VIVA STAITI! IL CAVALIERE CHE INSEGNÒ ALLA DESTRA COME BROCCOLARE

Tomaso Staiti era bravo, bello e soprattutto era l'unico a destra che sapeva broccolare

23 febbraio 2006. Venerdì. E’ una sera livida, in via Galvani a Milano, dove alle 18 di un giorno di pioggia (più triste del solito, più disincantato) Tomato Staiti di Cuddia delle Chiuse presenta Confessione di un Fazioso, straordinario calembour, il miglior libro di memorabilia della fasciteria mai pubblicato (a mio dire) edito da Mursia, con incantevole prefazione di Massimo Fini e ‘concorso ideale’ di Marco Valle. Assieme a Staiti c’erano Fini ed un altro ospite che non ricordo, mentre era atteso ed annunciato Gigi Rizzi, che con Sagittatio Tom condivise vita, sfide, amori.

Il volto elegante di Staiti è contratto. Naturaliter elegante, se si fosse presentato in pigiama azzurro a righe bianche avrebbe surclassato un ballerino in frac. Gigi Rizzi non c’è. Arriverà dopo 20 minuti, abbondanti. Zazzera brizzolata, abito grigio, camicia azzurra, guascone come ai tempi in cui visse la più incredibile delle storie  buone per i rotocalchi da spiaggia: quella con Brigitte Bardot. ‘Buonasera a tutti, scusate il ritardo.. Ciao Tom’, mentre le attempate donne della buona borghesia milanese – accorse non certo per discettare di tesi congressuali, Almirante o Rauti, ma solo per rivedere due dei più celebri tombeur de femmes degli anni Sessanta, ossia Rizzi e Sagittario Tom – vanno in deliquio. Staiti e Rizzi hanno gli occhi lucidi. Forse rivivono, in un istante, la caducità meravigliosa di quei tempi lontani.

Dico questo perché quella di Tomaso Stati, di Confessione di un Fazioso e per un certo qual verso del Movimento Sociale Italiano  sono storie accomunate da un denominatore comune: si tratta di vicende estetico romantiche, spesso sfociate in  una dimensione individuale anziché – come avremmo tutti voluto, forse – comunitaria. Mi spingo oltre: l’esemplare, romanzata e romanzesca vita di Tomaso Staiti di Cuddia delle Chiuse è la dimostrazione lampante che la destra italiana ha vissuto per troppo tempo la condizione di esule in patria di tarchiana memoria, vivendo in un mito incapacitante e impossibilitato ad incidere, benché  ne avesse titoli e dignità. Perché se è vero che la pagine più belle scritte e vissute da Staiti sono quelle personali, ribelli e ribalde, e soprattutto le conquiste femminili (elencate con un’eleganza nobile, ca va sans dire, d’altri tempi), come si può sottacere il peso che avrebbero avuto- se chiamati a incarichi di governo o di ‘potere’- i vari Franco Petronio, Raffaele Valensise, Adriano o Pino Romualdi, se solo ne avessero avuto la possibilità?

Il fatto è, noto e risaputo, che la conventio ad excludendum verso l’Msi (attenzione, oggi ci stanno riprovando coi ‘sovranisti’, senza usare spranghe o P38, ma le leve del potere mediatico-finanziario) ha impedito che certe tensioni, pulsioni o idealità fossero convogliate verso il fatidico passaggio tra Idea ed Azione. Poi certo, nel caso di specie forse Staiti è sempre stato avvinto più dai cocktail del Meridien di Copacabana e dalle conquiste di Albert Spaggiari piuttosto che strapuntini di governo o sottogoverno (come dargli torto), anche perché – riprendo l’incanto introduttivo a ‘Confessione’ vergato da Massimo Fini – Tomaso è sempre stato un chevalier seul. Fin da ragazzo ha dedicato buona parte della sua vita alla politica, con passione, ma è sempre stato un border line. I suoi valori, onore, coraggio, lealtà, rispetto della parola data, sono valori prepolitici e cavallereschi, che la politica italiana del dopoguerra non ha mai avuto.

Al netto e pure al lordo, penso che tutte o quasi le scelte politico-partitiche di Tom Staiti dopo l’addio al Msi nel 1991 siano state sbagliate. Errori fatte per eccesso di zelo ed amore, non certo per calcolo. Ma cosa importa.. Tomaso Staiti di Cuddia delle Chiuse è stato l’unico post fascista, assieme a Pietrangelo Buttafuoco, a dare al post fascismo italiano una narrazione, un’autobiografia spendibile, un immaginario, una galassia misticheggiante cui rifarsi.

Dal 2006 al giorno della sua morte, due sera fa, non ho passato un solo mese della mia vita senza rileggere il capitolo più bello del suo superbo cahier des doleances (interiori e politiche), non a caso il primo della sezione Soldati Perduti. Parlo dello straordinario ‘Da Portofino a Berlusconi’: Portofino non è mai stata bella come allora. Raccolta intorno al mare. Persiane verdi sugli intonaci colorati. Piccoli ristoranti. Un salotto nel quale il modo di comportarsi valeva molto di più del denaro. I ragazzi di quell’epoca sarebbero divenuti protagonisti della cronaca: Franco Rapetti, sempre in bilico tra la rovina al casinò e le fortune finanziarie dovute alle sue conquiste femminili. Rodolfo Parisi, bello, ricchissimo e incapace di risolvere i suoi problemi esistenziali. Gigi Rizzi, capace di trasformare un funerale in un gigantesco samba. I fratelli Bergamo, Dady,  Bitti e Cinci. Un terzetto che lasciava le donne senza fiato.

Insomma, mentre il gramscismo riuscito della sinistra post marxista faceva incetta di cattedre, redazioni, posti di potere, direzioni di festival cinematografici (e il neo gramscismo di destra di Tarchi, Solinas, De Benoist, Cabona e Peppe Nanni non riusciva purtroppo a far breccia), fondamentalmente Staiti scopava. E come dargli torto (bis).

Lo faceva alla sua maniera, vivendo la Copacabana da cartolina e da saudade che dipinge meravigliosamente introducendo la sua conoscenza con Albert Spaggiari (altra storia, altra leggenda, altri tempi, altri uomini): Durante gli anni di piombo, aristocratici (alcuni), avventurieri (molti) e miliardari (alcuni) avevano scelto il Brasile come meta e rifugio. Sembrava che a Rio il tempo si fosse fermato. L’atmosfera era quella degli anni Cinquanta, sole e samba formavano la base di un cocktail al quale venivamo aggiunti in continuazione molti altri ingredienti; a quelle latitudini la vita continuava a essere intrecciata una sorta di magia che in Europa era stata persa per sempre.

Insomma, Staiti scopava ed è soprattutto per quello, forse, che piaceva a quelli come noi. Staiti che, negli anni del riflusso, Ad 1984, viene ricordato da Marco Valle mentre a Ibiza, nel privé di una celeberrima discoteca, fa strage di cuori a fianco di Julio Iglesias e Gigi Rizzi. Il 25enne Valle, quel week end, dice d’essersi divertito assai.. Avremmo dato una parte preponderante delle nostre vite, per esserci pure noi a quel rutilante convito di femmine.

Viviamo in un tempo senza eroi, non servono, conclude amaro nel suo libro, Sagittario Tom. E noi, che da lontano e di soppiatto ne abbiamo sempre ammirato il vitalismo ribelle ed ebbro di vita, ne piangiamo non solo la morte, ma il fatto che sui giornali quello che ci resta è la discussione sui neo sovranisti Alemanno e Storace e la baruffe chiozzotte tra Altero Matteoli, Maurizio Gasparri e Silvio Berlusconi. Di Beppe Niccolai, resta solo il ricordo. E mentre Staiti scopava, e a noi piaceva assai per quello, la pretesa storia comunitaria della destra si disperdeva in mille rivoli di matrice individualista. Il più scintillante dei quali fu proprio il Suo. Quello del Barone. Senza odio, senza armi, senza violenza. Solo un estatico cocktail di vita vissuta (e bevuta) sino in fondo.

Fabrizio Provera (direttore di Ticinonotizie.it)

 

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