E SE LA RISCOSSA VENISSE DAL SINDACATO?

Se riforme fiscali sudamericane vanno sempre più a vessare le classi lavorative e i pensionati, i riferimenti passano dalla politica ai sindacati

Assente nel mondo anglosassone e ridotto ai minimi termini nell’Europa occidentale il sindacato sta svolgendo il ruolo di massima forza di opposizione ai governi neoliberisti in America Latina. Le due principali nazioni del continente, per numero di abitanti ed estensione, ovvero Brasile e Argentina si ritrovano a fare i conti con situazioni molto simili. In entrambi i casi sui maggiori esponenti del fronte progressista figurano inchieste giudiziarie che potrebbero privarli della possibilità di candidarsi nuovamente e che stanno mettendo in discussione anche gli anni di governo che hanno preceduto la controffensiva reazionaria capace di portare al potere i liberali. Il Brasile di Lula inserito di diritto nelle potenze multipolari dell’acronimo BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) solo pochi anni fa vive, dallo scorso settembre, un processo di liberalizzazioni e privatizzazioni a tappe forzate.

Il presidente Michel Temer, ex alleato centrista del Partito dei Lavoratori di Lula, implicato nell’inchiesta Lava Jato (autolavaggio) ha fatto approvare dai due rami del Parlamento una legge che impedisce di innalzare la spesa sociale per i prossimi venti anni per poi attaccare lavoro e pensioni. La riforma del lavoro abolirà le quote sindacali obbligatorie, fisserà i termini dei negoziati tra le parti sociali rendendo difficile il ricorso ai Tribunali del lavoro, regolerà il sourcing house, il lavoro fatto a casa, ed escluderà le rappresentanze sindacali nelle procedure di licenziamento. La modifica del sistema previdenziale prevede, invece, l’innalzamento dell’età pensionabile a 65 anni per gli uomini e 62 per le donne contro gli attuali 52. Davanti a queste prospettive la Centrale Unica dei Lavoratori (Cut) e Forca Sindacal, le due principali sigle sindacali verde-oro, sono state artefici del primo sciopero generale da ventuno anni a questa parte.

In Brasile in appena un anno le manovre neoliberiste hanno innalzato al 13,7% la disoccupazione superando i quattordici milioni di unità a cui bisognerebbe aggiungere chi il lavoro non lo cerca neanche più. Dall’insediamento di Temer sono stati un milione e ottocentomila i brasiliani che hanno perso il proprio lavoro. Lo sciopero, al quale hanno partecipato movimenti, associazioni ed esponenti del Partito dei Lavoratori, ha bloccato il paese e raggiunto tassi elevatissimi di adesione tra cui spicca la totalità degli autisti di bus. E proprio dal mondo sindacale arrivò Lula quando formò il partito che ha poi incoronato lui e Dilma Rousseff per due mandati consecutivi, quattro in totale, alla presidenza della Repubblica.

Molto simile la lotta che stanno portando avanti i sindacati argentini contro il presidente Macri, eletto nel novembre 2015 grazie alla spaccatura del fronte peronista e all’impossibilità di una nuova candidatura dell’uscente Cristina Fernández de Kirchner. Qui le proteste hanno avuto inizio a marzo quando prima la Conderación General del Trabajo (CGT) e poi la Confederazione dei Lavoratori d’Argentina (CTA) hanno mobilitato migliaia di lavoratori. La CGT ha svolto una protesta nella centralissima Plaza de Mayo a Buenos Aires il 6 marzo mentre la CTA ha indetto uno sciopero generale per il 30 marzo. Degli attuali quarantadue milioni di abitanti ben tredici milioni vivono in povertà. Uno schieramento molto attivo nelle proteste è quello degli insegnanti che ha visto la nascita del Frente de Unidad Docente siglato dai segretari generali di SUTEBA, FEB, SADOP, AMET, UDA e UDOCBA per chiedere un aumento salariale nel rispetto della Ley Nacional de Paritarias Docentes. Le misure economiche attuate da Macri hanno, finora, comportato un aumento della disoccupazione, un calo dei consumi dovuto alla riduzione del potere di acquisto per via di un’impennata dell’inflazione e forti difficoltà all’industria nazionale sul mercato interno per le facilitazioni alle importazioni. Contro il presidente che ha interrotto l’era K, dovuta ai tre mandati consecutivi di Nestor e Cristina Kirchner, si è scagliata anche l’Union de Trabajadores de la Tierra la cui protesta, che ha preso il nome di verdurazo, è finalizzata all’approvazione di una Legge di Emergenza per i piccoli e medi produttori che si rivolgono al mercato interno. La forte ondata di proteste fa dubitare fortemente che nelle elezioni per il rinnovo di una parte del Parlamento in autunno il leader della coalizione Cambiemos possa riuscire a sovvertire l’attuale maggioranza peronista che respingendo spesso i suoi atti lo ha costretto a servirsi in maniera spropositata dei decreti legge.

Luca Lezzi

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