LA COERENTE ELEGANZA DELLE SUFFRAGETTE

Una guida a come difendersi

Il nuovo esecutivo del premier socialista spagnolo Pedro Sánchez è andato oltre il governo todos caballeros: sono “rosa” 11 (undici) ministri su 17. Altro che quote, altro che riserva indiana del femminile. Sánchez ha voluto fare il beau geste esagerando , come volesse risarcire l’universo femminile.

E intanto la madrina di Miss AmericaGretchen Carlson, ha deciso che «da quest’anno niente più passerelle in bikini. Miss America non sarà più eletta in base all’aspetto fisico».

E intanto Griselda Pollock, pasdaran dell’oltranzismo femminista intellettuale antiuomo, dice che no, il femminismo è talmente altro, è talmente superiore, che nemmeno con la storia secolare dell’arte c’entra: è extrafenomenico come Dio.

E intanto Weinstein con gli schiavettoni continua a dirsi innocente e se dici che Asia Argento (l’avete notato? Si mette spesso in posa col pugno alzato replicando una celebre marianna fotografata nel ’68 parigino) ha rotto le scatole sei un bullo sessista.

Tutto questo mentre in Arabia Saudita da questo momento le donne possono finalmente guidare l’automobile (ma solo quello).

L’ipertrofia comunicativa potenzia il transito delle idee, tutte, pure quelle fallaci ed è proprio per questo potenziamento del blaterare via social che il celeberrimo quanto universale e superdemocratico -pure troppo- gruppo di potere del #metoo ha potuto edificare il femminismo talebano 2.0 che mette la mordacchia al maschio impenitente che osò affermare che Maria Elena Boschi era bella e brava. Chissà cosa avrebbero fatto a Sgarbi quando anni fa, quando non c’erano i social e quindi eravamo tutti più antisociali e quindi più liberi, disse che Rosi Bindi era più bella che intelligente.

Il neofemminismo, che c’entra nulla con quello storico (perché allora aveva un senso, essendo davvero le donne escluse da ruoli di potere in ogni àmbito), è violento, intollerante, intransigente  e, soprattutto, stupido come ogni fanatismo. Ma fa poco ridere, perché le sue vittime pagano e stanno pagando molto caro il fatto di essere dei rinnegati.

E loro, le femministe 2.0, mentre si indignano (in realtà fanno molto, molto di più) per le avances che ci sono state e che sempre ci saranno, perché la natura è fatta così in ogni settore, non solo nello show biz di Hollywood ma anche nei territori di piccola autorità come l’ufficio postale di provincia, nulla obiettano contro la situazione di minorità esistenziale in cui versano le donne velate, coperte, umiliate in più parti del mondo, solitamente giustificate con “è la loro cultura”.

Ricordate la notte di Capodanno 2015 a Colonia, quando decine di donne vennero molestate in poche ore  da “giovani, ubriachi, aggressivi e dall’aspetto di origine araba o nordafricana” (fonte il post) con 60 denunce penali di cui una per stupro? La sindaca socialista disse in sostanza che le fanciulle non dovevano provocarli con i loro abiti succinti perché in definitiva quella “è la loro cultura”.

Ecco, proprio dalla fallacia del relativismo culturale ed etico da cui si sostanzia il detto “è la loro cultura” prende le mosse il libro di Laura TecceFemministe 2.0. Chi sono, cosa vogliono e cosa predicano le femministe del nuovo millennio (il Giornale, collana Fuori dal coro,  2018, 64 pagine), che fa il punto della situazione sui focolai del femminismo talebano che si stanno accedendo ovunque(ma solo nel mondo Occidentale, perché dall’altra parte non potrebbero nemmeno provarci), che inizia proprio con il celeberrimo slogan femminista “Tremate, tremate, le streghe son tornate!” ma con questo complemento del titolo: “E non ne sentivamo la necessità

Non sentivamo nemmeno la necessità di Donne Alpha e maschi beta –caso mai di donne e maschi Alpha-, né dell’insostenibile pesantezza dell’essere femministe e dell’odiare gli uomini, per citare alcuni capitoli dell’agile pamphlet di Laura Tecce, che del resto i lettori di OFF  ben conoscono per la sua rubrica Femminile singolare.

L’autrice ci mette in guardia dal “clima inquisitorio di sospetto, di accusa, di fobia verso il maschile, l’arroganza dilagante con cui la macchina del controllo a trazione femminista procede senza sosta nell’opera di vessazione e colpevolizzazione del maschio, con l’obiettivo di disciplinarlo e addestrarlo autoritariamente ai nuovi dogmi della società globalizzata e politicamente corretta”, ma presenta anche una proposta, perché non è (più) il ruolo della donna a dover essere ridefinito all’interno della società, ma è la società stessa a doversi ridefinire in senso meritocratico e indipendentemente dal genere.

Insomma, dobbiamo arrivare a un punto in cui non si ri-presenti lo spettacolo dell’outing di uomini che si dichiarano femministi per difendere la causa e poter dire, anche da parte delle donne, che non dichiararsi femministe non significa disprezzare le donne.

Emanuele Beluffi per ilgiornaleoff.it

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