PUÒ IL LAVORO ANCORA NOBILITARE?

Forse le cose ci sono un po' sfuggite di mano

Un sacco di persone che sono depresse non sono altro che un corpo e una mente che dicono: “Ho bisogno di lavorare (Anonimo)

Il senso della vita e il lavoro sono due aspetti che vanno pari passo nel procedere della vita; se infatti per sopravvivere vi è la necessità di lavorare è anche vero che il vivere ha una necessità di SCOPO. Mi alzo, e qual è lo scopo per cui lo faccio? Il mal di vivere (depressione) galoppa a pieno ritmo nella nostra società. In generale, le persone istintivamente colgono la necessità di avere un’utilità e – spesso e volentieri senza lavoro – si ritrovano ad essere prive di scopo. Il lavoro moderno è un’attività devastante dove quasi tutti sono intercambiabili, sono pezzi di un meccanismo, di un sistema. Un avvocato è normalmente sostituibile con un altro e il suo lavoro non è nulla se non quello di riprodurre quanto altri avvocati fanno ogni giorno. Lo stesso vale per un commercialista come per un operaio. Il lavoro non ha più la componente soggettiva, anche in questo caso non è più indicativo dell’identità di una persona. Se in passato essere un avvocato collocava la persona in un ceto sociale specifico con un’educazione e un modo di rapportarsi agli altri, oggi nulla di tutto questo è rappresentabile in un avvocato come in un qualsiasi altro mestiere. Il lavoro, quindi, non è più una componente che contribuisce a dare sicurezza emotiva e psicologica, ma resta solamente un mezzo per ottenere denaro in cambio di tempo.

In fin dei conti il lavoro è ancora il mezzo migliore di far passare la vita. (Gustave Flaubert)

Lavoro e tempo sono aspetti importantissimi per tutta la durata del ciclo vitale di una persona. Se si considera l’aumento di servizi e di beni con la diminuzione del lavoro umano molti credono a una liberazione dal lavoro. Nei paesi sviluppati tecnologicamente il lavoro è diviso in tre diverse funzioni ripartite in: creativo, esecutivo, di fatica. Il lavoro è un privilegio perché ancora oggi fa rientrare coloro che lo hanno tra coloro che producono oltre a consumare, ma la forza lavoro da impiegare diminuisce progressivamente col progredire della tecnica, aumentando quindi una massa di disoccupati con tantissimo tempo da impiegare, persone colpite da noia, depressione, devianza e solitudine. Il lavoro nella società post industriale viene a diminuire sempre di più e con esso la possibilità di avere un reddito: meno lavoro maggiori tempo a disposizione minore capacità di dare un senso alla propria esistenza.

Il lavoro dovrebbe essere una grande gioia ed è ancora per molti tormento, tormento di non averlo, tormento di fare un lavoro che non serva, non giovi a un nobile scopo (Adriano Olivetti)

Se in un passato non troppo lontano il lavoro poteva essere una fatica fisica di difficile sopportazione aveva però una importanza sociale imponente, si era disposti a sottoporre la propria esistenza al lavoro perché si avevano dei figli, si doveva mantenere una famiglia e ciò dava un senso e un capacità di sopportazione della fatica oggi oscuro. La mansione svolta, inoltre, rappresentava anche l’identità sociale e identitaria e chi era collocato alla base della piramide aveva l’aspirazione legittima e sensata di salire verso l’alto per migliorare la propria condizione di vita; l’avvento dell’eguaglianza come la distruzione delle classi ha livellato al ribasso producendo danni incalcolabili. L’inciviltà come la maleducazione sono divenuti comportamenti comuni, tanto quanto l’irresponsabilità: invece di migliorarsi, ci si livella sempre più nella mediocrità. Se prima vi era una ingiustizia sociale riferibile alla redistribuzione della ricchezza ma vi era un maggiore senso di appartenenza a un sistema sociale come a una comunità, oggi al contrario vi è, per chi lavora, una maggiore disponibilità di consumare prodotti (per lo più inutili all’esistenza dell’uomo) ma allo stesso tempo un sempre maggiore senso di inadeguatezza alla vita e al proprio ruolo sociale.

Fare il ministro del lavoro in un paese dove il lavoro non c’è, è come fare il bidello di una scuola a Ferragosto! (Maurizio Crozza)

Fabrizio Fratus

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