20 ANNI DI GUERRA INUTILE?

Uno degli ultimi atti della politica estera di Donald Trump sono stati gli accordi di Doha, stipulati con i Talebani il 29 febbraio 2020. Qui il presidente, coerentemente con la sua linea che prevede il progressivo ripiego e disimpegno delle truppe Usa schierate nel mondo, ha stabilito il rientro dei militari stanziati in Afghanistan entro 14 mesi. Non si sa ancora se Biden intenda portare a termine quanto previsto dal predecessore, anche se da vicepresidente di Obama si era detto contrario a un completo ritiro delle truppe Usa dal paese. Questo e altri segnali rilasciati da membri del suo entourage, come il generale Austin, fanno pensare che sia altamente probabile che il neopresidente riveda l’accordo preso da Trump, ma questo lo sapremo in un futuro abbastanza prossimo.

Con questo atto si vuole mettere fine a una guerra che, sebbene nel silenzio generale, dura da circa 20 anni. Era il 2001, infatti, quando gli Usa hanno attaccato lo stato talebano a causa dei suoi rapporti con Al Qaeda e con il suo leader Bin Laden, intervenendo in una situazione politica e militare già piuttosto complessa e segnata dalla violenza.

In effetti è difficile individuare un vero stato unitario nell’Afghanistan, molto più simile a un insieme di tribù in perenne lotta tra loro, facili pedine di scontri tra le super potenze che usano questa regione per la loro lotta alla ricerca della supremazia. L’Afghanistan, almeno nella sua espressione moderna, nasce nel corso del XIX secolo come territorio cuscinetto tra l’India Britannica e l’Impero Zarista, caratterizzandosi da subito per l’estrema disomogeneità: è composto da 7 etnie (di cui la prevalente, gli Afghani appunto, sono solo il 36%), le lingue parlate sono decine di cui due ufficiali, il Dari e il Pashto, entrambe lingue indoeuropee (ma una forte minoranza, circa l’11%, si esprime in lingue di origine turca).

Unico elemento unificante è la religione islamica, sebbene anche qui siano divisi tra sunniti e una minoranza di sciti, stimata tra il 7 e il 15%.

La storia recente non ha certo consentito un percorso di unificazione nazionale, l’evento più rilevante è l’arrivo delle truppe sovietiche nel 1979, in appoggio al governo centrale di simpatie marxiste-leniniste, che si trova ad affrontare le ribellioni dei Mujaheddin sostenuti dalla Nato in ottica anticomunista. È l’inizio di una lunga guerra che vedrà i Russi coinvolti in un lento stillicidio che li porterà a doversi ritirare nel 1989. Si apre quindi una fase di scontri tra le varie milizie che avevano contrastato l’invasione sovietica, una guerra civile tra Mujaheddin e Talebani, un movimento che coniuga un’interpretazione rigorista del Corano con le tradizioni del popolo Pashtun, e che vede questi ultimi prevalere nel 1996 e i primi ritirarsi a nord, da dove continuano con operazioni di guerriglia sotto il nome di Alleanza del Nord.

L’intervento occidentale si inserisce in questo scontro ribaltando la situazione: il nuovo stato che nasce in seguito all’intervento delle truppe Nato nel 2001 ha l’appoggio dei Mujaheddin mentre i Talebani, al confine sud, danno vita ad azioni di guerriglia in un lungo conflitto che dura ormai da vent’anni.

Dal 1979, in sintesi, l’Afghanistan non ha visto momenti di pace tra conflitti a fuoco, scontri tra i signori dell’oppio e attentati con vittime civili.

La soluzione Trump, dettata dalla volontà di uscire da un conflitto di cui non si vede la fine, segna di certo un punto a sfavore per la supremazia Usa: certo, Bin Laden è stato ucciso nel 2011 a dieci anni dall’inizio del conflitto, ma il progetto iniziale di rimuovere la presenza talebana dal paese è definitivamente fallito: la situazione attuale vede solo 133 distretti in mano al governo di Kabul, 75 sono controllati dai Talebani e 187 contesi. Un paese in piena guerra civile, nonostante il contingente Nato (con gli italiani quarti per numero) abbia ancora 15 mila militari dislocati sul territorio.

Come già l’Impero Britannico e l’Unione Sovietica, anche la potenza militare statunitense si è infranta in un conflitto estenuante tra le montagne dell’Afghanistan, andando incontro alla seconda sconfitta militare della sua storia, dopo il Vietnam. Al di là di ogni possibile analisi, il dato più evidente è che l’imperialismo americano stia uscendo da questo conflitto ridimensionato e, qualsiasi cosa Biden dovesse decidere, difficilmente questo fatto potrà essere cambiato.

Andrea Campiglio

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