CHI ERA ZENODOTO?

Elogio di un’antica scienza, supporto all’interpretazione dei risultati di tutte le altre e palestra di educazione al rispetto dell’alterità

Districarsi nell’oceano di disinformazione pilotata o involontaria, o nella palude della presunzione travestita da sapienza, o nel mercato universale dei tarocchi, o nella Babele delle culture, non è un problema nuovo; è sempre esistito, almeno da quando l’uomo ha incontrato l’artefatto di un suo simile, magari remoto nel tempo e nello spazio. Gli scavi di Creta riguardano davvero il Palazzo di Minosse e quelli in Turchia la Troia di Omero? e poi sono esistiti Minosse e Omero e ci fu una guerra di Troia? Che cosa intendeva Aristotele con il termine “chrematistics” in economia o “entelekeia” in filosofia? Come stabilire se un quadro anonimo fu dipinto da Raffaello piuttosto che da Bellini? E se un’opera d’arte firmata appartiene al suo autore o è un plagio?

Ma infine che cosa significano le parole Minosse, Omero, Troia, arte, ecc.? La domanda mi è balzata alla mente leggendo gli interventi dei lettori al mio precedente articolo sul rapporto tra mente e cervello. Ad un certo punto ho creduto di capire le ragioni del contendere strenuo, senza il cedimento di un millimetro, tra partiti opposti: non ci si intende sul significato delle parole. Per esempio, possono due persone discutere su ciò che è reale e ciò che non lo è, se non si accordano prima sul significato di “reale”? e potrebbero accordarsi su un termine così tecnicistico senza aver frequentato un corso di fondamenti di metafisica?

Prima di tutto viene la filologia.

Pochi conoscono il campo d’indagine di questa scienza, o solo il significato del suo nome. Un numero ancor minore sa che l’attitudine scientifica a scrutinare scetticamente ogni apparenza riflette l’eredità di questa antichissima disciplina occidentale, oggi quasi del tutto dimenticata. Eppure, state certi, sarebbero proprio questi ignoranti – detto nel senso del participio, senza offesa – ad affermare che, qualsiasi diavolo essa sia, non è “vera scienza”. Eppure la filologia dà conoscenza, e anzi sta all’origine dell’interpretazione generale di ogni risultato scientifico e perfino dell’organizzazione di tutti i dipartimenti nelle moderne università, umanistici e tecnici.

La traduzione etimologica, “amore della parola”, non aiuta molto. Amore difficile andrebbe meglio, nel significato di attenzione critica verso le parole, le loro radici, i loro significati, senza riguardo alcuno dell’amante (il filologo) verso l’amata (la parola, o il contesto che la contiene). Lo scrutinio severo del filologo, dove persino il libro per antonomasia, la Bibbia – anzi esso per primo! – fu sempre trattato come ogni altro, è gradualmente diventato la caratteristica della ricerca scientifica in ogni settore, dalla critica letteraria alla filosofia, dalla storia all’antropologia alle tecno-scienze.Controlla, ricontrolla, controlla di nuovo senza guardare in faccia a nessuno, né escludere nessuna opzione. Ed usa correttamente “grammatica, sintassi e semantica del linguaggio” – il metodo – della tua disciplina…

Nell’era pre-cristiana, l’atteggiamento critico-analitico dei primi filologi prese di mira l’epica di Omero, l’autore più venerato, alla base dell’educazione di ogni giovane aristocratico. L’Iliade e l’Odissea datavano già diversi secoli di trasmissione orale e di “libere” trascrizioni di scribi inclini agli errori (e alla creatività), quando il primo direttore della biblioteca di Alessandria, Zenodoto (330-260 a.C. circa), decise di pubblicarne la versione autentica, comparando i diversi testi, annotando le ripetizioni e stralciando i passaggi dubbi, come per esempio quelli aggiunti per nascondere la mancata partecipazione di Atene alla guerra di Troia.

Con l’avvento del cristianesimo, l’analisi testuale si fece ancora più rigorosa, perché vitale per la nuova religione: si trattò agli inizi di stabilire il “canone” del Nuovo e del Vecchio Testamento scegliendo tra vari testi – alcuni dei quali, anche popolari per secoli, apparivano di provenienza dubbia, come ad esempio il vangelo di Nicodemo –, nonché di affrontare i problemi d’interpretazione e di traduzione dall’ebraico al greco al latino. I filologi divennero inventori di nuovi prodotti e discipline, come Cassiodoro (V-VI sec.) dell’enciclopedia, o Isidoro di Siviglia (VI-VII sec.) dell’etimologia.

A partire dal Rinascimento, con la riscoperta dei manoscritti antichi, divenuti oggetti di predilezione divulgabili attraverso la nuova tecnologia della stampa, si ripropose il problema di selezionare il testo autentico (latino o greco o persiano o arabo o indiano) tra varianti, errori e manipolazioni, così come di tradurlo fedelmente. Il rigore filologico iniziò allora ad influenzare la storia, la storia dell’arte e la critica letteraria, ed anche il nuovo metodo sperimentale esploso nella medicina e nella fisica. In quegli anni sorse ad Alcalà, vicino a Madrid, il primo collegio trilingue (ebreo, greco e latino); venne pubblicata la “Germania” di Tacito, che, attraverso la descrizione dei costumi delle antiche tribù germaniche, portò gli entusiastici studiosi tedeschi all’invenzione dell’antropologia e del mito europeo sulla superiorità morale del selvaggio; furono disseppellite nel Foro a Roma antiche iscrizioni provviste di data…

Nella faticosa rielaborazione del metodo atto ad affrontare le nuove sfide, Erasmo da Rotterdam stabilì il principio di respingere la “facilior lectio”: tra versioni differenti dello stesso testo, si scarti la più facile! È infatti più verosimile che un amanuense distratto o frettoloso abbia sostituito il frasario originale complicato con uno semplice e familiare, piuttosto del contrario. La “regola del pollice” di Erasmo è ancora tra i principi della critica testuale.

Donde deriva l’influenza generale del rigore filologico sulle altre scienze? In tecnologia dell’informazione e delle comunicazioni si usa il termine GIGO (Garbage In Garbage Out, se metti dentro spazzatura uscirà spazzatura) per ricordare che i computer elaborano e i device dei media trasmettono in modo automatico, e quindi acriticamente, i dati in entrata, anche se falsi o insensati. La garanzia dei risultati dipende sempre dall’autenticità delle sorgenti. Ciò vale evidentemente anche per un “elaboratore-trasmettitore” umano, per esempio uno storico o un biologo, che comunicherà conclusioni errate se avrà lavorato su dati errati o anche solo incompleti.

Così, un esempio tra tanti possibili, la filologia moderna ha spazzato via il gigantesco lavoro di uno storico danese del XVIII secolo, Peter Suhm, che aveva speso la vita a ricostruire la storia antica dei paesi nordici. Dopo aver viaggiato per tutta la Scandinavia ed avervi raccolto 10.000 testi contenenti l’intera tradizione di saghe e cronache locali, li aveva elaborati in un immenso spreadsheet. Per i suoi meriti di storico fu eletto membro di tre accademie reali delle scienze: danese, norvegese e svedese. Ma la maggior parte dei dati raccolti erano fantasia popolare. Spazzatura dentro, spazzatura fuori: nel ‘900 la storia della Scandinavia di Suhm fu espunta dalle scuole pubbliche.

Il rischio GIGO, di partire da dati falsi per arrivare coscienziosamente a risultati inaffidabili, riguarda evidentemente anche le tecno-scienze. Oltre la mancanza di riproducibilità, che nonostante il filtro peer per view rende pseudoscientifici gran parte dei lavori pubblicati nelle riviste specializzate, si sta diffondendo un altro vizio tra i ricercatori: la fabbricazione di dati falsi. Questo fenomeno è in rapida crescita, secondo una meta-ricerca recenteinteressa tra il 3 e il 5% delle pubblicazioni, con una percentuale che sale al 20% considerando anche le forme di addomesticamento con cui il ricercatore adatta i dati alle proprie teorie o agli interessi del suo datore di lavoro. I danni economici sono risultati più rilevanti nel settore medico-farmaceutico, dove è in gioco la salute dei cittadini. Il revisore della rivista scientifica, quando non è complice o amico dell’autore, difficilmente può dimostrare la falsità di evidenze sperimentali dichiarate e così bocciare la pubblicazione di una ricerca fraudolenta. E le falsità di questa si propagheranno come un virus nei lavori successivi anche dei ricercatori onesti… Naturalmente la società e i ricercatori onesti stanno reagendo, sviluppando anticorpi: come per affrontare il problema della riproducibilità sono nate da tempo agenzie di controllo per iniziativa degli istituti finanziatori, e anche di auto-controllo in alcune università, così per affrontare le frodi scientifiche sui dati, gli stati stanno insediando nuclei di polizia specializzati.

erasmos

Ma le differenze non rendono un metodo fornitore di una conoscenza minore o peggiore dell’altro. Prendiamo la filologia comparativa, nata negli ultimi anni dell’800, quando gli studiosi iniziarono a studiare il persiano classico e il sanscrito e notarono le somiglianze di queste lingue con il latino ed il greco classico. Che significato avevano queste analogie e qual era l’origine della successiva differenziazione dei linguaggi? Ne nacquero nuove scienze umanistiche, come la linguistica, l’etnologia, ecc.; altre come la musicologia, l’archeologia o la storia dell’arte, se ne giovarono; ma tutte svilupparono i loro metodi di ricerca con una spietatezza verso il più pignolo dettaglio non inferiore allo standard che i matematici e i fisici usano nel loro campo.

La filologia è la scienza di predilezione per l’esperienza dell’alterità, quanto le tecno-scienze lo sono dell’omologazione. Il processo d’interpretazione alla base dell’analisi filologica non veicola di per sé valori universali, ma provoca la coscienza di come culture diverse ne hanno costruito il senso e li hanno selezionati. Questa esperienza ragionata dell’alterità educa alla tolleranza, divenendo così conditio sine qua non per la vita un tempo nella polis, oggi in una società multiculturale e in un mondo globale. Ogni comprensione è sempre preceduta dalla non-comprensione, e la non-comprensione è in filologia parte del metodo perché suscita ipotesi interpretative. Voler comprendere subito un discorso significa rinunciare a comprenderlo, decidere di scartarlo. L’alterità, lungi dall’essere un ostacolo all’interpretazione, è il motore che spinge il filologo a cercare l’organizzazione interna dell’opera altra, aliena, del suo significato e dei valori umani che la sottendono. Il filologo si pone così nel mezzo tra i poli opposti dell’alterità e della familiarità, avendo sviluppato un metodo che gli ha insegnato che ogni senso immediato – nel testo o nel contesto – è insufficiente e va considerato solo come punto di partenza di una ricerca la cui conclusione lo porterà a trovare un senso secondo.

Oltre alla tolleranza, che fonda la convivenza ed arricchisce la vita, la filologia insegna il dissenso, che fonda la democrazia. Anche soltanto per questo poco, essa meriterebbe di essere toccata qualche volta nelle scuole superiori.

Giorgio Masiero per Critica Scientifica

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