L’ESAME DI ITALIANO? FATELO AI POLITICI

Barcelona's Uruguayan forward Luis Suarez reacts during the Spanish Super Cup semi final between Barcelona and Atletico Madrid on January 9, 2020, at the King Abdullah Sport City in the Saudi Arabian port city of Jeddah. - The winner will face Real Madrid in the final on January 12. (Photo by Giuseppe CACACE / AFP) (Photo by GIUSEPPE CACACE/AFP via Getty Images)

È cosa nota a chiunque quanto io sia ignorante in materia di calcio, pertanto per me sino a poche ore fa il nome di Luis Suárez evocava soltanto lontani ricordi d’infanzia di un omonimo che giocava nell’Inter. Recentemente dunque apprendo dell’esistenza di un altro Suárez resosi improvvisamente famoso per non aver superato l’esame di lingua italiana. Il che risulta un singolare paradosso che può avvenire soltanto in questo strano Paese che è diventato l’Italia, dove ad un giocatore straniero di calcio, s’impone di dare un esame d’italiano per poter esercitare la propria professione – che lo ricordo per i più distratti avviene correndo lungo un campo erboso e prendendo a calci un pallone di cuoio – mentre non si fa altrettanto per tutti coloro che esercitano una funzione pubblica – ad esempio i politici, gli amministratori locali, gli eletti in Parlamento – e che invece usano, o almeno dovrebbero usare, un italiano corretto e comprensibile dovuto al fatto di essere non soltanto nati nella penisola, ma anche di aver, seppur forse minimamente e con scarso profitto, seguito un corso di studi che abbia garantito loro almeno la licenza media inferiore.

In breve, a me che un calciatore, un ciclista, un pugile o un sumotori che venga a svolgere il proprio ruolo sportivo in Italia e che non sappia una parola del nostro (un tempo) bell’idioma, non potrebbe importare di meno, quanto invece m’importa e molto, che coloro che – in teoria – mi rappresentano in Parlamento, abbiano la capacità di esprimersi in un italiano basico, semplice ma corretto, che abbiano elementari ma sane e giuste nozioni di Geografia e di Storia e quindi non si producano in risibili, madornali errori indegni di un film di Pierino con l’immortale Alvaro Vitali.

Non dando che scarso valore ai titoli di studio, che troppo spesso attestano soltanto un certo numero di esami conseguiti e non il reale valore delle conoscenze di un individuo, mi accontenterei di ascoltare un ministro della Repubblica italiana esprimersi in un linguaggio degno del suo ruolo e non di quello di un camallo del porto di Genova, detto con il più grande rispetto per una categoria di lavoratori liguri che credo oggi non esista più. O forse si ritiene più importante che il giocatore Suárez – quello di oggi, non il mito degli anni Settanta – capisca e sappia rispondere in italiano durante una partita al proprio allenatore, di un qualsiasi ministro incapace di esprimersi in una serie di frasi che non contengano anacoluti e svarioni grammaticali tali da far pensare che non abbia neanche concluso il ciclo delle elementari?

“Sono le azioni che compiamo quelle che ci qualificano”, dice Batman, alias Bruce Wayne nel film di Christopher Nolan, e quindi sono appunto le azioni a rendere la cifra del nostro nome, non i titoli, le apposizioni e le attribuzioni e se un giocatore di calcio non sa l’italiano ma gioca bene, la cosa mi lascia del tutto indifferente; tanto credo che il pallone sia di scarsa comunicazione verbale e non avvii spesso profondi dialoghi con coloro che lo prendono a calci; al contrario esigerei che un ministro, un consigliere comunale, un avvocato, un medico o chiunque altro scrivesse e parlasse nella lingua di Dante e di Petrarca senza muovere al riso, sguaiato, chi lo stia a sentire. Vorrei leggere ordinanze comunali scritte senza errori di sintassi e di grammatica, articoli sui giornali redatti in base alla bellezza e alla complessità musicale della nostra lingua, mi piacerebbe riuscire ad ascoltare un intervento parlamentare senza annoiarmi o mettermi a sghignazzare. E noi ci preoccupiamo di un calciatore spagnolo che viene indagato per non sapere l’italiano?

E noi manteniamo sugli scranni di Montecitorio, ma anche nel più remoto paesino della Tuscia o del Supramonte, fior di ignoranti a prendersi l’emolumento mensile come assessori od onorevoli? Più che una verifica degli stati patrimoniali e giuridici di coloro che fanno politica, io personalmente imporrei il superamento di un esame di ammissione che riguardasse la capacità di saper formulare un pensiero in un italiano corretto, un piccolo esame di Storia che appurasse che il candidato sappia discernere tra Risorgimento e Rinascimento (è successo anche questo, qualche anno fa) e un altro di Geografia, necessario a capire se il soggetto sappia che Alessandria in Egitto non è la stessa cittadina del Piemonte. È chiedere troppo?

Dalmazio Frau per opinione.it

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