IL NEMICO ALLE PORTE

Il sequestro a Genova della nave mercantile Bana battente bandiera libanese, sulla quale la locale Procura ha aperto un’inchiesta, arrestando lo scorso 20 febbraio il comandante Joussef Tartoussi ha confermato ancora una volta le violazioni da parte della Turchia degli accordi internazionali sulla Libia. I membri dell’equipaggio sono stati infatti accusati di aver fornito a Tripoli armi provenienti da Ankara.
Subito dopo l’arresto, la nave è stata perquisita e gli inquirenti hanno proceduto agli interrogatori dei membri dell’equipaggio. Il capitano dell’imbarcazione ha dichiarato alle autorità italiane di aver caricato le armi nel porto turco di Mersin e di averle scaricate presso la capitale libica. Il carico era composto da carri armati, cannoni, mitragliatrici e sistemi antiaerei. Una volta salpata dalle coste dell’Anatolia meridionale la nave avrebbe dovuto dirigersi a Genova, ma i militari turchi presenti a bordo hanno imposto che facesse scalo prima a Tripoli, accampando motivi tecnici. Secondo quanto riferito dal Procuratore Capo di Genova Francesco Cozzi, in un primo momento Tartoussi avrebbe cercato di negare le circostanze, provando anche a influenzare le testimonianze rese dai suoi uomini, salvo poi alla fine ammettere le circostanze.

Il governo guidato da Recep Tayyip Erdogan ha dunque nuovamente disatteso gli accordi sottoscritti al termine della Conferenza di Berlino tenutasi lo scorso 19 gennaio e il suo sostegno al Governo di Accordo Nazionale (GNA) di Fayez al Sarraj continua ad essere foriero di numerosi problemi: i morti causati dagli scontri sul suolo libico, una nuova ondata di migranti illegali diretti verso le coste meridionali dell’Europa e il protrarsi della lucrosa attività dei trafficanti di esseri umani.

Violazioni dell’embargo e violazioni della tregua

La principale accusa rivolta alla leadership turca è la sistematica violazione dell’embargo sulle armi dirette in Libia imposto dalle Nazioni Unite. Un’accusa che riguarda anche la Giordania e gli Emirati Arabi Uniti. Ignorando quanto stabilito nei colloqui tenutisi a Mosca e a Berlino, Ankara continua a rifornire illegalmente le milizie al servizio del governo di Tripoli. Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha più volte chiesto l’applicazione di sanzioni più severe nei confronti di quei paesi che contribuiscono ad alimentare il conflitto armato in Libia. “L’Italia ha piena fiducia nel ruolo positivo che l’Europa può giocare. È chiaro – ha affermato Di Maio in un’intervista al Messaggero – che come Italia siamo chiamati a giocare un ruolo centrale per la stabilizzazione della Libia, ma è necessario poter contare sul sostegno dei nostri partner. Ed è altrettanto opportuno che si lavori anche per sanzionare chi continua ad alimentare la guerra in Libia. Al momento delle sanzioni sono previste dall’embargo Onu ma bisogna fare in modo che siano rispettate”.

Proprio in relazione alle persistenti violazioni dell’embargo da parte della Turchia, l’Unione Europea ha avviato una missione speciale volta a controllare il traffico di armi nel Mediterraneo. Questa iniziativa ha provocato la violenta reazione del GNA, che ha deciso di interrompere la propria partecipazione ai negoziati di Ginevra.
Tutti i firmatari del documento finale della Conferenza di Berlino si erano impegnati a non interferire nel conflitto militare libico, a sostenere il cessate il fuoco, a rispettare l’embargo sulle armi e a sostenere il processo di pace delle Nazioni Unite. Ma il GNA ha deciso unilateralmente di ritirare la propria delegazione a Ginevra, in particolare dalle sedute riguardanti il mancato rispetto dell’embargo da parte di Ankara.
Contestualmente ci sono state ripetute violazioni del cessate il fuoco commesse dalle milizie di Sarraj.

Il ricatto migratorio

L’Italia ha varie ragioni per essere insofferente nei confronti della politica mediterranea di Erdogan. Ad esempio la reazione di Roma verso il mancato rispetto degli accordi in Siria da parte della Turchia è stata molto dura: l’ambasciatore turco è stato addirittura convocato alla Farnesina, che ha definito “inaccettabili” gli atteggiamenti di Ankara.
Anche le opposizioni, con Matteo Salvini in testa, hanno aspramente criticato l’attivo sostegno ai Fratelli Musulmani di cui si fa promotore Erdogan, con particolare riferimento ai rischi connessi al diffondersi del fondamentalismo islamico in un’Europa sconvolta da un’immigrazione di massa incontrollata. Proprio Salvini, in occasione della visita in Italia del presidente turco nel 2018, lo aveva accusato di essere alla guida di un vero e proprio regime islamico sanguinario e liberticida. Nell’ottobre del 2019 il leader della Lega aveva poi chiesto all’Unione Europea di interrompere l’erogazione di aiuti economici alla Turchia per non rendersi complice dei crimini di Erdogan.

D’altronde l’intera problematica che vive l’Italia a causa dei continui sbarchi di migranti provenienti dalla Libia, ai quali Salvini ha cercato di porre un argine nel periodo in cui è stato al governo, è collegata non solo, in generale, al caos che regna in Libia, ma anche all’attività di trafficanti di esseri umani esercitata da alcune milizie collegate ai turchi e ai Fratelli Musulmani. Inoltre il governo di Sarraj rifiuta ormai qualunque forma di collaborazione finalizzata al contenimento dei flussi migratori sulla rotta mediterranea e nega esplicitamente la possibilità che i migranti africani possano essere trattenuti in Libia, come ha riferito, direttamente a Di Maio, Fathi Bashagha nel corso di un incontro svoltosi a Tripoli il 13 febbraio scorso. Una vera e propria spada di Damocle che incombe sull’Italia e sull’Europa, stando ai dati dell’OIM secondo i quali sarebbero 600.000 i migranti illegali pronti a partire dalle sponde libiche diretti verso nord.

Il doppio canale italiano

In una prima fase, e per lungo tempo, l’Italia ha sostenuto il governo di Sarraj, ma alla luce dei recenti sviluppi, il governo sta cercando di correggere il tiro, provando a giocare su due tavoli, attenuando il supporto finora accordato al GNA e mostrando aperture nei confronti del generale Kalifa Haftar (con il quale, peraltro, i contatti non si erano mai del tutto interrotti). Non a caso a gennaio il premier Giuseppe Conte ha ricevuto a Roma il generale Haftar, trattenendosi a lungo a colloquio con lui, pur non mancando di continuare ad esercitare pressioni verso il GNA, soprattutto attraverso il ministro degli Esteri Di Maio, affinchè venga rispettato il cessate il fuoco concordato a Berlino. “L’Italia sarà determinante in ogni scelta europea. Nessuno come noi conosce la Libia, nessuno come l’Italia ce l’ha a poche centinaia di chilometri dalle proprie coste. C’è un rischio terrorismo che non possiamo sottovalutare, Paesi che ignorano la pace e che continuano ad armare le parti sul terreno. Non possiamo accettarlo”.

Dopo aver ribadito attraverso queste dichiarazioni diffuse su Facebook da Di Maio la propria intenzione di continuare a giocare un ruolo da protagonista nel contesto libico e aver, di fatto, stigmatizzato i comportamenti turchi, l’Italia ha rafforzato ulteriormente il proprio approccio inclusivo nei confronti di tutti gli attori impegnati nel conflitto libico, caratterizzandosi per l’impegno a dialogare con tutte le parti in campo. Diverso l’atteggiamento di Matteo Renzi, che ha criticato le iniziative di Conte, attaccando duramente Ankara: “Non permetteremo a Erdogan e ai turchi di sostituirci come interlocutori in Libia”, ha affermato in un’intervista al Corriere della Sera del 12 gennaio il leader di Italia Viva. “A me non interessa chi incontra Conte a Palazzo Chigi: a me interessa che l’Italia non perda la leadership nel Mediterraneo”

Tra Italia e Turchia aumentano i contrasti

L’Italia è stata per anni il principale sponsor di Sarraj, soprattutto a causa dei suoi storici interessi economici in Tripolitania. In questo senso l’ENI ha fortemente condizionato l’approccio al problema libico dei governi italiani che si sono succeduti. Ma il protagonismo turco nel contesto mediterraneo e l’aumento dei motivi di frizione, stanno portando Roma a rivedere profondamente le proprie posizioni, come dimostrano le prese di posizione ufficiali. A gennaio, ad esempio, Di Maio e il suo omologo greco-cipriota Nikos Christodoulides rilasciavano una dichiarazione congiunta in cui veniva violentemente attaccato l’accordo marittimo concluso tra Turchia e GNA, definito “inaccettabile”, in quanto “viola il diritto internazionale e i diritti sovrani di altri paesi”. I due ministri non mancavano, inoltre, di invitare l’UE a imporre sanzioni contro individui e società coinvolte nella perforazione di pozzi finalizzati all’esplorazione di nuovi giacimenti di gas nella zona economica cipriota.

Per l’Italia d’altronde, è essenziale continuare ad esercitare la propria influenza sulla Libia, innanzitutto per preservare i propri interessi economici, e la Turchia si pone con le proprie iniziative come un oggettivo pericolo, che rischia di compromettere anche gli investimenti programmati e in corso da parte di ENI. D’altra parte il nostro paese già subisce dal 2011 l’ingombrante concorrenza della Francia in quello che un tempo era l’”orto di casa” ed è fondamentale evitare di rimanere schiacciati tra la tradizionale “grandeur” parigina e la visione neo-ottomana, e dunque intrinsecamente anti-europea e anti–italiana, di Erdogan.

Alberto Santoni per ilprimatonazionale.it

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