Accoglienza: Milano impari dai nazionalisti polacchi

Una lezione dalla "destra xenofoba" a chi si riempe la bocca di umanitarismo

Sono stato in Polonia, la settimana scorsa. Ci sono andato col prete e coi ragazzi della parrocchia che seguo per suo conto, in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù. Della definizione dell’alloggio si è occupata l’arcidiocesi di Milano, che ha assegnato me e i miei ragazzi a una parrocchia francescana del comune di Wieliczka, un distretto agricolo/minerario della provincia di Cracovia.

Ma perché questo preambolo in un articolo che dovrebbe trattare di politica?

Perché Wieliczka è uno di quei tanti paesi polacchi, estranei alle logiche cosmopolite delle grandi città, che l’anno scorso hanno consegnato la Polonia in mano al partito Diritto e Giustizia (Prawo i Sprawiedliwoś), tacciato dai media nostrani di xenofobia, fascismo, nazionalismo e altri vituperi, reo di aver rifiutato le proposte di ingresso nella zona euro (che a loro non conviene) ed essersi apertamente opposto ai piani di accoglienza made in Bruxelles.

Ebbene, io e i miei ragazzi siamo stati ospitati da una famiglia della suddetta cittadina: le stampe su alcune   t-shirt del padrone di casa (“better dead than red”, “fight socialism” e altre scritte in polacco, il cui messaggio non sono sicuro fosse prettamente politico) non mi portano a collocare i membri del nucleo familiare tra l’elettorato moderato. A maggior ragione se si conta il fatto che uno dei ragazzi presta servizio in una milizia paramilitare simile al Werwolf nazista.

È quindi successo che una famiglia “nazionalista” di una cittadina “xenofoba” ha ospitato spontaneamente e gratuitamente 17 sconosciuti, facendomi riscoprire un concetto di ospitalità che, nella civilissima, cosmopolita e mentalmente aperta Milano non avevo incontrato neanche nel più immigrazionista tra i politici.

Già, perché a Milano cosa succede?

A Milano succede che, contrariamente alla tradizione meneghina, ci si riempie di chiacchiere e non ci si sporca le mani. Accade quindi che, a un mese da elezioni in cui le politiche sull’accoglienza hanno tenuto banco in ogni tribuna, il Comune tenta di ospitare migliaia di profughi in stabili della Regione (su cui, peraltro, avrebbe potuto avanzare proposte se tre anni fa non si fosse tirato indietro dalla gestione Expo). E quando la Regione nega il permesso, con un sostanziale “del mio stabile faccio quello che voglio io”, allora si intorbidano le acque e ci rifugia nel contorto ragionamento “non posso fare quello che voglio se non lo fanno prima gli altri”. Mutatis mutandis, “scusate amici se le birre non sono fresche, ma il mio vicino non mi ha fatto usare il suo frigorifero”.

Che poi, alla fine, il battibeccare di questi giorni può essere facilmente letto come un espediente retorico per essere giustificati a non fare un cacchio.

Insomma, meglio per tutti se alle prossime elezioni cerchiamo di convergere su un candidato nazionalista polacco.

Walter Quadrini per affaritaliani.it

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5 Commenti su Accoglienza: Milano impari dai nazionalisti polacchi

  1. questo articolo é davvero intellettualmente scorretto…
    ti porgo subito una domanda per capire se la cosiddetta ospitalità menzionata é davvero tale…
    tra di voi che siete stati ospitati, c’erano per es. magrbini oppure anche qualche bimbo di colore nero ?
    risposta semplice per favore, SI o NO

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  2. SÌ: angloani alloggiati nella palestra di una scuola, un gruppo di otto libanesi ospitati in famiglia e svariati francesi “di colore nero” (tra cui uno che ricordo molto bene perché poliomielitico) provenienti dalla diocesi di Saint Denis. Questi solo quelli che ho incontrato in paese. A Cracovia ne ho visti di ogni etnia e provenienza.
    Posto, comunque, che non ho verificato alcuna correlazione tra l’elettorato di PiS e le accuse di xenofobia ad esso rivolte dal Bel Paese, quello che ho notato è un forte attaccamento alla proprie radici, che risentono fortemente del retaggio cristiano.

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    • allora ritiro le accuse e chiedo scusa.
      Effettivamente vedo come un progetto, esemplare qui in Francia (vivo a Paris), di distruzione di tutti quei valori che hanno fatto forti le nazioni nel passato: né patria, né religione suonava un certo slogan degli anni 70…
      Si vuole indebolire il popolo, la nazione, al fine dico io, di annullare la protesta cittadina e spianare la strada alle lobby (finanza ma non solo) che dettano le leggi al governo.

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      • Nessun problema, anzi, bene accetti i commenti.
        Mi permetto di aggiungere che la comunità francese che – a quanto ho visto – ha partecipato maggiormente all’evento è stata quella bretone. Azzardo l’ipotesi che le spinte autonomiste e una qualche forma di isolamento identitarista abbiano, in questo senso, preservato quella genuinità religiosa che ho ravvisato anche nei Polacchi. Ma, non conoscendo bene la Francia, resta una mia ipotesi campata su qualche scambio di battute con dei ragazzini bretoni.

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      • si in effetti, confermo che la Bretagna francese resta una poche (o la sola) regione che ancora si oppone e resiste allo sfacelo messo in atto dal governo Hollande

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