ARTE: MEGLIO LASCIARLA AI PRIVATI

E la provocazione, stavolta, la lancia Il Giornale

Strana cosa il rapporto fra cultura e quattrini. Da una parte, il patrimonio storico-artistico è stato definito, con una buona dose d’enfasi, come «il nostro petrolio». Dall’altra, il mero sospetto che una iniziativa culturale possa fare profitto suscita reazioni veementi.

Il mercato e i privati sono visti con diffidenza. Emblematica è stata l’accoglienza riservata a Della Valle e alla sua sponsorizzazione del restauro del Colosseo. Più recentemente, basti pensare alla polemica nata a proposito del doppio salone del libro: Milano e Torino. Con il ministro che aveva bollato come «evento commerciale» la manifestazione meneghina, dando a quel «commerciale» una accezione negativa, come se la cultura per essere tale debba per forza produrre deficit ed essere sussidiata dal settore pubblico.

Nel 1998 l’economista americano Tyler Cowen aveva pubblicato In praise of commercial culture (In lode della cultura commerciale). Fatto circolare qui da noi, quel libro potrebbe finalmente mostrare che certe convinzioni sono errate. Potrebbe farci vedere come il mercato e la competizione abbiano per secoli caratterizzato il settore culturale, portando spesso, se non sempre, a esiti positivi: sviluppando quel settore in termini qualitativi e quantitativi, favorendo la crescita dell’offerta, l’innovazione, la pluralità e l’emergere dell’eccellenza. Come scrive lo stesso Cowen: «L’economia di mercato è una vitale ma non apprezzata cornice istituzionale che supporta una pluralità di coesistenti visioni artistiche, provvede a un costante flusso di nuove e soddisfacenti creazioni, aiuta artisti e consumatori a raffinare i propri gusti e rende omaggio al passato prendendolo, riproducendolo e disseminandolo».

Non è che a un artista, solo perché artista, dispiaccia il guadagnare. Anzi, il profitto è stata la molla che ha portato a quelle geniali composizioni che ancora oggi vengono eseguite nei teatri e nelle sale da concerto. Nelle sue lettere Mozart scriveva: «Credimi, il mio solo proposito è fare quanto più denaro possibile; perché dopo una buona salute è la cosa più importante». La crescita di un mercato della musica è servita anche ad affrancare gli artisti dalla dipendenza a un mecenate. Beethoven ma anche un Michelangelo erano degli imprenditori, dei capitalisti.

L’arte consiste in un dialogo costante fra produttore e consumatore, fra l’artista e il suo pubblico. Se l’arte non può essere «commerciale», l’artista dovrebbe fregarsene del pubblico: per chi comporre allora le proprie opere? Orson Welles diceva che «non dobbiamo dimenticare gli spettatori. Gli spettatori votano comprando il biglietto. Il pubblico è più intelligente degli individui che creano il loro intrattenimento. Non c’è nulla che gli spettatori non possano capire. L’unico problema è quello di catturare il loro interesse. Una volta che questo avviene, capiscono ogni cosa. Questo deve essere l’obiettivo del cineasta». L’arte non si appiattisce sui gusti del consumatore, ma deve fare in modo di «raggiungerlo», se questo non avviene essa rimane autoreferenziale e fallisce nei suoi obiettivi fondamentali.

La finalità delle politiche culturali, ancora oggi, parrebbe essere quella di accrescere i consumi culturali delle persone. Per anni si è puntato alla «democratizzazione della cultura». Si è sostenuta l’offerta nella convinzione che questa avrebbe portato a un aumento dei fruitori. Tale aumento si diceva necessario per passare da un pubblico di nicchia a uno di massa. Questo non è avvenuto. I primi ad accorgersene sono stati i francesi, che hanno riversato per anni ingenti risorse per «democratizzare la cultura», per poi constatare come i numeri della partecipazione culturale negli anni Duemila fossero non troppo dissimili dai tassi rilevati negli anni Sessanta.

Se il sostegno all’offerta culturale non ha portato a un allargamento complessivo del pubblico, ha avuto come conseguenza inintenzionale quella di produrre in molti casi un appiattimento. Di qui la nascita di prodotti standard come il cosiddetto «film Mibact», quasi un genere a sé. Come ha scritto Andrea Minuz, «Il film Mibac ripudia il profitto. D’altronde, nessuno glielo chiede».

Il finanziamento pubblico porta a una cristallizzazione dell’offerta, a una visione conservatrice e poco innovativa della proposta culturale. Su questo punto, Thomas Bernhard è stato come sua consuetudine piuttosto netto: «Tutto, ogni sovvenzione va soppressa. Ognuno deve fare da sé ciò di cui è capace, e lasciare in pace lo Stato. Le sovvenzioni vanno soppresse. Ciò che non frutta, non frutta, no? La gente diventa solo pigra e debole quando le si dà qualcosa. Quando deve fare da sé, con il proprio lavoro, allora diventa forte. Quando uno sta sempre e solo ad osservare in televisione come si fanno i muscoli ma non fa nulla con le sovvenzioni è esattamente la stessa cosa allora diventa sempre più fiacco, insopportabile e spaventoso. Le sovvenzioni vanno abolite».

Non solo il finanziamento pubblico «infiacchisce», esso conduce anche a una limitazione della libertà artistica delle organizzazioni culturali. A questo porta, ad esempio, il discusso decreto che ha rivisto i criteri di assegnazione dei contributi Fus (Fondo unico per lo spettacolo): attraverso una complessa impalcatura di indicatori imbriglia l’operato dei soggetti sussidiati e li guida verso una pianificazione della propria attività incentrata sulla ricerca del massimo punteggio per ciascun indicatore. E pure in questo caso a essere maggiormente premiata è la quantità, sempre nell’ottica che questa possa aumentare per magia il pubblico.

A imbrigliare il settore incide pure una tendenza a utilizzare categorie ministeriali, categorie per certi versi ancora tardo ottocentesche. Inoltre vi è stata una eccessiva attenzione alla conservazione, a una concezione difensiva della cultura, con la conseguenza di una museificazione del patrimonio. I musei statali sono stati gestiti a lungo da sovrintendenti archeologi o storici dell’arte, e solo ora hanno al vertice dei direttori con competenze a tutto tondo. L’autonomia a loro concessa al momento è ancora limitata, ma la parola «valorizzazione» comincia a diffondersi come qualcosa con un suo preciso significato: attenzione per il pubblico.

Ma non ci si spinge oltre: lo sfruttamento economico di un bene culturale rimane una cosa da evitare, quando invece è l’unico modo per riportarlo in vita. Il recente bando del Ministero dei beni culturali per la concessione a privati di siti culturali appartenenti al demanio, reca il titolo di «Cultura per il no profit»: al bando non possono partecipare soggetti che abbiano finalità di lucro. Se è cultura non deve esserci profitto. Strano allora che nella recente legge sul cinema lo Stato si sia spinto ad aiutare settori «di mercato» e commerciali come l’audiovisivo nella sua interezza, serie tv e videogiochi compresi. Oggi, che si è portati a considerare la cultura in maniera ampia, è sempre più complesso giustificare determinate politiche culturali e le politiche stesse sovente sono contraddittorie.

Sono cambiate le modalità attraverso cui si fruisce di contenuti culturali. Se ciò che è cultura si estende a macchia d’olio, anche il modo di fruirne è mutato e si appoggia a quanto la tecnologia mette a disposizione. Una quantità impressionante di contenuti circola su web, smartphone, tablet e social network.

Per rendersene conto basta prendere la metropolitana nell’orario di punta. C’è chi ascolta la musica sull’iPhone, chi sta guardando un filmato sul telefono o sul tablet, chi legge un libro su Kindle e chi sfoglia il giornale sempre su un supporto digitale. Tutti questi nuovi device disponibili consentono di accedere a informazioni e contenuti culturali (video e musica in particolare) in qualsiasi momento e durante qualsiasi spostamento. Gli steccati fra i generi culturali in molti casi si sono rotti e i luoghi dove fruire cultura sono anch’essi mutati. La cultura è ovunque e se anche dovesse annullarsi l’intervento pubblico non ne rimarremmo senza. Anzi, come scriveva Frédéric Bastiat nel testo qui ripubblicato, «sotto l’influenza della libertà» le arti si svilupperebbero.

Filippo Cavazzoni per Il Giornale

 

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