CATTIVI MAESTRI?

Quasi 75 anni sono trascorsi dalla fine della guerra, e quindi dalla fine dell’esperienza del fascismo italiano ed europeo. Non vogliamo affrontare in questo pezzo la drammatica situazione sociale e culturale che l’americanizzazione dell’Europa ha contribuito a creare, né parleremo dell’incapacità dei progressisti di sinistra, sempre più poveri di argomenti, di realizzare che il fenomeno del fascismo non è più ripetibile. Perché se, appunto, di questo tema abbiamo scritto più e più volte, riteniamo che sia anche ora di debellare un altro cancro ideologico-nostalgico. Quello del fascismo, penserete? Macché! Quello esisteva probabilmente nel dopoguerra e ha raggiunto il suo culmine negli anni Settanta. Ormai possiamo affermare senza problemi che è effettivamente stato superato, ed in questo i nostalgici dell’antifascismo hanno da imparare.

Rimane tuttavia un’altra forma di nostalgismo, deleteria per la società: il nostalgismo degli anni Settanta vissuto da “destra”, caratterizzato, tra le altre cose, da un’ossessiva distinzione tra un “noi” e un “loro”, da una volontà di mostrare una certa purezza, da un ripetitivo autoinvitarsi a “riprendersi tutto”, da una certa omologazione anche nel look, eccetera.
Probabilmente, nel fascismo era insito uno spirito troppo avanguardista per essere colto a fondo, perciò, come ci chiede la società dell’apparenza, occorre qualcosa di più immediato, meglio ancora se una comoda minestra già scaldata, mediante la quale poter ostentare un’essenza dura e pura.

Ostentazione che diventa la principale strada seguita, a discapito dell’impegno ad intraprendere una battaglia spirituale, che implica prima di tutto una certa libertà da ideologie utili solo, di fatto, a curare la propria immagine. Chi si ritiene ossessivamente più puro rappresenta infatti l’altra faccia della medaglia di chi si ritiene più buono. E questa è la chiave che di fatto mostra una certa affinità tra neofascismo ed antifasicsmo. Il culto dell’io, e quindi dell’individuo, sebbene camuffato da un’aggregazione che non sempre è vera comunità, vince qui esattamente come nel mondo liberale.

La constatazione che nessuno di noi è senza peccato e che è necessario combattere in primis per ripristinare un’egemonia valoriale ben più importante di un’ideologia sembra non essere minimamente sfiorata da essi.
“Con le mani quando volete!”, trapela dai loro slogan, come per mostrare una natura guerriera nobile, che non ha bisogno di ricorrere alle armi da fuoco per mostrare il proprio coraggio. Questa pare l’unica forma di combattimento contemplata. Sì, ma per quale fine esattamente? Quale idea è per costoro così sacra da richiedere il ricorso allo scontro fisico? Certe battaglie ideali e valoriali si possono vincere solo con le capacità mentali, poi, se necessario, per difesa, personale e della propria comunità, si potranno usare le mani e altro, se le circostanze ed il bene comune lo richiederanno. Ma spesso queste vengono mosse solo perché si vede scardinata pubblicamente l’immagine di integrità morale che ci si vuole costruire. Diventa quindi una battaglia personale.

Benissimo, o forse no, ognuno faccia come meglio crede. Ma non si confonda questo con una battaglia ideale, con una sacralità da riportare e una guerra epocale da vincere contro un sistema che ci vuole schiavi e consumatori, oltre che, touché, divisi ideologicamente. “Divide et impera”, diceva qualcuno. Ed il dualismo neofascismo-antifascismo ne è la dimostrazione.
Se è perciò legittimo e doveroso tendere una mano a chi rimane indietro, non è invece legittimo e doveroso tenderla a chi vuole rimanere indietro, ossia coloro che vogliono inquinare l’ideale con l’ideologia.

Lorenzo De Bernardi

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