NE’ PECORE NE’ LUPI

“Diffondete una notizia falsa e ripetetela in continuazione, alla fine la gente crederà che sia vera” sosteneva Vladimir Ilič Uljanov, in arte Lenin. Ma aveva ragione?

Qualsiasi tentativo deliberato e sistematico di seminare idee e informazioni per plasmarne le percezioni, manipolarne le cognizioni e dirigere il comportamento di terzi per realizzare o promuovere il proprio scopo, è sempre destinato a fallire se è privo di contenuto e non rispecchia la realtà dei fatti.

Spesso l’attività di propaganda, per risultare più efficace, tende a fare leva sulla paura rivolgendosi non alla ragione ma all’inconscio e all’irrazionale. Questo solitamente accade quando la propaganda è priva di contenuti e basata su idee infondate e informazioni false. Nonostante ciò, anche se può sembrare avere successo inizialmente, l’esperienza ci insegna che realtà e contenuti vincono sempre mentre la propaganda, qualora priva di contenuti, è destinata a fallire.

Gli studi sugli effetti della comunicazione illustrano il modus operandi della propaganda e, contraddicendo Alexis de Tocqueville, secondo cui: “un’idea falsa, ma semplice, ha molte più possibilità di esser creduta vera rispetto ad una vera, ma complessa”, indicano tra le condizioni necessarie al successo della propaganda diversi fattori tra i quali spicca la veridicità dei contenuti.

Lo stretto legame che intercorre tra il successo della propaganda e la realtà dei fatti assume un ruolo ancora più importante in questa occasione di crisi, che rende necessario coinvolgere in un’unica direzione la volontà del popolo.

Ma come abbiamo detto, la propaganda, se utilizzata in modo eccessivo, non funziona più. Realtà e contenuti vincono sempre.

Tuttavia, contenuto e realtà sono condizioni necessarie ma non sufficienti per l’efficacia della propaganda. Per poter essere e rimanere al comando di un paese, come di qualsiasi altra organizzazione dove il consenso è importante, si deve avere autorevolezza e per avere autorevolezza bisogna fare leva sulla forza della ragione.

Il riconoscimento di autorevolezza, d’altra parte, è lo snodo decisivo per qualsiasi funzione di responsabilità e comando.

Questo implica la perdita di autorevolezza di quei leaders o partiti che basano le proprie attività di comunicazione solo su slogan e attività soggettive, anche se queste ultime non sono prive di contenuti. Una volta persa la propria autorevolezza, leaders e partiti verranno comunque seguiti dai propri partigiani – coloro che seguono una parte a prescindere da ciò che si dice – e dai fondamentalisti, ritrovandosi così accerchiati da analfabeti funzionali che credono di aver ragione. D’altra parte quando si forma una massa la capacità di ragionamento e comprensione dei fatti necessariamente si abbassano.

In secondo luogo, essere un leader politico significa, innanzitutto, esprimere valori condivisi preoccupandosi di fare piuttosto che apparire, e perseguire il consenso e non la semplice fiducia tenendo sempre in mente che le iniziative di governo sono normalmente impopolari in quanto difficilmente proiettate a produrre vantaggi nel breve e talvolta nel medio termine.

Quando le promesse non si realizzeranno, i sostenitori saranno pronti a cambiare opinione e partito, semmai rapiti dal fascino e dalla capacità comunicativa di un nuovo aspirante leader, pronto a colmare le delusioni del precedente. 

Se al tempo di Berlusconi si era compreso che attaccarlo non faceva altro che accrescere il suo consenso dal momento che tali attacchi non avevano contenuti oggettivi, la stessa situazione l’abbiamo vista con Salvini. Per mesi, i costanti attacchi da parte di leaders italiani e stranieri, non solo gli hanno fatto conquistare l’attenzione dei maggiori mass media ma hanno anche hanno fatto crescere in modo esponenziale i suoi consensi. Non è un segreto: “molti nemici, molto onore” ma anche tanto consenso. Oppositori pronti ad attaccare da mattina a sera rappresentano un grande regalo per qualsiasi leader politico in grado di girare a proprio favore gli attacchi che riceve.

Perché allora si usa la stessa tattica sbagliata con Conte? Lasciamo questa azione a chi sa fare satira. Usiamo la strategia di von Moltke “marciare divisi per colpire uniti”.

Invece di attaccare su questioni interpretative vi sono fatti reali su cui controbattere. Certo la massa non capirà ma seguirà il pastore come le pecore e si accrescerà la legittimità del pastore anche negli ambienti culturali dove oggi pochi per non dire pochissimi guardano al cdx. 

Insomma, per dirla con le parole del papà di Chris Kyle in “American Sniper” di Clint Eastwood:

“Ci sono tre tipi di persone a questo mondo: le pecore, i lupi e i cani da pastore. Ci sono persone che preferiscono credere che nel mondo il male non esista. E se mai si affacciasse alla loro porta, non saprebbero come proteggersi. Quelle sono le pecore. E poi ci sono i predatori, che usano la violenza per sopraffare i deboli. Quelli sono i lupi. E poi ci sono quelli a cui Dio ha donato la capacità di aggredire e il bisogno incontenibile di difendere il gregge. Questi individui sono una specie rara, nata per affrontare i lupi. Sono i cani da pastore. In questa famiglia noi non alleviamo pecore, e io vi ammazzo a cinghiate se diventate dei lupi (…) “

Beatrice Mantovani

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