alquanto diverse. Da un lato vi era la Repubblica araba dello Yemen (cd. Yemen del Nord), che fu istituita con un colpo di Stato nel 1962, e mise fine al regime dell’imamato e scatenò una guerra civile che durò per tutto il corso degli anni ’60, con la contrapposizione dei repubblicani, appoggiati dall’Egitto di Nasser, ai lealisti, sostenuti dall’Arabia Saudita. Nella neo Repubblica, subito dopo la pacificazione, nacque un movimento di rinnovazione del pensiero e della cultura che, tra l’altro, si orientò verso una modernizzazione del Paese, tant’è che nel 1970 la nuova costituzione, pur proclamando la shari’a fonte unica della legislazione, stabilì l’uguaglianza tra uomo e donna, di fatto una novità nella sub-regione. Dall’altro vi era la Repubblica democratica e popolare dello Yemen (cd. Yemen del sud), istituita nel 1967, più ricca della neonata Nazione confinante e che, analogamente ad essa, si orientava verso la modernità. L’unificazione del Paese (22 Maggio 1990) ha, di fatto, determinato una coabitazione tra due realtà storiche, politiche, economiche e sociali molto differenti, separate anche dalla appartenenza tra scuole giuridiche, ed ha avuto l’effetto di acuire le differenze facendo emergere nella società post-unificazione un nuovo volto, quello della islamizzazione e della contrapposizione confessionale, provocando l’appannamento della qabyala e la fine di quella sostanziale convergenza tra posizioni sunnite e shi’ite che si era venuta a creare in precedenza.
L’attivismo del movimento Houthi quale gruppo dissidente parte proprio negli anni ’90 del secolo scorso dalla capitale e si diffonde rapidamente in buona parte del Paese, sfociando poi in una ribellione armata contro il governo centrale, con intermittenti ed alterne vicende, scandite in particolare tra il 2004 ed il 2010 da forti tensioni, ripetute escalation e repressioni, intervallate da confronti e linee di dialogo tra potere centrale e ribelli, di volta in volta con una notevole inflessione nel posizionamento reciproco.
La guerra civile è definitivamente deflagrata nel 2014 allorquando gli Houthi hanno conquistato la capitale Sana’a ed a partire da allora sono diventati gli attori principali della regione e si pongono in chiave anti occidentale ed anti sunnita.
Minacce e reali aggressioni alla navi del Mar Rosso, quali sono gli scopi e gli appoggi internazionali?
Si sa che obiettivo del terrorismo è la sovversione dell’ordine costituito e la disgregazione delle istituzioni e delle articolazioni della società nel contesto di riferimento, attraverso la diffusione del panico e di quella paura “liquida” (come la definiva Bauman) che ha l’effetto di paralizzare le persone rendendole inabili a svolgere le mansioni ordinarie e le attività quotidiane. Le nuove frontiere d’azione del terrorismo internazionale, dalle piazze e dai mercati delle città si sono ormai da tempo orientate verso le infrastrutture strategiche, anch’esse serventi al fine della disarticolazione dell’assetto di un aggregato sociale. Pensiamo al sabotaggio del gasdotto Nord Stream, per esempio.
Ebbene anche il Mar Rosso costituisce certamente un’infrastruttura strategica. Grazie ad opere pionieristiche come l’istmo di Suez e la costruzione del faro di Ras Bir nello stretto di Bab al-Mandeb (la porta delle lacrime) e del faro Crispi a Capo Guardafui (nomi che ancor oggi evocano tristi ricordi di innumerevoli naufragi), il Mar Rosso è progressivamente diventato un’autostrada del traffico mercantile, fondamentale per la logistica globale. Ma questo Mare, com’è noto, ospita anche una fitta rete di cavi sottomarini essenziali per buona parte del traffico dati mondiale.
A mio modo di vedere, in una dinamica scansione di cause ed effetti, l’insorgenza Houthi a seguito della penetrazione israeliana in Gaza quale conseguenza dei noti fatti del 7/10 è stata soltanto un’occasione per riaffermare la loro presenza nello scenario internazionale e legittimare le loro condotte nella guerra civile in Yemen. Dubito che una volta cessate le ostilità nella Striscia, vi sarà una conseguentemente rapida stabilizzazione della regione. Difatti, oltre a quello interconfessionale tra sunna e shi’a, c’è un conflitto parallelo condotto non solo per il controllo dell’energia ma anche per avversare un nuovo modello di sviluppo, adottato da molti Paesi islamici soprattutto sunniti (pensiamo alle riforme in Arabia Saudita e alla vision 20-30 del Paese), che vede in prospettiva gli Houthi assolutamente emarginati. Del resto, il varo della recente missione “EUNAVFOR Aspides” mi sembra confermare questa visione.
Del resto, la pace o si compra o si impone.
Per quel che concerne gli appoggi internazionali, consiglio di rivolgersi a chi si occupa più attivamente di affari internazionali e di analisi geo-politica in quella specifica realtà regionale. In ogni caso, mi sembra abbastanza evidente che gli Houthi possano contare su “proxi” come Iran, Cina ed anche Russia per quel che concerne approvvigionamenti e logistica, ma negli attuali scenari internazionali, invero estremamente complicati, mi sembra altrettanto evidente che stiano conducendo una sorte di “tripla partita”, indirizzando ad esempio messaggi distensivi verso la governance saudita.
Arianne Ghersi
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