“SIAM PRONTI ALLA MORTE”! MA NASCOSTI SUI BALCONI

Una premessa è doverosa: da uomo, da cristiano e da lombardo non posso che provare dolore di fronte alla morte che sta falcidiando la nostra terra ed il nostro popolo. Ma, proprio perché amo la mia terra e la vita, cerco di pensare anche alle conseguenze che possono derivare da reazioni non ponderate. E per farmi capire meglio, per scuotere chi legge, dovrò usare toni provocatori, tipicamente talebani.
Ebbene, c’è un fatto che l’uomo borghese sembra non aver colto: la morte è un elemento che nessuno potrà mai eliminare. Non potrà eliminarla la scienza e nemmeno la politica o la giustizia. Ma l’Occidente secolarizzato sembra non averlo ancora compreso e vive con il persistente terrore di essa.

Non è un caso che siano spesso gli anziani, che la cronaca effeminata definisce “furbetti”, a fregarsene maggiormente delle norme anti-contagio.E se ne fregano principalmente per tre motivi: in primo luogo, perché si rendono conto che la sicurezza di immobilismo e sedentarietà possono costituire un pericolo uguale o maggiore del rischio di contrarre il Coronavirus (i danni che un certo stile di vita provoca sono ben noti alla medicina); poi, perché non hanno l’illusione, come molti giovani colti e “non analfabeti” hanno, che il pericolo scompaia poco dopo lo stop alle restrizioni da parte del governo; infine, perché la loro personalità si era formata in un’epoca in cui vigeva ancora un barlume di ancien régime, dove la percezione della morte era assai diversa.

Per rendere l’idea: oggi si pensa che un uomo preferisca arrivare a 100 anni in un ospizio, sedato e rimbambito, piuttosto che a 90 ma attorniato dai suoi famigliari. Un esempio, per chiarire come i nostri contemporanei non abbiano più la percezione del senso della nostra esistenza.
Sia chiaro, questo non è affatto un inno alla morte. Anzi, chi mi conosce, e conosce “il Talebano”, ben sa che portiamo e porteremo avanti fino allo sfinimento un pensiero volto alla difesa della vita e della sacralità che la circonda. E proprio perché siamo, volgarmente detti, “pro-life”, riteniamo sia pericoloso forzare la natura, nell’aborto e nel suicidio assistito, così come nelle “politiche di contenimento”.

Ci preme quindi sottolineare che esiste un forte rischio di spianare la strada a minacce ben peggiori del Coronavirus: nessuno si è mai chiesto quanti morti possono causare povertà e suicidi dovuta alla chiusura delle attività lavorative? Quanti ne può fare la sedentarietà? Quanti la depressione e la psicosi? Il problema è la scarsità di lungimiranza. Nessun esperto si pone queste domande. E allora ha senso opprimere le persone per un virus che, se va bene, continuerà a colpire per un annetto ancora? Quando a giugno si scoprirà che il lockdown non è servito a nulla, che si farà, un nuovo lockdown? E perché spingere alla delazione, dando a colpa ai “furbetti” alla ricerca di ossigeno (naturale, ndr), mentre i responsabili dell’attuale disastro, ossia i tagliatori di fondi alla sanità e i timorati della chiusura delle frontiere oggi si ergono a grandi statisti del nulla? Non è stato possibile organizzare una strategia alternativa basata sui tamponi e sul contenimento strategico delle persone più fragili?

E poi, che ne sarà del futuro? Eviteremo di avvicinarci, non ci riconosceremo più come esseri umani e ci accontenteremo di essere algoritmi o di incontrarci su Skype?

Domande, alle quali non sempre si possono avere risposte, ma che è doveroso porsi. E se la borghesia oggi spinge a cantare “siam pronti alla morte”, sembra proprio che essa sia la prima a non esserlo.  Forse, è dello “stringiamoci a coorte” che ha ancor più terrore.

Lorenzo De Bernardi

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