IDENTITÀ, FAMIGLIA, DIALETTO: TRE PILASTRI PER UNA NUOVA CULTURA

Regione Lombardia ha tracciato la strada per una svolta culturale identitaria: ora tocca a voi seguirla.

Cultura non è sinonimo di nozioni, ma di visione del mondo: come diceva San Giovanni Paolo II la cultura è cosa pensiamo da quando ci alziamo alla mattina fino a cosa pensiamo di Dio.

Da questo punto di vista l’assessorato alla cultura della Regione Lombardia sta lavorando come non mai. Non si accontenta di aprire mostre, sostenere artisti e manifestazioni. Non si accontenta degli aspetti “tecnici”.

La recente approvazione della legge sulla cultura dimostra che la giunta lombarda vuol fare sul serio. Ci fermiamo a due aspetti: le radici cristiane e il dialetto. L’Europa si è rifiutata di inserire qualsiasi riferimento alle radici cristiane nella sua costituzione, come se l’elemento fosse accessorio rispetto alla sua storia. Che sia una decisione fortemente ideologica è evidente: i cristiani (un tempo la quasi totalità della popolazione) sono un fatto eliminabile dalla storia? Non hanno contribuito in nulla alla costruzione europea in quanto cristiani? Oppure il loro contributo è avvenuto nonostante il loro cristianesimo?

La Regione Lombardia ha semplicemente riconosciuto la realtà: i nostri territori non sarebbero come sono senza cristianesimo.

Riconoscere la realtà è il modo migliore per costruire un mondo migliore e per garantire un futuro ai nostri figli, è il modo migliore per costruire la polis, l’unico sensato. Siamo avvelenati da secoli di ideologia che hanno costruito il nuovo mondo a tavolino, e quando la realtà dimostrava che il progetto non funzionava… tanto peggio per la realtà. La fede non è stata un elemento accessorio come vorrebbe l’Unione Europea, ma ha rappresentato l’anima stessa di un popolo e ne ha definito le scelte fondamentali.

Riconoscere che l’anima della Lombardia è lì in quella fede è semplicemente riconoscere la Lombardia stessa. Questo patrimonio si è trasmesso di generazione in generazione in maniera viva, anche se oggi subisce l’aggressione culturale di quanto le ideologie hanno prodotto negli ultimi decenni, in particolare dal 1968 in poi. Come è avvenuta questa trasmissione? Attraverso la famiglia fatta di nonni, di mamma, papà e bimbi che a loro volta diverranno genitori. Forse capiamo perché la Regione Lombardia si è spesa e si spende tanto per la famiglia: è il vettore naturale del domani, senza quella non esiste. Se non la si difende tutto il patrimonio di conoscenza potenzialmente si perde. Famiglie di famiglie fanno i popoli e nazioni. Difendere la famiglia è la battaglia più laica e politica che possa esistere.

Ovvio che l’informazione la trasmissione del sapere ha anche il vettore della lingua. Ben lunghi dall’essere una scelta retrograda, aver inserito lo studio del lombardo nei curricula scolastici è la scelta più innovativa che si poteva fare. Il dialetto porta con sé le sottigliezze del sapere di un mondo, degli uomini e donne che hanno vissuto le nostre terre. Imporre il dialetto come lingua sarebbe ideologico, avere la possibilità di studiarlo, approfondirlo, significa permettere di accedere ai tesori nascosti dei nostri territori.

Dialetto, famiglia e identità sono dunque la naturale e realistica alternativa al mondo nuovo che vuole sostituire la trasmissione del sapere e della vita con la rete e con le maternità surrogate. All’apparenza il mondo nuovo può sembrare più facile, meno drammatico, ma è inevitabilmente più fragile. La tradizione si forgia nei secoli, le difficoltà aiutano a crescere e ad irrobustire la propria identità. Una volta si diceva: “se ha le gambe cammina”. Siamo all’inizio del mondo post-moderno e già il dubbio che non abbia le gambe c’è: la crisi economica, politica, culturale, esistenziale, relazionale …. qualsiasi campo del vivere umano sembra essere in crisi…

De Maistre ci ha insegnato che per fare il bene non bisogna fare una rivoluzione di segno contrario, ma il contrario della rivoluzione. Ai progetti di ingegneria sociale non bisogna opporre altri progetti altrettanto ideologici, bisogna partire dal reale su cui costruire il mondo che nasce.

Sembra che la Regione Lombardia sia incamminata lungo questa strada: il contrario della rivoluzione fatta di scelte di buon senso e di tradizione, senza proclami urlati ma facendo un passo alla volta. E’ così, ad esempio, che sono nate le grandi cattedrali, perché ci sono state persone che per una vita hanno costruito una colonna, niente di più, ma il loro sforzo, che può sembrare minimo, ha messo il mattone necessario per tenere in piedi la struttura. Forse in questo momento storico la legge della Regione Lombardia non fermerà la burrasca della rivoluzione antropologica della post-modernità, ma è certamente un mattone fondamentale nel cammino di un popolo. Di solito le burrasche passano ma i mattoni restano!

Michelangelo Longo (tratto da www.comunitambrosiana.com)

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