IDENTITÀ EUROPEA – INTERVISTA AD ADOLFO MORGANTI

Dove aggrapparsi?

Come sapranno i nostri lettori, Il Talebano, è  da anni impegnato a promuovere la riscoperta dei valori Tradizionali e patriottici in un ottica attenta alle problematiche della postmodernità con la ricerca di nuove sintesi per un orizzonte di Europa dei popoli. E’ quindi con estremo piacere che vogliamo confrontarci con Adolfo Morganti, esponente nonché studioso dell’identitarismo italiano, terzo Presidente (dopo Franco Cardini e Francesco Mario Agnoli) di Identità Europea, Coordinatore del Corso di Alta Formazione in “Dialogo Interreligioso e Relazioni Internazionali” e storico promotore delle “edizioni il Cerchio”.

Se si parla delle identità plurali e di Tradizione europea non si può che far riferimento al Sacro Romano Impero, la cui vicenda è particolarmente interessante sotto particolari punti di vista: se ne sono occupati pensatori Tradizionalisti Cattolici e non (Mordini, Tejada, Evola),  riviste etnoregionaliste come Terra Insubre e pensatori come Alain De Benost relativamente all’aspetto federalista.  Cosa ci  può dire di questa esperienza alla luce di chi sostiene l’ Europa dei popoli e dei correlati movimenti sovranisti europei?

A 100 anni dalla fine della 1° guerra mondiale, l’Impero è un singolare “fantasma” storico-politico che continua ad aleggiare sull’Europa intera. Così come la sua distruzione fu il principale obiettivo della medesima guerra, così oggi il crollo del disordine di Versailles e di Yalta ne ripropone con veemenza un paradossale bisogno. Storicamente, l’esperienza imperiale nell’Europa centro-occidentale si dipana nel lungo percorso che procede da Carlo Magno fino al Sacro Romano Impero, che dopo il 1806 fu denominato Impero d’Austria-Ungheria; alla sua radice, la profonda necessità di non disperdere l’immensa eredità politica, giuridica, culturale dell’Impero Romano.

Per inciso, nell’oriente europeo il “millennio bizantino”, ovvero la persistenza piena dell’Impero Romano d’Oriente fino al XV secolo ha a sua volta innescato un secolare processo di rifondazione imperiale (con caratteristiche sue proprie), essendo alla radice sia della costituzione e della “metafisica” dell’Impero russo, sia – e questo è meno noto, ma altrettanto evidente – dell’Impero ottomano. Grazie ad una singolare “coincidenza”, l’esito sinergico della prima guerra mondiale fu la distruzione dei tre Imperi a fondamento sacrale (cattolico, ortodosso, islamico) e lo scatenarsi del “secolo breve” dei nazionalismi giacobini e dei loro deliri d’onnipotenza, nonché di una sistematica recrudescenza della lotta contro le identità concrete dei popoli. Esito concreto di cent’anni di laicità dello stato sono stati la Finis Europae, lo stato centralizzato burocratico e il caos provocato dalla globalizzazione turboliberista. E siamo alla più stretta attualità.

L’Impero Sacro e Romano non è stato quindi un incubo faustiano di potere, ma un mito arturiano di giustizia, che è simboleggiato magnificamente dalla custodia della Lancia di Longino, ancor oggi conservata a Vienna fra i pignora Imperii; grazie al lascito romano ed all’esperienza concreta del millennio medievale, l’autorità imperiale si costituì gradatamente, non senza crisi ed oscillazioni, come vertice e garante di una piramide di libertà concrete spesso secolari, la cui tutela e promozione costituiva l’architrave della propria azione. Nel Manifesto Karl Marx tesse una significativa apologia del ruolo storico sovvertente della “borghesia”, la quale avrebbe avuto il merito di aver “liberato” la persona dai variopinti legami feudali, riducendolo ad individuo e consegnandolo nudo di fronte all’onnipotenza dello stato moderno. Quella che Marx definisce “borghesia” è in realtà un ceto politico che fin dal suo sorgere asserve la religione ad istrumentum regni (è il caso dell’Inghilterra riformata e dei quaccheri) per poi creare pseudo-religioni utili a venerare come idoli i rispettivi governi (è il caso ed il ruolo storico della massoneria europea).

Di fronte alla crisi crescente di un’Unione Europea che Franco Cardini ha definito esemplarmente come una “falsa partenza”, e quindi al bisogno di ripartire da capo per la costruzione di un’Europa dei popoli e delle culture, non è un caso che da moltissime parti si torni a guardare alla storica saggezza della prassi imperiale: in necessariis unitas, in diversis libertas, in omnibus caritas.  Ne nasce ancora una volta un’idea secolare, l’Europa dei popoli e delle identità, rispetto all’attuale Unione Europea profondamente riformata su base confederale,  in cui vengono condivise alcune, poche, essenziali funzioni: la spada (un esercito europeo efficace a tutela delle nostre frontiere ed aree di primario interesse strategico, come il Mediterraneo), la toga (un diritto europeo sussidiario, che interviene veramente solo quando il diritto e le consuetudini nazionali e locali non possono più essere adeguate), la moneta (con una Banca centrale che risponda direttamente all’autorità confederale europea). E in tutto il resto, libertas. Questa è la lezione che ho potuto personalmente apprendere da un modesto studio della Dottrina Sociale cattolica e da SAIR Otto von Habsburg, già Decano del Parlamento europeo, Presidente dell’Unione Paneuropea Internazionale e figlio primogenito del Beato Imperatore Carlo d’Asburgo.

Come sostiene Renè Guenon la “Cristianità” definì la forma Tradizionale Europea. Ma come sappiamo le variegate e complesse vicende di vari rami del Cristianesimo  hanno favorito una frammentazione  a vantaggio di una identità secolare definita impropriamente Occidente. Quanto è possibile e auspicabile una collaborazione delle varie chiese su un terreno comune di valori non negoziabili?

Premesso che l’autorità storiografica di René Guénon non è alla medesima altezza delle sue competenze in ambito metafisico, è ovvio a tutti che dalla fine dell’Impero romano d’Occidente fino allo scisma protestante il Cattolicesimo si fece gradatamente Cristianità ed impregnò di sé l’Europa; e che fino agli inizi del ‘900 cospicue parti del nostro continente, nella parte orientale e mediterranea, ne conservavano robuste memorie istituzionali e culturali.

Ciò premesso, è impossibile porre oggi sullo stesso piano  i diversi frammenti della Cristianità medievale; anche utilizzando un criterio puramente oggettivo (ovvero la diversa percentuale di conservazione in essi dell’eredità tradizionale, rituale e sacramentale apostolica), è ancora utile conservare una distinzione fra Chiese, Confessioni ed entità o gruppi  autoconvocatisi, come le cosiddette “comunità di base” degli anni ’70 o le “comunità pentecostali” attuali, di cui appare troppo spesso evidente la vocazione ad essere veicoli di strategie ed obiettivi meramente economico-politici , specie nei paesi dell’America Latina.

Lo stesso termine “occidente” è di per sé fin troppo vago ed ambiguo e soprattutto mal si sovrappone al termine “Europa”, come Franco Cardini ci ha molte volte dimostrato: è possibile definire propriamente “occidentali” le confessioni protestanti à tete americane, una buona parte della comunione anglicana, i movimenti pentecostali anche se germogliati (dopo adeguata coltivazione) nel sud del mondo. Non è definibile come tale l’Ortodossia, né le Chiese d’Oriente, siano o meno in comunione con Roma. Il caso del Cattolicesimo romano è ancora diverso: esso è sempre più autenticamente universale, e parte integrante di questa universalità è oggi un serrato confronto interno fra anime culturali e financo spirituali molto diverse fra loro, “occidentali”, “antioccidentali” e del tutto terze a questa classificazione; e qui ognuno sceglie.

Per quel che attiene ad una collaborazione concreta su terreni di comune interesse, dopo alcuni decenni di grande lavoro, appare evidente che vasti spazi di testimonianza e lotta comune per la dignità della persona, la tutela dell’identità storica, culturale e spirituale dei popoli, per un giudizio critico sulla globalizzazione ed i suoi esiti socio-economici, per la tutela dell’ambiente (del “creato”) si sono aperti con il vasto mondo delle Chiese orientali, siano esse ortodosse, copte o d’altra denominazione, o in comunione con la Chiesa Cattolica. Il recente conflitto in Siria ne è stato la massima dimostrazione. Permango invece molto scettico per quanto attiene ai risultati concreti di un dialogo, pur esistente, col mondo riformato, anch’esso d’altronde assai variegato, anche se di fatto sottoposto oggidì ad una quasi totale egemonia finanziaria e culturale anglosassone, che continua a permanere il problema. Ricordo ad esempio la vera e propria ossessione anglicana per l’ordinazione di vescovi donne e/o omosessuali, che ha d’altronde provocato una sana reazione da parte delle Chiese anglicane d’Africa ed Asia spintasi in alcuni casi verso un vero e proprio scisma verso la Chiesa cattolica romana.

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