E’ L’ ORA DEL SUD

Ad oggi, settembre 2020, la questione meridionale andrebbe affrontata attraverso la pratica del pronunciare le cose “indicibili”!
E proprio ora, che siamo in periodo di elezioni, potremmo prendere spunto da quest’evento per stendere alcune riflessioni ad ampio raggio.

Una di queste cose indicibili è che il popolo italiano non è uniforme, ma vi è una differenza di caratteri, di indoli, che ne determina un diverso approccio alla vita, alla realtà e, di conseguenza, alla comunità e allo Stato.
Una di queste caratteristiche dal punto di vista politico-sociale che differenziano il meridionale medio, dal piemontese, o dal milanese, è l’approccio “familistico” o “da clan” alla vita comunitaria.
Un approccio che risente anche di un retroterra feudale che nel sud è più presente rispetto al nord, per fattori storici di carattere preunitario – per “clan” non si intende la sua accezione peggiore, utilizzabile nel gergo mafioso-giudiziario, bensì quella di origine gaelica, “la struttura familistica tipica delle società antiche, tribali”, dai normanni agli arabi, a dimostrazione che nel meridione sono molto presenti influenze di questo tipo.


Proprio per queste elezioni regionali vediamo, in Campania come in Puglia, che sono le famiglie a scontrarsi. E ciò avviene sia a livello macro, con le famiglie “note” che si contendono il titolo di presidente di regione o consigliere.
Ma anche a livello micro, con le varie “famiglie” presenti sui territori che direzionano il proprio voto verso questo o quel candidato.
Anche la figura di De Luca, il presidente uscente della Campania, è evocativa per questo tipo di ragionamento.
Egli rappresenta il pater familias, ‘o governator’. Una specie di sacerdote, che si impone con il carisma ascetico, secondo un modello riproposto più volte nella storia della Campania – su tutti Achille Lauro, uno dei più importanti sindaci di Napoli.

Con questo vogliamo dire che è necessaria una nuova revisione in ambito storico, culturale e politico di quella che è stata l’Unità d’Italia, una revisione che però deve avere due caratteristiche rispetto a quelle precedenti.
Deve essere la base culturale di partenza per un processo di “risveglio del meridione”, così come è fondamentale per un malato prendere coscienza della propria malattia, per vincerla e superarla!
Ma ciò soprattutto divenendo consapevole, che oltre alla cure mediche (in questo caso dello Stato), l’unico vero artefice della sua guarigione è egli stesso, il quale deve prendere in mano il suo destino e quello della sua comunità!


Secondo punto: la questione meridionale deve tenere conto obbligatoriamente dei fattori sopramenzionati, che sono di carattere squisitamente antropologico-culturale, e non basarsi solo su quelli di carattere economico-colonialista (vedi Gramsci), o divenire pretesto per sterili e vittimistici revanscismi (vedi un certo meridionalismo).
Il fine deve essere l’avanzamento del meridione in termini politici, economici, culturali e coscienziali. Un avanzamento che è possibile solo a partire dalle proprie basi.
Una avanzamento che deve portare il sud a contare in Italia al pari del nord!
“Partire dalle proprie basi”, dicevamo, e questo è un altro punto cruciale del discorso che confligge sul “come fu pensata e fatta” l’Unità d’Italia, secondo l’impostazione di revisione da noi proposta.
L’Unità d’Italia fu il frutto del principio massonico-egualitario, secondo il quale nel contesto dell’avvento dello Stato nazionale tutti i popoli, e gli uomini, sono uguali.
In questo modo, cancellata la specificità geografica e popolare, si è tentato – e si tenta! – di fare del napoletano il “piemontese del sud”.


Un principio massonico-egualitario, tipico del Risorgimento, e sul quale filosofi come René Guénon o Julius Evola avevano già dibattuto, inquadrando il volto distruttivo e antinaturale che si nascondeva dietro talune parole seducenti.
E non è un caso che oggi la ‘ndrangheta sia tornata all’ovile, riallacciando rapporti con certi ambienti massonici italiani. E non è un caso che in alcuni “giuramenti ‘ndranghetisti” si presti fedeltà a Lamarmora, Mazzini e Garibaldi.
E’ una radice unica che ha dato vita a questi fenomeni, la stessa radice che ha permesso ai piemontesi di “scendere” al sud, col sostegno di Liborio Romano (il politico massone) e Salvatore De Crescenzo, in arte Tore ‘e Crescienzo (l’allora capo della camorra napoletana).
La stessa radice che ha poi permesso alle potenze angloamericane di sbarcare in Sicilia, mettendo addirittura mafiosi alla Calogero Vizzini a capo della maggior parte dei comuni siciliani.

Fatto questo discorso, che in maniera estremamente sintetica cerca di evidenziare aspetti meritevoli di anni di ricerca storica, possiamo affermare che oggi la soluzione pragmatica sta in una vera autonomia del meridione all’interno di uno schema unitario nazionale, sempre “vero” e non fasullo!
Questo è possibile solo grazie a una rete di infrastrutture che deve essere conclusa o cominciata, e che preveda servizi e industrie.
Da recuperare quelle preunitarie volte alla “produzione per la produzione”, e non solo “per il consumo”, che allargherebbero la rete economica internazionale del sud. Interessante l’ipotesi di sgravi fiscali per coloro che vogliono godersi la pensione nelle terre meridionali.


Assolutamente da regolarizzare il movimento migratorio verso il nord. In un quadro di sviluppo di “tutto” il territorio nazionale, si emigra solo in casi straordinari (lavori altamente professionali, ricerca scientifica, cultura, arte, ecc.)
Questi provvedimenti possono avvenire solo con uno Stato centrale sovrano, che possa spendere denari pubblici per il suo popolo e non per pagare le assurdità tecno-finanziarie dell’Eurozona.
Un principio di sovranità, che inevitabilmente deve ripristinare il potere dello Stato al sud, e per farlo deve investire in risorse, uomini e strategie nella lotta alla criminalità organizzata.
Creare una legislazione apposita per un fenomeno che va equiparato al terrorismo o all’occupazione del territorio nazionale ad opera di una potenza straniera.
Prendere in considerazione vari provvedimenti, come revocare la patria potestà alle famiglie mafiose, e pensare anche a pene diverse da quelle carcerarie – su tutte il lavoro socialmente utile e coatto (pensiamo alla bonifica della cosiddetta “Terra dei fuochi” in Campania).
Un intervento che comprenda un percorso di evoluzione culturale, mandando squadre di educatori, psicologi, sociologi, sportivi, uomini di chiesa e di spirito nei quartieri disagiati, nelle scuole, nelle piazze in una gigantesca opera civilizzatrice.
Un intervento che metta in conto, e veniamo all’ultima delle cose indicibili, un inevitabile “confronto” con la mafia, sapendo che essa non è un fenomeno casuale, ma che probabilmente si annida nella mentalità e nella struttura antropologica di alcune fasce (poche per fortuna) della popolazione meridionale.
Un’“istituzione specifica del sud Italia”, della quale già disquisiva il giurista Santi Romano, che come tale va accettata per essere, oltre che repressa, “armonizzata” con il resto della composizione sociale del paese.


Reprimere ma anche concedere qualcosa! Facendo emergere o istituzionalizzando alcune pratiche di ambito illegale o paramafioso, come il contrabbando di sigarette o la produzione e il commercio del “falso” di grandi firme (es. nell’ambito dell’oggettistica, dell’abbigliamento, ecc.), scaricando così i danni sui gruppi multinazionali
Concedere un po’ di autonomia insomma! “Feudalesimo per feudalesimo” andrebbe ripreso il principio governativo di un grande sovrano meridionale: Federico II.
Un principio squisitamente imperiale, che all’interno di un “centro” politico, culturale e valoriale ben determinato, lascia libertà vitale e autorganizzativa alla “periferia”.
Ripristinare la sovranità statale, dunque, pur sapendo che taluni fenomeni non scompariranno, per riportare questi fenomeni sotto la direzione dello Stato, diversamente da quanto si sta verificando negli ultimi anni (vedi seconda repubblica), dove le organizzazioni criminali hanno avuto la forza di mettersi letteralmente “il paese fra le mani”!

Roberto Siconolfi

1 Commento su E’ L’ ORA DEL SUD

  1. L unità è stata fatta principalmente per succhiare ricchezze al sud, non credo che lo sviluppo che potremmo fare c’è lo farebbero fare quindi dato che riceviamo rapine dallo stato dal giorno in cui è avvenuta l unità, vil no al vittimismo è perfetto anche se non si devono dimenticare tutti i soprusi ricevuti

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