L'ERA DEL DRAGONE

Una delle terminologie più frequenti quando si affronta l’argomento “Cina” è, senza ombra di dubbio quello di “con caratteristiche cinesi”. Una frase che vuol dire tutto e non vuol dire nulla, sinonimo di una psicologia politica intrapresa da Pechino che l’ha aiutata a salvaguardare il proprio establishment politico-istituzionale.

L’affermazione “con caratteristiche cinesi” permea quindi la politica cinese da qualsiasi lato la si guardi. Ma da dove nasce questo termine? E soprattutto, che impatto avrà per il mondo che Pechino immagina?

L’establishment cinese – sia per sopravvivenza che per gestione dei propri affari interni e internazionali- ha fatto spesso ricorso a rivisitazioni lemmatiche. Emblematico il caso di Deng Xiaoping che mise in correlazione la gravità del lavoro degli intellettuali a quello degli operai e dei contadini, equiparando quindi il lavoro intellettuale a quello manuale. 

Con l’apertura alle logiche di mercato e verso gli Stati Uniti di Nixon, Deng Xiaoping dovette a tutti costi mettere in salvo il socialismo cinese e la sua sovrastruttura politica. Il pericolo di “un’aggressione” estera alle aziende cinesi era troppo grande. Fu lo stesso Deng a coniare, durante il XII congresso del Partito comunista cinese nel 1982, il concetto di “socialismo con caratteristiche cinesi”, un socialismo dall’interpretazione non ortodossa e dogmatica, ma una rilettura in base alle necessità storiche che il popolo cinese aveva in quel momento.

Bisognerà però aspettare l’arrivo di Xi Jinping e la 18esima seduta plenaria del Partito comunista cinese del 2012: la dottrina viene inserita nella costituzione e la locuzione “con caratteristiche cinesi” diventa ufficialmente perno della governance di Pechino e delle politiche di Xi.

Così come in economia, anche in politica estera si è resa necessaria l’interpretazione “con caratteristiche cinesi”, se non altro per dimostrare al mondo la nuova politica di potenza pechinese, riscattando così il “secolo di vergogna” che la Cina subì per gran parte del XIX e XX secolo.

Secondo il presidente Xi, questo riscatto può realizzarsi soltanto proiettando la potenza cinese -sia essa militare o economica- al di là degli Urali, degli Stan countries: ovvero spezzando quella morfologia geografica che nei secoli ha reso impossibile qualsiasi possibilità di espansione oltre i tradizionali confini del Regno di Mezzo. 

Contravvenendo quindi alla tradizionale politica di non interventismo negli affari interni degli altri Stati (reminiscenza della conferenza di Bandung del 1955), Xi Jinping, nell’Ufficio delle Nazioni Unite a Ginevra nel gennaio 2017, pronuncia un’ode al multilateralismo impensabile per un capo di stato cinese. Un’apertura al multilateralismo che potrebbe riempire il vuoto lasciato dall’isolazionismo della Casa Bianca. Infatti, i tagli che Washington ha attuato contro gli organismi delle Nazioni Unite e delle organizzazioni internazionali in generale hanno avuto come effetto l’immissione di capitali statali cinesi, portando quindi Pechino ad essere il secondo contributore economico per le Nazioni unite. 

Le  ansie di Washington non si riflettono soltanto sull’aumento degli investimenti cinesi all’Onu (che sono comunque poco più della metà di quelli statunitensi), ma quanto il progetto della nuova Via della Seta possa minare le relazioni politiche con i partner europei e gli altri stati tentati da una, secondo le parole del presidente Xi, win-win cooperation in salsa cinese. 

Ne sono un esempio lampante l’iniziativa 16+1tra la Cina e i Paesi dell’Est Europa, e l’adesione di alcuni stati fondatori dell’Unione europea (tra cui l’Italia) alla Via della Seta.

Il timore di Washington e dell’Ue è soprattutto di carattere politico: che senso ha costruire una complessa architettura istituzionale, se poi attori economicamente in forza portano squilibrio e incomprensioni all’interno? Il quesito non è di facile risposta, visto e considerato la necessità che hanno alcuni stati europei di portare fondi e investitori stranieri. E i cinesi, inutile negarlo, hanno fondi da investire in quantità più che ingenti.

La nuova Via della Seta, quindi, oltre che ad esportare fondi e manodopera cinese, farà da testa di ponte per garantire e affermare il peso politico di Pechino nel mondo. 

Da sempre estranea alle dinamiche bellicose oltre i propri confini – se non per alcuni episodi di interventismo durante la guerra in Vietnam e Corea – la Cina adesso ha ufficialmente una base militare a Gibuti e una non ufficiale nel corridoio di Wakhan (tra Tajikistan, Afghanistan e Cina). Nodi strategici di altissima rilevanza lungo la Via della Seta. Inutile dirlo: la Cina sa che per difendere i propri interessi economici, non solo è necessario instaurare proficui accordi bilaterali con le Nazioni coinvolte, ma è soprattutto necessario sapersi difendere con l’uso della forza militare. 

Pechino, con una rimodulazione saggia e concreta della propria ideologia, è riuscita nel corso di pochi decenni ad affermarsi come potenza egemone in grado di mettere in discussione la Pax americana. Da regime comunista ortodosso a Paese iper-capitalista, è riuscito a mantenere saldo il proprio establishment e -soprattutto- la propria architettura istituzionale, tramite un’ingegnosa rivisitazione dottrinale.

Sebbene il mondo occidentale abbia cercato in tutti i modi di modificare l’assetto politico cinese (l’ingresso nel WTO ne è forse il caso più emblematico), sembrerebbe quasi che sia esattamente l’opposto. I più importanti veicoli di soft power statunitense, l’ultima in ordine cronologico è la National Basket Association, sembrano non riuscire ad imporsi ideologicamente, dovendo fare un passo indietro e ritirando la condanna politica per la gestione cinese delle proteste di Hong Kong

Sembrerebbe quindi che i valori occidentali subiscano una clamorosa frenata quando ad essere in gioco sono gli interessi con la Cina. Se gli Stati Uniti di Donald Trump continueranno la loro politica di disimpegno, e il ritiro di mille soldati statunitensi dal nordest siriano ne sono l’ennesima prova, le sempre più accentuate ambiguità politiche europee e la vicinanza che i paesi delusi dagli Stati Uniti gli stanno mostrando, Pechino, con la sua Via della Seta, potrebbe essere in grado di formare una visione del mondo con caratteristiche cinesi, una visione che facilmente potrebbe adattarsi senza troppi traumi, sostituendo così quella americana. 

Riccardo Tarantelli per insideover,com

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