UNITARISMO O FEDERALISMO?

O altro ancora?

Esiste una similarità di procedimento tra l’unificazione italiana del XIX secolo e quella europea, dal punto di vista procedurale: entrambe sono state decise a tavolino nel mondo settario e condotte a termine senza alcun reale seguito popolare, anzi contro la volontà delle popolazioni europee. Non solo: entrambe eterodirette da forze straniere. Ma la vera somiglianza risiede nelle intenzioni di chi manovrò allora la storia italiana e manovra oggi quella europea. Infatti, tanto lo statalismo moderno – e in particolare quello risorgimentale – quanto il post-statalismo contemporaneo sono due tappe successive del cammino verso la realizzazione della repubblica universale, l’entità finale per il controllo dell’intera umanità e la preparazione per eventi futuri. Lo statalismo è stato necessario per accentrare e superare il particolarismo identitario medievale e moderno della Res Publica Christiana, di cui l’Italia era forse la massima espressione insieme alla Germania imperiale; realizzato questo fino al parossismo (totalitarismi), oggi si scardina tutto per “sciogliere” ogni autorità locale, perfino quella statuale stessa, nel governo mondiale, di cui la UE è tappa essenziale.

E oggi inoltre è ormai evidente a tutti che la sovranità italiana è morta operativamente (sì, abbiamo ancora la bandiera, confini finti, ambasciatori impauriti e governanti marionette agli ordini di forze straniere, peraltro neanche più eletti dagli italiani, mentre non abbiamo più moneta nazionale, autonomia economica, politica estera e siamo realmente “calpesti e derisi” molto più di quanto mai lo fossimo stati prima dell’unificazione), ed è morta appunto nel dissolvimento progressivo e ormai avanzatissimo in questa “cosa” indecifrabile e totalitaria che è l’UE.

Dinanzi a tale evidente fallimento, vi sono due principali posizioni. La prima, è di coloro che sostengono che seppur è vero che lo Stato nazionale italiano è nato con metodologia massonica e non ha prodotto – eccetto la mera statualità geopolitica – i risultati che gli artefici si erano prefissati (ovvero una nuova identità nazionale in cui si riconoscessero tutti gli italiani e una patria libera, voluta, amata e difesa da tutti), e che quindi, chi oggi ama veramente l’Italia tradizionale, qualora fosse stato presente 150 e oltre anni fa, avrebbe dovuto schierarsi dalla parte degli Stati preunitari per opporre legittima resistenza al progetto unitarista massonico e difendere di contro la vera e reale identità italiana di quei giorni, che era cattolica, monarchica e localistica; è anche vero che oggi, proprio per le medesime ragioni, costui dovrebbe difendere lo Stato nazionale dinanzi allo strapotere dell’UE, come strumento appunto di resistenza legittima alle forze della dissoluzione, che 150 anni or sono hanno usato l’unitarismo per distruggere le identità locali e la cattolicità, e oggi usano l’europeismo contro le identità locali e nazionali e la cattolicità. Insomma, ieri il nemico era unitarista, oggi è europeista nel senso di mondialista, e per questa ragione come ieri si sarebbero dovuti difendere gli Stati preunitari oggi occorre difendere lo Stato nazionale.

L a seconda è quella di chi sostiene di contro che il nemico, ieri come oggi, sia lo Stato nazionale e che solo la via federalista sia la soluzione tanto all’unitarismo quanto all’europeismo sinarchico, due facce della stessa medaglia, la medaglia massonica e mondialista della distruzione delle identità etniche, civili e culturali delle tante popolazioni italiane ed europee. Solo il federalismo, per costoro, ci avrebbe preservato ieri dalle follie nazionaliste e dal centralismo burocratico statalista, e ci proteggerebbe oggi dallo stesso centralismo burocratico europeista e dalla dissoluzione mondialista in corso.

Chi ha ragione e chi ha torto?

Non ho difficoltà ad ammettere che, negli anni passati, personalmente aderivo maggiormente alla prima soluzione. Non per antifederalismo preconcetto, ma più che altro perché mi sembrava la più razionale: Massimo Viglione nel 1860-61 e ancora nel 1866 in Veneto e poi nel 1870 a Roma avrebbe combattuto contro lo Stato nazionale e sarebbe quindi stato contro Cavour, Garibaldi e soci e dalla parte degli Stati preunitari per le ragioni suddette (come nel 1796-99 sarebbe stato dalla parte degli insorgenti contro Napoleone e i giacobini). E, per le ragioni suddette, oggi comprende che ciò che è stato creato allora di sbagliato – l’Italia unita – è invece lo strumento di resistenza a un ulteriore passo in avanti verso il cammino della dissoluzione generale in corso. L’unitarismo era allora il male, oggi è il male minore dinanzi a un male di gran lunga peggiore, il mondialismo sinarchico.

Il ragionamento in sé è certamente razionale e lucido.

D’altro canto, però, le cose oggi sono profondamente cambiate in confronto a soli dieci anni fa o anche meno. Di fatto, lo Stato nazionale italiano non esiste più. Senza moneta, senza confini (se non sulla cartina geografica), senza sovranità politica estera alcuna, senza sovranità militare, invasi da milioni di immigrati, siamo una barzelletta di Stato e prendiamo ordini dall’estero: il compito dei nostri governanti, chiunque essi siano, appare essere quello di districarsi alla meno peggio tra i vari ordini che arrivano (forze occulte, grande finanza, BCE, Bruxelles, Berlino, Washington, capricci di Parigi, senza inimicarsi troppo Mosca) e le problematiche reali che ci attanagliano, dalla crisi economica alla disoccupazione, dall’invasione degli immigrati al disastro della nostra politica economica e burocratica interna, ecc. Non solo: dal golpe antiberlusconiano del 2011, ormai non siamo più nemmeno in una parvenza di democrazia. I governanti li decidono altri. Dinanzi a questo disastro totale, che negli ultimissimi anni è divenuto chiarissimo e dirompente, io mi chiedo: che senso può avere oggi difendere ciò che non esiste più? E, soprattutto, è meglio che non esista più, date le ormai assurde condizioni della politica italiana attuale.

E, quindi, ammetto altrettanto che sto rivedendo queste mie posizioni. Però, a dire il vero, nemmeno oggi personalmente io credo che il federalismo, inteso nel senso classico, abbia una reale prospettiva di futuro politico. Il nemico, l’UE e il mondialismo in genere, non solo non tollerano più lo Stato unitario come ostacolo alla repubblica universale, ma ancor meno i federalismi incontrollabili (per i loro piani dissolutori), che lasciano maggiori libertà alle popolazioni e quindi di fatto allentano la morsa del potere centrale delle forze occulte. Sono quindi pessimista su entrambe le vie, in quanto siamo entrati in una fase ulteriore del processo rivoluzionario della sovversione della civiltà europea, cristiana, mondiale, che ormai si pone al di là del problema unitarismo/federalismo. Anche se si realizzasse una forma di federalismo regionale o interregionale, sarebbe strangolato e distrutto dallo strapotere finanziario della BCE unito al controllo politico di Bruxelles, con l’appoggio degli USA. Nessuno oggi, in questa Europa, può sognarsi di prescindere dalla realtà dei fatti.

Dobbiamo adeguarci e stare zitti quindi? Neanche per sogno: occorre però essere realisti, fino in fondo.

E guardiamo in faccia alla realtà allora. In questo momento, le forze antieuropeiste, eccetto la Lega e pochi altri, non sono federaliste, bensì nazionaliste, almeno le più importanti: in Francia, in Ungheria, in Polonia, in alcuni Paesi del Nord, così come i partiti antieuropeisti di Gran Bretagna, Austria. L’unica importante forza antieuropeista e federalista è la Lega, ma la stessa Lega è pronta – e fa benissimo, sia chiaro – ad allearsi con queste forze non federaliste, a volte perfino stataliste, al fine di combattere il moloch europeista. Questo dimostra chiaramente che ormai, giunti a questo livello della dissoluzione mondialista, il cuore del problema non è più tanto istituzionale, quanto precipuamente politico: c’è un nemico comune – che peraltro non è né statalista né federalista bensì anarco-mondialista –, occorre che tutti coloro che capiscono la pericolosità di questo nemico e lo vogliono combattere per difendere i popoli europei si uniscano in un progetto comune di resistenza popolare e politica al contempo, che preveda anzitutto la difesa dell’autonomia politica, economica, culturale e anche etnica e linguistica delle realtà – sia nazionali che regionali e locali – del continente europeo.

In tal senso, chi scrive approva gli sforzi del Segretario della Lega di guardare oltre – almeno per il momento – le istanze istituzionali (federalismo) – così come il regionalismo padano a livello italiano: in tal senso consiste il merito principale di Salvini, che ha capito che la Lega, senza snaturarsi, deve però divenire una forza di governo e speranza per tutti gli italiani, essendo ormai il mondo profondamente cambiato negli ultimi anni – per adoperarsi in alleanze con forze importanti, per quanto nazionaliste e a volte stataliste, del mondo libero europeo, a partire dal Front National in giù; e spera vivamente che tali alleanze e collaborazioni vadano a crescere e a coinvolgere sempre più anche i governi dell’Europa dell’Est, come Polonia e Ungheria, ma anche quelli balcanici più aperti a queste idee. Il fine ultimo deve essere quello di creare una generale e continentale resistenza al “Leviatano brussellese” e alla sua dissoluzione morale, politica, economica, nella difesa delle identità religiose, culturali, civili ed etniche di ogni popolazione europea, tanto a livello nazionale che locale.

Riguardo poi lo specifico della questione istituzionale, sarà la storia a dare la sua risposta. Magari ricreando, quando questo mostro crollerà – perché crollerà! – le condizioni per una rinascita europea simile a quella che avvenne nei secoli successivi alla caduta del mondo antico, con un’Europa unita nella istituzione imperiale, per sua natura sovranazionale ma saldata dal cemento dell’unica fede e autogovernata nelle decine e decine di realtà locali in pieno rispetto delle autonomie naturali, civili, etniche ed economiche delle popolazioni.

Nel frattempo, quello che a noi spetta è di resistere al male, e il male è la società gnostica ed egualitaria, liberale e socialista al contempo, anarchica e mondialista, finanziaria e pauperista, pacifista e violenta, umanista e antiumana, comunque a-morale a antinaturale, secondo quella “coincidentia oppositorum” tanto cara agli gnostici di tutti i tempi e luoghi. Ciò che possiamo e dobbiamo tutti fare oggi in concreto è resistere agli strumenti utilizzati per l’attuazione del grande piano sovversivo: combattere l’immigrazionismo, l’UE, la BCE, la superfinanza e i loro piani di dissoluzione totale della civiltà umana e di contro difendere ogni giorno, in un rinnovato spirito di unità e collaborazione, anzitutto fra italiani, ma anche, come detto, con tutti gli altri europei che condividono queste preoccupazioni e finalità, tutto ciò che di grande ha costituito la civiltà europea dei secoli passati. Poi, a tempo debito, dopo la “pars destruens”, verrà la “costruens”, e si potrà allora, in base a quella che sarà la realtà effettiva delle cose, stabilire un divenire naturale degli eventi e delle formazioni politiche ed economico-sociali di tutte le popolazioni europee ed italiche. Questo divenire non sarà certamente l’unitarismo, bensì, come prima detto, una forma di universalismo religioso e politico che ingloba in sé la difesa di ogni localismo etnico, civile, linguistico e culturale.

Prof. Massimo Viglione

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