ELOGIO DI UN TERRORISTA

La parola chiave di questa vicenda è una: terrorista.
Terrorista è, secondo la Treccani, chi fa uso di violenza illegittima per incutere terrore nei membri di una comunità organizzata e destabilizzarne l’ordine mediante azioni quali attentati, rapimenti e dirottamenti di aerei.
Il 3 gennaio, a Baghdad, su ordine diretto del presidente Trump, il comandante iraniano Qasem Soleimani è stato ucciso mediante l’attacco di un drone. L’azione è stata giustificata proprio in quanto finalizzata ad eliminare un “terrorista”.

Subito la galassia neocon non ha esitato ad accodarsi alla narrazione americana, esultando perché il presidente difensore dei valori dell’Occidente aveva eliminato una pericolosa minaccia per la sicurezza dei cittadini americani, lodando il ruolo degli Usa, garanti della pace contro il mostro arabo (e quindi musulmano e quindi terrorista), nella consueta semplificazione propagandistica che ha bisogno di buoni e cattivi.  

Ma chi era veramente Soleimani? Nato in una famiglia povera in un villaggio vicino all’Afghanistan, si arruola nelle Guardie Rivoluzionarie subito dopo la rivoluzione del 1979 e da lì inizia la sua carriera militare.
La prima volta che la stampa occidentale si interessa a lui è in occasione della guerra civile in Siria: qui è al comando della forza al Quds (Gerusalemme), l’unità dei Pasdaran che si occupa delle operazioni extraterritoriali e che Soleimani guida dal 1998, inviata dalla Persia per contrastare i terroristi, questi sì, dell’Isis. Qui si mette in luce la sua abilità diplomatica: contro il Califfo riesce a tessere una serie di alleanze tra differenti popoli e religioni, riuscendo a ribaltare una situazione che sembrava ormai irrecuperabile: nel 2014, mentre Al Baghdadi annuncia la nascita del Califfato, in diretta televisiva promette che lo avrebbe sconfitto entro tre anni, diventando quindi l’immagine e la speranza di quanti si opponevano allo Stato Islamico. è lui il primo ad organizzare le milizie dell’Unione Patriottica Curda ed è sempre lui a creare le Forze di Difesa Nazionali, composte da volontari di tutte le religioni, compresi molti cristiani. Sempre grazie ai suoi sforzi entrano in guerra anche gli Hezbollah libanesi e viene organizzato un intervento coordinato con la Russia.

Sempre nel 2014 in Iraq, dove coordina le milizie sciite, respinge con successo gli attacchi jihadisti, impedendo a Daesh di sconfinare nel resto del Medio Oriente.
È sotto il suo comando che Maloula, la città simbolo dei cristiani di Siria, viene liberata e saranno proprio i suoi soldati, in maggioranza mussulmani sciiti, a innalzare di nuovo la grande croce che dominava il villaggio e a mettere fine al massacro che aveva decimato la popolazione locale.
Pragmatico, religioso e carismatico, considerato esponente dell’ala meno ideologica e politicizzata del regime di Teheran (e in molti dicono che la sua morte di fatto aprirà la strada alle frange più aggressive della politica persiana) continuerà a spostarsi tra Siria e Iraq, ingaggiando quasi una guerra personale contro Daesh, senza esitare a presentarsi sul campo di battaglia, rischiando anche di persona e subendo diversi attentati da parte dei Jihadisti.
Come ricorda Sebastiano Caputo, girando per Siria e Iraq spesso ci si imbatteva nella sua foto esposta nelle botteghe, con accanto stampata la scritta “anti-terrorism”. Un particolare che oggi può sembrare tragicamente ironico.
Così come è tragicamente ironico il fatto che adesso in tanti stiano esultando per l’azione di Trump che, secondo loro, così facendo ha difeso l’Occidente e i suoi valori cristiani dal pericolo islamico.

Perché il punto è quello: l’ipocrisia di un Presidente premio Nobel per la pace che getta bombe sulla Siria, creando caos e instabilità e favorendo l’avvento dell’Isis; l’ipocrisia di un Presidente che parla di valori cristiani da difendere contro il terrorismo islamico e poi non si fa problemi a stringere accordi economici con i governi più integralisti del mondo mussulmano, perché siamo pronti a indignarci se qualcuno tocca il presepe (anche giustamente), ma non ci facciamo problemi ad andare a fare partite di calcio in stati che sostengono apertamente gruppi Jihadisti; l’ipocrisia dei sovranisti, per cui evidentemente la nostra sovranità finisce dove decidono gli Usa, e noi non possiamo fare a meno che accodarci e subire le decisioni di Washington, esibendo inoltre un immotivato entusiasmo. Senza dimenticare che se si è sovranisti lo si è sempre: definirsi tali e uccidere il comandante generale di uno stato sovrano che si trova in un altro stato sovrano non è molto coerente. Oltre a essere una palese violazione di ogni trattato e legge internazionale.

Da ultimo, l’ipocrisia di tanti che tifano per lo scontro di civiltà tra Cristiani e Islamici, ma poi quando qualcuno minaccia davvero i propri fratelli di fede non muove un dito, mentre se oggi ancora, dopo duemila anni, il Cristianesimo resiste in Siria è solo per merito di tanti Allawiti, Drusi, Sciti e Sunniti che hanno dato la vita per combattere lo stato Islamico, combattendo fianco a fianco con i Cristiani.
La verità, è che se oggi a Damasco, Aleppo e in tutta la nazione il Cristianesimo sopravvive è solo per merito di Qasem Soleimani. Un militare. Un uomo di stato. Non un terrorista.

Andrea Campiglio

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