PENSIAMO DI ESSERE LIBERI. MA SIAMO SOLO SCHIAVI

Nella attuale società, il “consumo” ricopre un ruolo preminente non solo nell’economia ma anche nella psicologia individuale. Consumare rappresenta uno dei nostri principali e irrinunciabili desideri. La propensione al consumismo caratterizza e guida le nostre vite come fossimo affetti da una sorta di bulimia. Non ci sentiamo mai soddisfatti, abbiamo continuamente bisogno di consumare per poterci sentire almeno temporaneamente soddisfatti. 

Ma la soddisfazione e il piacere che derivano dal consumo sono labili e illusori, subito sorgono nuovi bisogni che richiedono nuovi consumi per poter essere soddisfatti.

Questo standard di consumo ci ha trasformato da donne e uomini liberi e autonomi in consumatori e oggetti di consumo utilizzabili attraverso il denaro. 

È per questa ragione che non sono rimasta stupita leggendo l’articolo apparso una manciata di giorni fa sul Corriere della Sera nel quale viene raccontata la vicenda di una ragazza ventenne che ha deciso di prostituirsi o, come preferisce dire lei, ha deciso di svolgere del “sex work” meglio sarebbe “sex job”, per pagarsi gli studi universitari e potersi permettere l’affitto di un bilocale in centro città anzichè di una camera in periferia. 

È bella, ha vent’anni e può offrire sé stessa sul mercato per poter essere consumata in cambio di denaro, esattamente come vengono offerte e consumate altre centinaia di migliaia di merci d’ogni genere.

Vorrei sorvolare sul tema della prostituzione, che rappresenta un fenomeno altamente complesso e dibattuto e richiederebbe un trattamento totalmente separato. Voglio invece soffermarmi sulla “logica” del ragionamento della ragazza e sulla sua problematicità.

Il problema non è tanto la convinzione di poter usare il proprio corpo e la propria persona come un qualsiasi altro oggetto di consumo e quindi di poterne trarre utilità mettendosi a disposizione sul mercato per poter essere consumata in cambio di denaro come una qualsiasi altra merce. 

Il problema sta nell’accettazione da parte della società di questo modo di pensare, nella tendenza ad omologare questo tipo di scambio e di consumo a un qualsiasi altro tipo di scambio e consumo senza soffermarsi su ciò che distingue questo scambio e questo consumo dagli altri: la merce scambiata e consumata non è un oggetto qualsiasi. Un corpo non può divenire soggetto alle leggi di domanda e offerta. La mercificazione delle persone dovrebbe essere vista come un problema e non come una possibilità.

Da donna, l’aspetto che più mi rattrista è la rinuncia fredda e ragionata che questa ragazza fa, dopo tante lotte, alla propria libertà e alla propria autodeterminazione.

Ma la ragazza, così come tutte le altre ragazze e i ragazzi che decidono per la stessa scelta, non ha alcuna colpa. 

La colpa è della società in cui viviamo e della cultura capitalistica e consumistica che la caratterizza e che influenza la nostra mente fino al punto di pensare di poter scegliere di trasformarci in una merce di consumo da vendere sul libero mercato. 

La colpa, come sostiene Zygmunt Bauman, va attribuita allo spettacolare (in negativo) sviluppo della cultura consumistica, che postula l’intero mondo abitato come un immenso contenitore pieno fino all’orlo di nient’altro che oggetti/soggetti di potenziale consumo. 

Ciò incoraggia la percezione e la valutazione di ogni individuo sulla base del modello consumistico. Ossia, istituendo una relazione profondamente asimmetrica tra clienti e servizi, consumatori e merci: i primi si aspettano dai secondi unicamente il soddisfacimento dei propri bisogni, dei propri desideri e delle proprie volontà, mentre i secondi derivano il loro unico significato e valore dalla misura in cui riescono ad accontentare le aspettative. 

Ma cos’altro ci si potrebbe aspettare vivendo in una società che ci insegna costantemente la sovrapposizione tra le interazioni umane e lo schema di relazione cliente-merce o utente-servizio.  

Non si tratta di una scelta libera e consapevole. Siamo, o meglio sono, schiavi di un sistema che priva di libertà e umanità l’uomo.

Beatrice Mantovani

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