TURCHIA ED EMIRATI ARABI: LA CHIAVE PER STABILIZZARE IL MEDIORIENTE?

Il 24 novembre si è tenuto un incontro di importanza geopolitica mondiale tra Recep Tayyip Erdoğan, presidente della Turchia, e Mohamed bin Zayed, Principe ereditario del regno degli Emirati Arabi Uniti e ministro della difesa di Abu Dhabi.

L’incontro risulta inedito e innovativo alla luce dei rapporti intercorsi tra i due stati nel recentissimo passato. Non è certo un segreto che Ankara abbia sempre avuto solidi legami con il Qatar, paese che per le sue posizioni ambigue e per i sospetti legati al finanziamento del terrorismo ha subito anche una forma di embargo diplomatico. La Turchia, allo stesso tempo, ha giocato un ruolo simile, almeno ideologicamente, dando sempre sostegno ai Fratelli Musulmani e ad Ennahda. Il momento storicamente più “basso” nelle relazioni tra i due paesi si è verificato nel 2016 quando Erdoğan fu vittima di un colpo di stato, risoltosi in poche ore: il sospetto turco è sempre stato quello secondo cui la tentata destituzione fosse stata progettata da bin Zayed e da altri importanti esponenti del suo entourage.

Le ambiguità anatoliche hanno nel tempo deteriorato i rapporti anche con altri paesi forti della regione, in primis spiccano Egitto e Arabia Saudita. Quest’ultimo ha addirittura boicottato per lungo tempo le merci e i prodotti provenienti dalla Turchia: si stima che gli scambi tra i due paesi si siano ridotti del 98%, con una perdita di fatturato per i turchi di circa 75 milioni di dollari nei primi tre mesi del 2021. Il valore della lira turca sembra essere in caduta libera: -20% da inizio anno e questo potrebbe alimentare forti rischi di proteste anche in vista delle elezioni che si terranno nel 2023. È noto che la Turchia abbia l’intenzione di essere l’ago della bilancia in moltissime situazioni in un’area geografica che spazia dall’Azerbaigian al Nord Africa e queste mire non possono più essere sostenute in maniera solitaria, la via della creazione di nuove cooperazioni è l’unica percorribile.

Nell’ultimo periodo gli Emirati Arabi hanno dato forti segnali di distensione: hanno cercato di ricucire, seppur tiepidamente, i rapporti con il Qatar, hanno abbandonato il fronte yemenita condiviso con l’Arabia Saudita, hanno incentivato la presenza al Forum East Med della Turchia, curano i contatti con l’Iran, si pongono come parte dialogante nel rebus libico. Il Qatar, dopo tre anni di embargo diplomatico, ha riattivato relazioni diplomatiche con i suoi corregionali (il “quartetto arabo”) proprio in occasione del Gulf Cooperation Council (GCC); è stato il Kuwait a compiere un incessante lavoro di mediazione tra Abu Dhabi e Doha.

Gli Emirati, inoltre, si spendono fortemente affinché la Siria di Bashar al Assad possa rientrare nella Lega Araba dopo che fu cacciata dieci anni fa in seguito alla repressione molto violenta delle rivolte democratiche verificatesi nel 2011. Non si può certo immaginare che questa presa di posizione sia finalizzata unicamente alla ricerca di “pace”: Abu Dhabi è interessata alle ingenti opportunità commerciali e finanziare legate alla Siria e all’acquisizione di un capitale politico universalmente riconosciuto se questa “manovra” risultasse vincente. Così facendo le posizioni turche e iraniane nei confronti del governo alauita perderebbero considerevole peso. È importante ricordare anche il fatto che gli Emirati hanno colto subito l’occasione creatasi con gli Accordi di Abramo, diventando così uno dei primi paesi a riconoscere lo Stato di Israele.

Alla luce di quanto sommariamente descritto si può intuire come i rapporti tra Turchia ed Emirati siano uno degli ultimi tasselli mancanti affinché la cooperazione tra stati mediorientali prenda effettivamente “forma”. L’incontro, ovviamente, ha assunto anche un forte carattere economico dato che sono stati stipulati accordi per un valore di circa 10 milioni di dollari in materia di commercio, energia, finanza e tecnologia.

È presto per “cantar vittoria” dato che molti sono i fronti che rimangono “aperti”. Rimangono le divergenze legate alla Libia in quanto la Turchia è sostenitrice del Governo di autorità nazionale (Gna) di Fayez al Serraj e gli Emirati parteggiano per l’Esercito nazionale libico (Lna) di Khalifa Haftar. Altri punti di confronto si verificheranno nelle zone da cui nessuno dei due paesi sembra volersi ritirare come, per esempio, il Corno d’Africa: proprio in queste settimane gli scontri in Sudan, Eritrea, Etiopia, Somalia sono portati all’attenzione mondiale. È quindi possibile che l’approccio pragmatico dei due paesi possa agevolmente proseguire su terreni neutri, ma nelle zone di contatto si rischia di vedere interi paesi trasformati in scacchiere geopolitiche di questi due colossi.

Arianne Ghersi

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