“L’Unione Europea senza gli inglesi sarà costretta a ripensarsi”

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Conversazione con Henri de Grossouvre, esperto di geopolitica e autore del saggio Paris Berlin Moscou.

 


Esperto di geopolitica e di questioni strategiche, responsabile delle relazioni istituzionali di una grande corporation francese, Henri de Grossouvre, noto in Italia soprattutto grazie al suo saggio Paris Berlin Moscou, è un fervente sostenitore di un’Europa unita, politicamente e militarmente, oltre che economicamente.


LIMES I governi degli Stati membri dell’Unione europea, dopo lunghe e articolate trattative, hanno definito coloro che saranno chiamati ad occuparne le posizioni di vertice. In particolare, la scelta di nominare Ursula von der Leyen presidente della Commissione e Christine Lagarde presidente della Bce sembra confermare la solidità e la forza dell’asse franco-tedesco e la sua inattaccabile leadership politica. È davvero così oppure l’essersi dovuti esporre con propri nomi, assumendosi precise responsabilità istituzionali, dimostra piuttosto le difficoltà incontrate stavolta dai due “grandi” nel far quadrare il cerchio?


DE GROSSOUVRE Con il ritiro degli inglesi, la relazione franco-tedesca è tornata ad essere centrale anche nell’Europa a 27, nonostante le relazioni tra Angela Merkel ed Emmanuel Macron non siano particolarmente cordiali ed efficaci. L’evoluzione del ruolo internazionale degli Stati Uniti, di cui Donald Trump è contemporaneamente rivelatore e attore protagonista, e lo stesso Brexit impongono di riorganizzare il progetto europeo.


LIMES In che senso “riorganizzare il progetto europeo”?


DE GROSSOUVRE All’inizio gli inglesi erano convinti che lo sforzo volto a costruire un’Europa unita non avrebbe funzionato e provarono a creare un’organizzazione concorrente, l’Efta [ne facevano parte Austria, Danimarca, Finlandia, Islanda, Liechtenstein, Norvegia, Portogallo, Svezia, Svizzera e Regno Unito, ndr], la cui ragione d’essere venne meno con il progredire della costruzione europea. Successivamente hanno dovuto attendere la morte del generale de Gaulle per unirsi alla Cee (poi Ue), di cui, nel corso degli anni, hanno sempre incoraggiato l’allargamento, allo scopo di diluirne il più possibile la coesione politica. In ambito militare, ad esempio, gli inglesi hanno sempre posto il veto a qualsiasi ipotesi di rafforzamento delle capacità di sicurezza e di difesa europee.
Ora, in un certo senso, torniamo agli albori, ma non si può fare affidamento su alcun automatismo: potenzialmente abbiamo l’opportunità di rilanciare il grande sogno europeo, ma esso è perseguibile solo se c’è una chiara volontà, anche perché occorre essere consapevoli che attualmente, rispetto al resto del mondo, la forza politica ed economica dei principali paesi europei è inferiore a quella di cui disponevano 50 anni fa.


LIMES La decisione di affidare a due donne i principali incarichi dell’Unione ha suscitato molto entusiasmo, eppure il loro curriculum genera qualche perplessità. Ursula von der Leyen ha fatto parte di tutti i governi guidati da Angela Merkel dal 2005 ad oggi, ma la sua azione è sempre stata fortemente criticata, al punto da essere considerata una semplice proiezione della Cancelliera, sprovvista di autonomia politica propria. Christine Lagarde può vantare un curriculum internazionale di livello, ma non è un’economista né tantomeno una monetarista: questo significa che saranno altri a guidare di fatto l’istituto di Francoforte?


DE GROSSOUVRE A prescindere dalla coerenza tra i profili e i ruoli che andranno a ricoprire, c’è un altro aspetto che va sottolineato. Urusla von der Leyen è stata fervente sostenitrice del rafforzamento della Nato a Est, in particolare nei paesi baltici, oltre che dello scudo antimissile in Polonia e Romania. Per quanto riguarda Christine Lagarde, invece, è noto che essa abbia lavorato per il Center for Strategic and International Studies (Csis), le cui posizioni su questi argomenti hanno un impianto simile. Sono aspetti che vanno evidenziati perché con il Brexit si aprono importanti opportunità proprio nel campo della Difesa comune e, paradossalmente, soprattutto in relazione ai nostri amici britannici, come dimostrano il discorso di Lancaster tenuto da Theresa May il 17 gennaio 2017 e il primo Libro Bianco sul Brexit del 2 febbraio dello stesso anno, in cui si parla proprio di Sicurezza e Difesa. Per quanto riguarda la politica monetaria, la questione è complicata, perché spesso gli interessi economici e finanziari tedeschi divergono profondamente da quelli della maggioranza degli altri paesi. Sarà interessante vedere chi saranno i “consiglieri esterni” di Christine Lagarde.


LIMES L’aspetto più lampante degli esiti della trattativa per le figure apicali dell’Unione Europea è la sconfessione degli Spitzenkandidaten. Siamo tornati all “Europa delle nazioni” di de Gaulle o semplicemente non c’è spazio per la democrazia rappresentativa in Europa?


DE GROSSOUVRE Il sistema degli Spitzenkandidaten aveva lo scopo di attirare più cittadini al voto e quindi rendere le designazioni più democratiche, ma non ha funzionato. Penso tra l’altro, come il presidente Macron, che questo sistema non fosse il più adatto a trovare i candidati migliori. Detto questo, non si può ridurre la democrazia rappresentativa agli Spitzenkandidaten, anche in considerazione del fatto che essa appare in crisi un po’ dappertutto in Europa e nel mondo occidentale; a tutti i livelli i rappresentanti del popolo sono spesso eletti da una parte molto piccola non solo della popolazione, ma persino degli elettori.


LIMES Tornando al Brexit, alla fine Londra abbandonerà Bruxelles? Per l’Europa, l’uscita della Gran Bretagna sarebbe una sconfitta o un’opportunità?


DE GROSSOUVRE Qualunque cosa accada e nonostante la sua specificità insulare, la Gran Bretagna resta una grande nazione europea, il cui destino è legato a quello dell’Europa continentale. Pertanto, quand’anche ci fosse il Brexit, si manterranno forti legami economici, finanziari e di sicurezza tra la Gran Bretagna e l’Ue. Bisogna però guardare il lato positivo delle cose. L’Ue senza gli inglesi sarà costretta a ripensarsi, e questo è un bene, mentre i britannici, anche fuori dall’Unione, continueranno ad avere bisogno di una stretta cooperazione nel settore Difesa, che potrebbe persino essere facilitata. Da quando si è tenuto il Referendum gli inglesi hanno intensificato gli appelli affinché si continuasse a sviluppare insieme la Psdc (Politica di Sicurezza e di Difesa Comune): oltre al già citato Discorso di Lancaster, ricordo i primi due libri bianchi sul Brexit, il discorso di Theresa May tenuto a Monaco di Baviera il 12 settembre 2017, il documento di Crispin Blunt redatto in occasione della conferenza sulla Psdc a Malta il 28 aprile 2018, nonché la decisione di continuare a partecipare al programma Galileo… Insomma, gli inglesi potrebbero lasciare il mercato comune e l’unione doganale, continuando a partecipare alla Psdc. D’altronde noi abbiamo bisogno di loro: Francia e Regno Unito, infatti, sono gli unici paesi europei in grado di proiettarsi militarmente su scenari extracontinentali. Loro inizialmente pensavano di poter fare a meno dell’Europa, grazie al loro rapporto privilegiato con Washington, ma quel legame, fino a poco tempo fa apparentemente indissolubile, è stato messo in crisi dalla politica di Donald Trump. In particolare l’atteggiamento sulla questione del nucleare iraniano è stato decisivo in questo senso. Il paradosso è che oggi Londra si è avvicinata alle posizioni di Parigi favorevoli alla definizione di una strategia militare europea autonoma.


LIMES In varie occasioni lei ha sottolineato come il rilancio del progetto europeo passi necessariamente per la costruzione di un nocciolo duro di paesi, più coeso, deciso a spingere l’acceleratore verso una maggiore integrazione politica e militare, oltre che economica: ritiene sia ancora una via percorribile?


DE GROSSOUVRE Sì, penso che dopo gli anni dell’allargamento a tutti i costi, proprio Brexit renda ancora più attuale la necessità di costruire un noyau dur, un’avanguardia, un gruppo di paesi pionieri, e aggiungo che in questo senso un ruolo rilevante potrebbero giocarlo i capitani d’industria.


LIMES L’Italia, che dopo decenni di “europeismo ideologico e acritico” si è all’improvviso riscoperta come il più euroscettico tra i paesi membri, può ancora essere parte di questo nocciolo duro?


DE GROSSOUVRE I capricci delle faziosità politiche non possono cambiare né la geografia né il paese la cui capitale, la Città Eterna, rappresenta la legittimazione politica e spirituale del concetto stesso di Europa! L’Italia faceva parte del nucleo carolingio, che diede inizio alla costruzione europea e, a mio avviso, non è possibile la rinascita del progetto europeo senza l’Italia.


LIMES Su troppi dossier l’Unione Europea sembra essere sotto assedio da parte degli altri attori mondiali: politica monetaria, commercio internazionale, cooperazione internazionale, immigrazione, intelligenza artificiale, tecnologia satellitare, 5G, difesa militare. Esiste una via di scampo per la “Fortezza Europa”?


DE GROSSOUVRE Ritengo che soprattutto le tecnologie satellitari e le questioni di sicurezza e difesa siano cruciali. Nel campo dell’intelligenza artificiale, poi, la dipendenza europea è quasi totale: abbiamo soltanto due centri di ricerca sul nostro territorio, a Parigi e Zurigo, ma entrambi sono di proprietà di Google. Se vorremo continuare a esistere e prendere nelle nostre mani il nostro destino, dovremo colmare il gap in questi settori strategici.


LIMES Lei è stato il teorizzatore dell’asse Paris Berlin Moscou. Cosa resta oggi, dopo cinque anni di sanzioni alla Russia, di quella prospettiva geopolitica?


DE GROSSOUVRE Resta la consapevolezza di un immenso potenziale, nonché strutture di dialogo tripartite che continuano a svolgere un ruolo importante. In realtà, il noyau dur da una parte e il progetto strategico “per la più grande Europa” sono due facce della stessa medaglia. Per quanto riguarda le relazioni con la Russia, recentemente si sono avuti sviluppi promettenti: sono sempre di più i paesi europei che ritengono non sia ragionevole non parlare con Mosca e demonizzarla. Al netto del miglioramento della governance democratica, peraltro auspicabile tanto a Oriente quanto a Occidente, la comunanza di interessi culturali, economici e strategici è talmente evidente che la loro attuazione, purché ci sia volontà, è soltanto questione di tempo.

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