L’OCCIDENTE È MORTO. ED ELIOT È LÌ A RICORDARCELO

“The Waste Land” – “La terra desolata” nella traduzione italiana – è un poema scritto da T.S Eliot, revisionato successivamente da Ezra Pound, che fu pubblicato nel lontano 1922, ma che oggi più che mai appare moderno nella visione lucida e spietata della società occidentale contemporanea.

Il titolo già di per sè racchiude in tre parole l’essenza del pensiero di Eliot: la terra desolata è infatti la metafora della crisi e della sterilità del mondo moderno, di un’Europa (ma per estensione, la società occidentale) alla ricerca disperata di valori spirituali, e al tempo stesso privata degli strumenti culturali ed etici necessari a ritrovarli.
La società occidentale contemporanea, incapace di rinascere e rinnovare se stessa, rimane inesorabilmente immutata. Arida ed essenziale, desolata, appunto, è composta da uomini e donne privati di ogni sentimento, aggrappati disperatamente al dio denaro, alla facile economia, ai facili amori, al sesso ancora più facile e distratto. Non a caso Eliot ambienta molti dei passaggi del poemetto a Londra, che un tempo fu la capitale del mondo, che oggi è la capitale della finanza.

La terra desolata è un luogo popolato da un’umanità ossessionata dalle mode, dal materialismo, dalla gratificazione momentanea, a discapito della sostanza. La degenerazione morale e culturale contemporanea è il filo rosso che lega tutto il poema; il presente appare privo di valore e di valori, e rimane poco o nulla di ciò che fu lo splendore, la ricchezza culturale e morale del passato.

Il poema si apre con una visione amara:
“Aprile è il più crudele dei mesi”: davanti al rifiorire della natura, l’uomo moderno, vuoto e senza scopo, sente in modo ancor più doloroso la propria sterilità interiore. I lillà sono sia un correlativo oggettivo per indicare il ricordo, il passato e allo stesso tempo rappresentano i fiori connessi ai riti pagani della fertilità.

APRIL is the cruellest month, breeding
Lilacs out of the dead land, mixing
Memory and desire, stirring
Dull roots with spring rain.
Winter kept us warm, covering
Earth in forgetful snow, feeding
A little life with dried tubers.

Aprile è il più crudele dei mesi, genera Lillà dalla terra morta, confonde memoria e desiderio, risvegliando le radici sopite con la pioggia della primavera. L’inverno ci mantenne al caldo, coprendo la terra con immemore neve, e nutrendo con tuberi secchi una vita misera.

What are the roots that clutch, what branches grow
Out of this stony rubbish? Son of man,
You cannot say, or guess, for you know only
A heap of broken images, where the sun beats,
And the dead tree gives no shelter, the cricket no relief,
And the dry stone no sound of water.

Quali sono le radici che s’afferrano, quali i rami che crescono da queste macerie di pietra? Figlio dell’uomo, Tu non puoi dire, né immaginare, perché conosci soltanto un cumulo d’immagini infrante, dove batte il sole, E l’albero morto non dà riparo, nessun conforto lo stridere del grillo, e l’arida pietra nessun suono d’acque.

In tutto il poema, lo squallore e l’alienazione della vita metropolitana nell’età moderna, sono contrapposte ironicamente al mito e ai grandi classici della letteratura antica. Nelle loro incarnazioni moderne le figure della tradizione occidentale, come Tiresia, o il Re Pescatore, subiscono inesorabilmente un degrado.

Non c’è lieto fine nel poema di Eliot, non arriva la cavalleria al galoppo, nessun eroe.
L’unica via di salvezza per l’abitante della terra desolata è ritrovare l’orgoglio delle proprie radici e della propria tradizione.

Silvia Rossetti

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