IL COLPO DI GRAZIA

La riforma che ci mancava

Ogni persona ha diritto ad una nascita dignitosa, una vita dignitosa, una morte dignitosa.

Così ha ripetuto un politico, con espressione di sicura buona fede, in apertura di telegiornale. Sarebbe stato interessante se il giornalista conduttore, certamente autorevole come si conviene, avesse domandato cosa significa “dignitoso”. Quale valore potrebbe aggiungere un giudizio al sostantivo nascita/vita/morte, ciascuno in conseguente derivazione. Ciascuno unico e irripetibile. Una sola nascita, una sola vita, una sola morte. Impossibile fingere. Nascita, vita e morte sono verità. Verità di fatto. Indiscutibili.

Assolute. Sarebbe stato interessante domandare, per sondare la profondità di un pensiero che si traduce in azione di legge. La legge cui sottostanno i popoli. La legge che destina un perimetro definito. Lo spazio ed il tempo. Sarebbe stato interessante…

Poco oltre, un altro politico, dichiarantesi cattolico, una captatio benevolentie, ha affermato, con la magniloquenza di rito, che per le questioni etiche vige la libertà di coscienza. Dimentico, forse, che il cattolicesimo, l’universalismo cristiano, vive del tema della libertà. Il libero arbitrio. Ed è tutta qui l’immensa differenza con le altre religioni, tutte, che smarca il cristianesimo oltre lo steccato della dottrina e lo colloca non più nella re-ligio, tu devi, ma nella rivelazione: discerni. Tu sei chiamato a scegliere. Tu, come singolo individuo. Tu. E tu, da solo con te stesso, tu solo non puoi mentire. Cristo chiama il singolo soggetto, non una comunità intera astratta nella sua definizione. Chiama il singolo a rispondere singolarmente, uno ad uno, del suo agire. E lo fa con la poetica del suo dire. Il suo dire, il dire di Cristo, come lo si legge nella testimonianza dei Vangeli, suona poetico. E poesia significa fare. Fare. Esattamente nel senso di costruire. Non c’è alcuna astrazione nel dire cristiano, di Cristo. Lui parla in modo sintetico non analitico, non è un dottore. È un maestro. Non scinde la nascita dalla vita dalla morte, rivela la libertà dell’uomo integrale nel suo vivere. Nel suo essere. E nel rivelarne la libertà permane inalterato il suo mistero. Il mistero della vita. Della nostra vita unica ed irripetibile. Del nostro poeticamente vivere su questa terra. Dove il poeticamente significa fare, fare le cose. Fare. Unico ed irripetibile. Come ogni giorno, unico ed irripetibile.

Ora però in soldoni, di cui si tratterà più avanti, mi si può dire, di un terminale, cosiddetto; di un coma, perché sostenere in vita un cosiddetto vegetale… Ho avuto occasione, per lunghi anni, di visitare reparti adeguati ed anche io mi son detto piuttosto che vivere così meglio un colpo di grazia. Ma me lo sono detto da uomo indipendente che aveva la prospettiva di andarne in serata a mangiare da qualche parte e farsi poi una scopata. Mi mancava, e mi manca, la metafisica dell’esperienza di quella condizione per decidere. Il dignitoso non può essere dirimente. Un neonato o un vecchio che si caga addosso ha la stessa dignità mia che cago nel water. Dirimente è la vita. Forse mi sbaglio. Noi consideriamo la condizione di un uomo nella sua situazione analitica, su come è in quel momento. Non possiamo dare un giudizio di valore sulla vita, sul che cosa è la vita. Questo non lo può nessuno, che non si arroghi la passione di Dio, possiamo dire com’è.

Ma il nostro dire si trasforma in agire, e l’agire ferma la vita tutta, non la vita com’è. Ma tutta e per sempre. Per questo Cristo non l’ha scomposta in analisi ma ne ha fatto sintesi. Non lo so. Non si sa quasi nulla, alla fine quando si cerca di parlare per davvero. Non si sa la vita. Mi viene in mente Francesco Bacone. Quella sua frase rivoluzionaria che si trova nel Novum Organum.

La scienza deve essere giudicata dalla scienza.

Che scoperta… si dirà. Vero. Una grande scoperta. Per quei tempi e ancora per oggi. Sembra un’ovvietà. Ma non è per nulla ovvio. La scienza stabilisce la verità della scienza. Non la verità della vita. E siamo daccapo. Kursk, anno Domini 1943. Fronte orientale. La più grande battaglia della Seconda Guerra mondiale. 5 luglio-16 luglio. Undici giorni. Due milioni e mezzo di uomini sul campo. Duecentoventimila morti. Duemila carri armati distrutti. Milleduecento aerei abbattuti. In quelle zolle c’è un ragazzo che si chiama come me. Era mio zio. Sottotenente dei carristi. Molti anni dopo, ero un adulto ormai, un vecchio signore, già gravato da una malattica inguaribile, in pellegrinaggio di commiato ad amici e commilitoni, era a casa nostra. Fumava a fatica ma con voluttà. Mi disse che laggiù ne aveva abbattuti più di cento, con il colpo di grazia. Mi disse che li vedeva ancora, con la nitidezza dell’allora: gli addomi sventrati, le gambe maciullate, i corpi ustionati, i rantolii… L’arrogante erba verde di luglio. Accadeva all’imbrunire, in quell’attimo tacito di tregua. Lui nel teatro del maresciallo Erich von Manstein; dall’altra parte, quella sovietica, a poche centinaia di metri, nel teatro del generale Georgij Zukov, i simmetrici colpi: unici e irripetibili per ogni vita. Un figlio della guerra ordinato al dovere delle armi. “Per quanto, mi disse il vecchio avvocato, per quanto si possa perorare la causa, sia pietà o sia misericordia, ogni colpo è un omicidio. E l’omicidio non va mai in prescrizione sul palcoscenico della coscienza. Mai”.

Era una bella giornata di fine settembre, quando il sole è una carezza leggera come l’amore sulla pelle. Sedevo sotto il portico della grande casa di mia sorella, in compagnia di mio padre, novantunenne. Anche lui un figlio della guerra. Lo sono anche io. Guardavamo i nostri figli correre nella radura antistante. Mio padre sedeva composto, vestito di grigio, con una coperta di lana leggere sulle ginocchia. Lo guardai e gli chiesi se non avesse il desiderio di correre ancora e di farsi una scopata. Si voltò e mi guardò. Mi disse che ero uno sciocco. Che vedevo solo quello che vedevo. Mi disse testualmente “e cosa ne sai di quello che posso con i miei pensieri, cosa ne sai?, devi invecchiare per saperlo. Vivere la mia condizione”. Non lo so, ancora. Arrivederci padre. Per me, con la legge nuova, deciderà un algoritmo. Ma io non temo la morte, ne ho una certa consuetudine. Io la rispetto, la morte. Per me, non ha alcun significato poetico, quindi materico, nascita vita morte che non sia grande. Grande. Il dignitoso, lo lascio alla burocrazia dell’algoritmo. Alla necessità di ridurre la grandezza, unica ed irripetibile, di nascita vita morte, alla commisurazione economica, dettata dal bilancio statale, stabilita da un algoritmo. Allora il bilancio sarà dignitoso.

Emanuele Torreggiani

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