L’UNITÀ INDIVISIBILE DI SCIENZA E TECNICA

Una lettera di Galileo al Doge

Nel 1609 Galileo occupava all’università di Padova la cattedra di matematica ormai da 17 anni dei totali “18 migliori di tutta la mia età”, come avrebbe qualificato il suo soggiorno veneto. Vi si era insediato nel dicembre 1592, per decreto del senato della Serenissima Repubblica, con un contratto rinnovabile di anno in anno ed uno stipendio iniziale annuo di 180 fiorini (circa 20.000 euro al prezzo attuale dell’oro, però con un potere di acquisto sui beni di consumo dell’epoca molto superiore, equivalente a quello di una decina di operai edili). Nel 1609 lo stipendio di Galileo aveva raggiunto i 480 fiorini, essendo progredito con continuità insieme ai suoi meriti e alla sua fama. Ma era arrivato il momento per un salto…

Galileo conosceva da tempo, anche perché erano comunemente costruite dai vetrai di Murano e le aveva sperimentate nelle sue ricerche di “prospettiva”, certe lenti “olandesi” con la capacità d’ingrandire l’immagine degli oggetti. Ora, a inizio estate gli giunge la descrizione di un particolare “occhiale”, dove le lenti erano state abilmente combinate da un ottico della città olandese di Middelburg con il risultato d’ingrandimenti nitidi fino a 4 volte. Applicando i risultati dei suoi studi padovani di ottica, Galileo ne sviluppa una nuova versione, migliorata in termini di potenza e qualità, e la chiama “telescopio” (in greco, vedo lontano). Con le sue proprie mani leviga le lenti, costruisce un tubo di legno, dispone una lente concava ed una convessa alle estremità ed accorpa il tutto insieme agli accessori. Ottiene così ingrandimenti di buona qualità fino a 8×, che più tardi saliranno a 20-30×.  Soddisfatto, prende contatto con le autorità, prospettando gli usi della nuova invenzione. Ecco il testo della lettera che il 24 agosto 1609 Galileo invia al doge di Venezia Leonardo Donato:

Serenissimo Principe,

Galileo Galilei, humilissimo servo della Serenità Vostra, invigilando assiduamente et con ogni spirito per potere non solamente satistare al carico che tiene della lettura di Matematica nello Studio di Padova, ma con qualche utile et segnalato trovato apportare straordinario benefizio alla Serenità Vostra, compare al presente avanti di quella con un nuovo artifizio di un occhiale cavato dalle più recondite speculazioni di prospettiva, il quale conduce gl’oggetti visibili così vicini all’occhio, et così grandi et distinti gli rappresenta, che quello che è distante, v. g., nove miglia, ci apparisce come se fusse lontano un miglio solo: cosa che per ogni negozio et impresa marittima o terrestre può esser di giovamento inestimabile; potendosi in mare in assai maggior lontananza del consueto scoprire legni et vele dell’inimico, sì che per due hore et più di tempo possiamo prima scoprir lui che egli scuopra noi, et distinguendo il numero et la qualità de i vasselli, giudicare le sue forze, per allestirsi alla caccia, al combattimento o alla fuga; et parimente potendosi in terra scoprire dentro alle piazze, alloggiamenti et ripari dell’inimico da qualche eminenza benché lontana, o pure anco nella campagna aperta vedere et particolarmente distinguere, con nostro grandissimo vantaggio, ogni suo moto et preparamento; oltre a molte altre utilità, chiaramente note ad ogni persona giudiziosa. Et pertanto, giudicandolo degno di essere dalla Signoria Vostra ricevuto et come utilissimo stimato, ha determinato di presentarglielo et sotto l’arbitrio suo rimettere il determinare circa questo ritrovamento, ordinando et provedendo che, secondo che parerà oportuno alla sua prudenza, ne siano o non siano fabricati.

Et questo presenta con ogni affetto il detto Galilei alla Signoria Vostra, come uno de i frutti della scienza che esso, già 17 anni compiti, professa nello Studio di Padova, con speranza di essere alla giornata per presentargliene de i maggiori, se piacerà al Signor Dio et alla Signoria Vostra che egli, secondo il suo desiderio, passi il resto della vita sua al servizio di Vostra Signoria. Alla quale humilmente si inchina, et da Sua Divina Maestà gli prega il colmo di tutte le felicità”.

Ad una prima lettura, può disgustare il lessico servile, ma sarebbe un errore di decontestualizzazione. Quelli erano i tempi, quello il linguaggio in uso, in questi modi gli artisti e i filosofi (“naturali”, nel caso di Galileo) cercavano protezione e soldi per i loro lavori ed anche per il loro benessere. Oggi non è più così, merito del progresso: artisti e scienziati non devono più arruffianarsi con ricchi e potenti per esprimersi pienamente. Ci si potrebbe anche, forse, meravigliare che Galileo non faccia cenno al Doge dell’ottico olandese dalla cui intuizione aveva sviluppato il suo “trovato”. Ma anche questa dimenticanza è comprensibile: Galileo non ha un “contratto a tempo indeterminato” con stipendio e progressione di carriera garantiti come i ricercatori moderni che, causa ancora il progresso, non hanno la necessità di attribuirsi verso i dirigenti meriti superiori ai dovuti.

La vera sorpresa è un’altra: Galileo prospetta alle autorità solo l’utilità pratica della nuova invenzione, senza alcun riferimento ad un uso teorico, un’utilità per giunta di tipo militare. Non descrive i possibili usi scientifici del telescopio, vuoi in geografia o in astronomia, e nemmeno quelli economici, vuoi in agrimensura o in marina mercantile. No, preferisce limitarsi ad un paio d’impieghi militari, in mare e a terra, per contare le forze del nemico e sorprenderlo con “due hore et più” di anticipo. Addirittura espone l’eventualità di proibire la diffusione della sua scoperta, se “parerà oportuno alla prudenza” delle autorità. Data l’autorevolezza della fonte – al genio pisano dobbiamo l’esplicitazione del metodo sperimentale e il fall-out di una serie di scoperte scientifiche che hanno rivoluzionato la nostra visione del mondo, della principale delle quali tratterò più avanti – se ne può trarre qualche giudizio sull’essenza della scienza.

La reazione dei politici alla lettera è quella che Galileo si aspettava…, anzi superiore ad ogni sua più rosea speranza. Il giorno seguente, viene convocato a Venezia, dal Doge prima e poi alla presenza del Senato al completo. Porta con sé una copia del prezioso strumento, che poi regalerà alla Serenissima Signoria, e dalle logge del palazzo ducale uno dopo l’altro, in ordine gerarchico decrescente, i patrizi veneti chiudono un occhio per ammirare con l’altro, dentro il monocolo, i vascelli che entrano nella laguna dall’Adriatico. Il presidente dei senatori è talmente entusiasta da far approvare al collegio seduta stante il raddoppio con effetto retroattivo dello stipendio allo scienziato ed il prolungamento a vita del suo contratto. Galileo, meditando che “la speranza ha le ale molto pigre e la fortuna velocissime” (lettera al cognato Benedetto Landucci del 29 agosto), accetta al volo.

E poi, chi ha parlato di eventuale censura, di segreto di stato da imporre sul nuovo “trovato”? Nel giro di pochi giorni tutte le vetrerie di Murano si mettono a costruire e gli ottici dei 6 sestieri a vendere il miracoloso occhiale. Davanti agli innumeri campanili della città si formano code di curiosi con il galileiano attrezzo in mano, pronti a salire tutti gli scalini fino alla cella campanaria, per osservare le isole lontane e le navi in mare aperto. Nella sopra linkata lettera al cognato si mostra un Galileo spontaneo e generoso (qui cita senza remore l’ottico olandese che gli ha dato labusiness idea), gongolante di gioia appena temperata dalla necessità di dover restare lontano ancora per anni dall’amata Toscana. (L’anno dopo però, il governo fiorentino, deciso a non consegnarlo definitivamente alla concorrenza, gli proporrà un contratto migliore e lo scienziato rientrerà in patria.)

La lettera di Galileo al Doge è conservata all’Archivio di Stato di Venezia. La brutta copia, scritta di propria mano dall’autore in un quaderno di appunti, è oggi custodita presso la Biblioteca della University of Michigan, dono di un mecenate locale che ne era venuto in possesso non si sa come (v. sotto).

lettera galil

Bozza manoscritta di Galileo della lettera inviata al Doge Leonardo Donato (University of Michigan)

Vi si vedono chiaramente alcune osservazioni astronomiche segnate nella parte inferiore del foglio. Galileo le eseguì col telescopio nell’inverno successivo, precisamente nel gennaio 1610. Osservando di notte i cieli, notò 4 oggetti brillanti intorno a Giove, che cambiavano posizione da una notte all’altra. Trascrisse le posizioni per una settimana e quando tracciò il diagramma di come sarebbero apparsi gli oggetti se osservati da Giove, si rese conto che erano le “lune” del pianeta, cioè i suoi satelliti che gli orbitavano intorno. Furono queste le prime osservazioni di un essere umano riguardanti corpi celesti ruotanti intorno ad un corpo diverso dalla Terra. Esse convertirono Galileo alla teoria eliocentrica, proposta 70 anni prima da Nicolò Copernico su basi metafisiche nell’opera “De revolutionibus orbium celestium”.

Non passano due mesi che il pisano pubblica, esattamente il 12 marzo 1610, per i tipi di una delle 400 stamperie di Venezia (10 volte più che nell’intera Germania, o tante quante a Parigi e Londra messe insieme) il Sidereus nuncius, nel quale fornisce per Giove descrizioni e disegni più accurati, con le distanze relative delle lune (battezzate “medicee” in onore del prossimo padrone), insieme ad altri risultati astronomici rivoluzionari (la Redazione ci tiene ad evidenziare questo meraviglioso doppio senso) riguardanti la Luna e Venere, tutti usciti dal nuovo strumento.

Agli inizi del 1610, un cilindro cavo di legno con due lenti alle estremità rovesciò la concezione dell’universo che l’uomo aveva dalla sua comparsa sulla Terra. Da una tecnologia (“techne”, in greco: strumento) capace d’ingrandire 20 volte l’immagine di un oggetto nacque di fatto la scienza moderna. L’epistemologia, la teorizzazione del metodo, verrà 3 anni dopo, con la terza lettera di Galileo a Mark Welser.

Il via vai tra i campanili veneziani, il trambusto filosofico provocato dalla nuova immagine del mondo offerta dalla scoperta del tubo “cavato dalle più recondite speculazioni” ed i possibili usi economici e militari non passarono inosservati alle spie straniere che vivevano a Venezia, a cominciare da quelle che lavoravano nelle ambasciate. Con mirabile efficienza, 24 ore dopo l’uscita del Sidereus nuncius, l’ambasciatore inglese presso la Serenissima, Henry Wotton, mandò una copia del libro a sir Robert Cecil, primo ministro britannico e capo dell’intelligence istituita a Londra da Elisabetta I, accompagnando le seguenti parole:

“[…] Venendo ora ai temi di attualità, V’invio perché lo consegniate a Sua Maestà il più strano pacchetto di novità (se così posso esprimermi) che Egli possa mai aver ricevuto da ogni parte del mondo: è l’allegato libro d’un professore di matematica di Padova, che con l’aiuto d’uno strumento ottico (che contemporaneamente ingrandisce e avvicina gli oggetti), inventato la prima volta nelle Fiandre e migliorato dallo stesso professore, ha scoperto 4 nuovi pianeti orbitanti intorno alla sfera di Giove, oltre a molte nuove stelle fisse sconosciute; e con lo stesso strumento la causa della Via Lattea, tanto a lungo ricercata; e infine che la Luna non è sferica, ma dotata di molte sporgenze e, cosa ancora più strana, che è illuminata dalla luce solare per riflessione dal corpo terrestre, almeno così egli sembra dire. Cosicché su questo argomento, egli ha capovolto tutta l’astronomia precedente […] A questo autore è toccata la sorte di diventare o troppo famoso o troppo ridicolo. Con la prossima nave, Sua Signoria riceverà da me uno di tali strumenti, così come sono stati migliorati da quest’uomo” [sottolineatura mia].

Che ci dice oggi la lettera di Galileo al doge Donato? Ci ricorda il rapporto inscindibile tra tecnica e scienza. Se gli strumenti, a partire da quelli di misura (bilance, metri, orologi, ecc.), sono indispensabili nell’attività scientifica quotidiana, essi possono diventare i protagonisti dei salti paradigmatici in cui nuove teorie scalzano le precedenti. Siamo soliti considerare la tecnica un’applicazione della scienza, ma è altrettanto vero che la scienza è un’applicazione della tecnica! Al punto che c’è anche chi preconizza la fine prossima della ricerca scientifica in qualche settore (per es., nella struttura della materia secondo Arno Penzias, premio Nobel della fisica per la scoperta della radiazione cosmica di fondo) a causa del raggiunto limite di risorse per le tecnologie necessarie a progredire in quel settore. Il circolo virtuoso della tecno-scienza ha nei limiti fisici dell’energia disponibile un suo anello debole?

Giorgio Masiero

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