QUALCHE SPUNTO PER CAPIRE. OLTRE GLI SLOGAN E LE TIFOSERIE

Una regola che a mio avviso riassume perfettamente qualsiasi evento legato allo scenario Israelo-Palestinese è la seguente: “è sempre un po’ più complicato”. Le dinamiche di causa-effetto sono tante, complesse e affondano in un passato a tratti recente e a tratti antichissimo, ragione per cui ogni divisione manichea e rigida dovrebbe essere lasciata da parte quando ci si affaccia su questo mondo.

Ma si sa, la politica è semplificazione, anche estrema, e probabilmente in una dinamica elettorale paga molto di più andare a farsi fare fotografare al Ghetto di Roma con le bandiere israeliane, soprattutto in vista delle votazioni ormai prossime.

Gli eventi che hanno portato agli scontri che stanno divampando in Terra Santa sono infatti molteplici e complessi. Solo per accennarne alcuni: le restrizioni all’ingresso dei musulmani a Gerusalemme, l’intervento della polizia israeliana nella Spianata delle Moschee durante il Ramadan, con conseguenti tensioni in tutto il paese e scontri nelle città con forti gruppi di Arabi Israeliani (si parla di Lod in particolare, ma anche Jaffa e Akko, in Galilea, in un conflitto che ormai attraversa tutto il paese). Come era prevedibile, questa situazione di tensione interna al territorio di Israele ha subito coinvolto anche la striscia di Gaza, da cui sono iniziati i lanci di missili in quantità maggiore di quanto fosse fin qua avvenuto, lanci a cui l’IDF ha risposto, finora, con bombardamenti.

Ovviamente, al di là dei fatti militari, ci sono anche precise dinamiche politiche che hanno portato a tutto questo: la necessità di Hamas di mostrarsi come l’unica paladina dei musulmani a scapito di Fatah e degli altri movimenti Palestinesi, l’impasse della politica israeliana, che non riesce ad esprimere un governo stabile e rischia di andare incontro alle quinte elezioni in 3 anni, il tentativo di Netanyahu di riprendere centralità politica unendo il paese dietro di sé per la lotta al terrorismo, mettendosi al riparo dai tentativi di Bennett di usurpare il suo ruolo di leader della destra israeliana e bloccando ogni possibile collaborazione tra gli altri partiti ebrei e quelli arabi nella Knesset, rendendo di fatto impossibile così ogni possibilità di alleanza di governo che escluda il Likud.

Il punto che, anche solo per la sua storia, merita però una certa attenzione è la realtà di Sheikh Jarrah, uno dei casus belli dell’attuale fase del conflitto, di recente anche al centro di una dichiarazione congiunta dei Patriarchi e dei Capi delle Chiese di Gerusalemme.

Sheik Jarrah, ovvero la “tomba del chirurgo” è un quartiere a nord di Gerusalemme e prende il nome dal medico personale di Saladino, che proprio in questo luogo è sepolto. Non si tratta tuttavia dell’unica tomba “celebre” del luogo: qui, infatti, riposa anche Shimon HaTzadik, Simone il Giusto, considerato un grande saggio di epoca Ellenistica e che secondo la tradizione avrebbe accolto Alessandro Magno al suo arrivo a Gerusalemme. Questo particolare ha fatto sì che questo, che per secoli è stato un semplice borgo rurale, vedesse al suo interno convivere una comunità ebrea a fianco della maggioranza musulmana, entrambi i gruppi legati al luogo per motivi di fede. Questo fino al 1948, quando con la spartizione di Gerusalemme Sheik Jarrah passa alla Giordania e le famiglie ebraiche, che con l’avvento del Sionismo erano andate a ingrossare la comunità locale, devono abbandonare le proprie case per rifugiarsi a Ovest, specularmente con le famiglie arabe, anche cristiane, dei quartieri Israeliani che si trasferiscono a Est.

Negli ultimi anni le associazioni sioniste hanno acquistato i vecchi titoli di proprietà dalle famiglie ebree che risiedevano in Sheik Jarrah per iniziare una sistematica operazione di esproprio per via giudiziaria. Una manovra politica, ovvio, che sfrutta una questione legale per colonizzare e appropriarsi di un quartiere di Gerusalemme abitato da arabi.

Può sembrare una questione piuttosto marginale in un panorama molto più vasto, eppure è un ottimo esempio di come anche episodi all’apparenza secondari come questo possono essere l’esito di dinamiche storiche e religiose molto complesse, che richiederebbero di essere affrontate con un’attenzione e una sensibilità maggiore, di certo non riassumibili con formule banali e stantie che vedono in tutto questo semplicemente una “lotta dell’unica democrazia del Medio Oriente contro il terrorismo”.

Andrea Campiglio

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