NOSTALGIA CANAGLIA

Quando avevamo il Kaiser e non il Commissario UE..

A ridosso delle elezioni europee, alle ultime luci del tramonto dei Patti di Roma, tra i calcoli dei sempre maggiori tecnici e burocrati di Bruxelles è necessario fermarsi a riflettere. Non su PIL e spread, ma su futuro e passato, storia e cultura, umanità e macchine.

Cento anni addietro, un’Europa in macerie cedeva il passo a nuove idee, a nuovi imperi, a nuove divinità: la materialità soverchiava l’essenza spirituale dell’uomo, ribaltando confini fino ad allora ritenuti dogmatici.

Protagonista suo malgrado di questa rivoluzione, quel lembo di terra che, attraverso imperi e pestilenze, aveva guidato il mondo verso la modernità, restava, come adesso, terra di conquista: l’impero asburgico, il Secondo Reich tedesco, l’impero zarista e quello ottomano, ultimi depositari di tradizioni millenarie, cadevano sotto il martello tonante della guerra, a vantaggio di nuove opposte egemonie.

Oggi come allora, l’Europa, fucina della civiltà e dei tempi, è incapace di sollevarsi, unita e determinata, contro le avversità che, da ogni parte, la confinano entro i suoi azzurri mari, perché interessi di parte e di partito, bustarelle ed ingenuità, inchiodano il Vecchio Continente alla croce dallo stesso creata.

Quanto appena descritto è sotto gli occhi di tutti: lo scontro tra USA e Federazione Russia, che ha nell’Ucraina il primo campo di battaglia, le ingerenze NATO, il tentativo cinese di gettare i primi avamposti nel mediterraneo e in Italia, le irrisolte crisi nordafricane e la tratta di esseri umani che quotidianamente tinge di nero le prime pagine dei giornali, la mai sopita brace balcanica, solo per citare alcune della criticità che affliggono l’Europa, per non contare la guerra degli stracci che da anni imperversa tra gli Stati membri, il cui apice è stato raggiunto dai vaneggiamenti di Verhofstadt e dai rimbrotti dell’ormai dimissionario Kurz.

Non ci resta che piangere, direbbe qualcuno.

Non ci resta che reagire, sarebbe meglio rispondere, seppur ormai anche le più forti speranze sono destinate a soccombere dinanzi a questa orfana Europa in cerca d’autore.

Cento anni fa, la fibrillazione politica innalzava i nuovi capi sui più alti scranni, eredi di una storia guerriera plurisecolare e sanguinosa, capitolati infine nello stesso brutale baratro da loro creato.

La mancanza di uno spirito comunitario europeo era allora, ed è ora, evidente e comprovato: tuttora, le divisioni e la supposta superiorità di pochi, per indole o per ideologia, portano solamente rovina senza giovamento.

Se Atene piange Sparta non ride, si è soliti dire, ma il significato di tale assunto è ben più profondo di quanto si pensi; divide et impera ribadivano dal canto loro i Romani. Per quanto si possa testardamente ritenere che queste frasi siano da gettare nel calderone della battute cinematografiche, in realtà dimostrano ancora una volta che la saggezza degli antichi resiste alla prova del tempo.

Forse non siamo stati divisi anche noi dalle Potenze egemoni?

Forse un’Europa disunita, della quale alcuni pingui e complici politicanti sventolano rozzamente lo stendardo, non è di comodo a chi ha interessi che ben si discostano dal bene del Vecchio Continente?

Forse un’Unione transnazionale che comprende ben ventotto Stati membri non è, di per sé, ingovernabile per lo stesso elevato numero di Partecipanti?

Vi è, in questa farsa del primus inter pares moderno, un che di perverso, preso atto dei raggiri su cui si fonda la strana storia del contemporaneo Occidente, fondato sul principio “usa e getta” conseguente all’imperativo “nasci-consuma-muori”.

Questa (dis)Unione Europea, che dal raggiante spirito di fratellanza tra i popoli si è lentamente, ma inesorabilmente, attestata sui demoni freddi, grigi ed impersonali della finanza e della contabilità, non è che lo specchio dei tempi bui che stiamo vivendo, figlia illegittima del Concerto delle Nazioni.

Ancora una volta, tra le rovine, occorre ergersi a difesa della millenaria Tradizione che ha forgiato il nostro mondo, uniti e forti nelle nostre diversità. Per fare ciò, tuttavia, si rende necessario gettare il cuore oltre gli ostacoli del comodo vivere, oltre Netflix e Domenica In, oltre il perbenismo del “#celochiedeleuropa” e le insulse carnevalate che ogni giorno di campagna elettorale vengono propinate dai giornali e dagli altri mezzi di distrazione di massa.

Cento anni fa, alla morte degli Imperi è seguito il risveglio delle coscienze; oggi è ancora possibile sperare tanto?

Ai posteri l’ardua sentenza, a noi non resta che ripeterci “Il Kaiser è morto, lunga vita al Kaiser!”

Andrea Tomasini

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