ECCO COME RENZI HA VENDUTO UN PO’ DI SARDEGNA ALLA FRANCIA

Ed ecco come abbiamo ripubblicato un altro articolo a firma Carlo Lottieri

Era il marzo del 2015 e le cancellerie dei paesi europei apparivano assai inquiete per una serie di ragioni: le difficoltà della Tunisia ferita dall’attentato terroristico al museo Bardo, la necessità d’impedire all’Iran di dotarsi di una bomba nucleare, la crisi tra Russia e Ucraina, la situazione esplosiva della Libia e, di conseguenza, anche i problemi connessi ai flussi dell’emigrazione verso le coste europee. Il 21 di quel mese, a Caen, si tenne il Consiglio franco-italiano per la difesa e la sicurezza, con la partecipazione dei nostri ministri Gentiloni e Pinotti e dei loro omologhi Fabius e Le Drian. Fu l’occasione di affrontare tutti questi temi e anche altri: come ad esempio l’imminente apertura, il primo maggio, di quell’Expo milanese che vide una presenza consistente delle aziende e dei politici francesi.

Uno dei frutti di quell’incontro in Normandia fu la firma (da parte dei ministri degli Esteri Gentiloni e Fabius) di un accordo tra i due Paesi che ridefiniva le zone di giurisdizione e sovranità tra Italia e Francia nel Mediterraneo. Pare che le trattative fossero iniziate già nel 2006, quando a capo del governo c’era Romano Prodi, e un po’ alla volta avevano prodotto quel testo finale che lo scorso anno il ministro italiano ha firmato. Conseguenza? Alcuni giorni fa qualche peschereccio del Nord della Sardegna si è diretto verso una propria abituale area di pesca ed è stato bloccato dalla marina francese, che ha intimato a quelle imbarcazioni di fare dietro-front. Una delle aree più pescose e quindi necessaria alla produttività delle imprese sarde del settore da un momento all’altro è scomparsa. E ora assistiamo alle proteste delle categorie interessate e a una serie di iniziative politiche: a partire dall’interpellanza del deputato Mauro Pili, già presidente della Regione per il centro-destra.


I nuovi confini marittimi tra Italia e Francia


A questo punto, quali che siano le ragioni  di diritto internazionale che hanno prodotto tale risultato (ma esiste un diritto internazionale che prescinda dalla volontà degli attori e dalle forze in gioco?), una lezione da trarre da tale vicenda riguarda i titolari delle aziende attive nella pesca, che sono imprenditori bisognosi di disporre di garanzie che oggi non hanno. Essi devono allora veder nascere un sistema di diritti di proprietà sulle aree di pesca che li metta il più possibile al riparo dai giochi della politica internazionale.

Qualche anno fa proprio un economista francese, Pascal Salin, invitò a concretizzare soluzioni liberali per temi come questi. Egli suggerì di immaginare che “gli Stati nazionali non abbiano diritti sui mari; non esisterebbe nessuna distinzione tra acque internazionali e nazionali, e tutte sarebbero aperte all’appropriazione da parte dei privati. Il principio fondamentale sarebbe il diritto del primo arrivato”. Questi strumenti, tra l’altro, già esistono: basti pensare alle TURF (Territorialy based user rights for fishing), le quali introducono diritti di pesca basati sulla zona. Questa è solo una delle soluzioni tecniche possibili, ma il punto cruciale è che senza diritti di proprietà non si può porre alcuna barriera di fronte all’arbitrio.

C’è poi un’altra lezione da trarre, la quale riguarda i vecchi miti della cultura politica e costituzionale europea. Fu già chiaro dopo il trattato di Osimo, con il quale l’Italia cedette alla Jugoslavia i territori della frontiera triestina occupati dal maresciallo Tito: l’articolo 5 non vale nulla. Non è affatto vero che l’Italia sia “una e indivisibile”, dal momento che ieri Rumor e oggi Renzi hanno assunto decisioni che ne hanno modificato i confini: come si è sempre fatto e come si farà molte altre volte anche in futuro. I sudtirolesi sono “italiani” solo perché l’impero austro-ungarico ha perso la prima guerra mondiale e i veneti perché la Francia ha consegnato questa regione ai Savoia, un secolo e mezzo fa. Questo è il passato e questo è anche il presente. Difficile immaginare che le cose funzioneranno diversamente negli anni a venire.

Carlo Lottieri per Il Foglio

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