QUANDO LE “PUTTANE” ERANO MUSE

Tutti a troie con Toulouse-Lautrec!

«La caffettiera». Così le prostitute di La Fleur Blanche, la casa di tolleranza al numero 6 di rue des Moulins, avevano ribattezzato il nobile Monsieur Henry, pittore e cliente: sgraziato e piccolo nel fisico, 1,52 centimetri, ma superdotato quanto ad attributi virili, sulla falsariga dell’estremità da cui fuoriesce la preziosa bevanda.

Un quarto di secolo dopo l’incitazione di Charles Baudelaire a dipingere la modernità per quella che era, immergendosi nella quotidianità del tempo presente e non cercando l’ispirazione, più o meno attualizzata, nei modelli del passato, il conte Alphonse de Toulouse-Lautrec-Monfa, aveva superato il suo mentore poeta e fatto di La Fleur Blanche se non la sua casa (lo vietavano le leggi dell’epoca), il suo studio. Vi entrava a mezzogiorno, ne usciva che albeggiava, qualche volta «consumava», più spesso lavorava.

Au Salon de la rue des Moulins, Femme tirant son bas, Dans le lit, Femme de maison close raccontano non il sesso mercenario, ma appunto, una quotidianità fatta di attese, visite mediche, riposino dopopranzo, lavori domestici, piccoli rituali… «Non c’è luogo dove mi senta più a mio agio» confesserà. Era affascinato, noterà un suo amico, «dal coté naturale e sentimentale di quelle ragazze, dall’assenza di falsità, dal loro senso dell’umorismo, dalla loro fresca volgarità». La Fleur Blanche era un specie di supermarket del sesso: in cantina c’era la «sala della tortura» per i clienti sadomasochisti, con tanto di manette, catene e frustini; ai piani, «la camera indù», disegnata da un architetto di Bombay; la «chambre Régence», decorata dagli ebanisti Mércier; il Salone moresco; la «sala delle messe nere e dei sette peccati capitali», il tutto in un tripudio di fauni in bronzo, specchi e tappeti. A La Fleur Blanche facevano concorrenza lo One two two di rue de Provence, che prendeva il nome dal suo numero civico, il 122, ribattezzato così in inglese dai frequentatori del vicino Jockey Club, con le sue camere a tema: Medioevo, Pirata, Mari del sud…; Le Sphinx, al 31 di Boulevard Edgar-Quinet, stile egizio e déco; Le Chabanais, nella via omonima, vasche da bagno in ottone rosso da riempire di champagne, il caldo dell’amplesso a temperare il freddo del Mumm cordon rouge, una «poltrona dell’amore» fatta costruire appositamente per il principe di Galles, poi re Edoardo VII, a cui piaceva il sesso a tre, ma non voleva sforzare il suo miocardio aristocratico; Le Montyon, Le Pani Fleuri…

Fra la seconda metà dell’800 e la prima del ‘900, per le loro stanze passò la créme di Parigi, scrittori, pittori, attori, politici, teste coronate: da Maupassant a Délacroix a de Musset, dai Goncourt a Huysman, da Drieu la Rochelle a Aragon, da Simenon a Céline a Brassaï, a Kisling all’Aga Khan… Nel 1946, quando verranno tutte chiuse per decisione del Parlamento, la legge Richard, sarà di Arletty, la più amata attrice francese fra le due guerre, il commento migliore: «Chiudere le case chiuse, più che un crimine è un pleonasmo».Durante la Belle Époque l’intera Francia è un bordello e lo frequenta tutta Europa: 1700 è il loro numero ufficiale, 220 nella sola Parigi. Quelli prima nominati sono i più lussuosi, perché, come racconta la mostra Splendeurs&Miseres. Image de la Prostitution 1850-1910 (Musée du Quai d’Orsay, fino al 17 gennaio), la prima ad affrontare questo argomento, alla vigilia della Grande Guerra la democratizzazione del sesso ha ormai portato a un tale aumento dell’offerta che i bordelli istituzionali sono passati di moda: c’è la strada, ci sono le camere ammobiliate, le case d’appuntamento, le brasserie à femmes, gli alberghi a ore…

Le cortigiane di lusso, le «grandi orizzontali», naturalmente resistono, ma è tutto il mondo femminile piccolo-borghese e proletario a essere investito del cambiamento: Parigi si ingrandisce e quella che era ancora a inizio ‘800 una minoranza, per quanto robusta, di «figlie perdute», è ormai diventato un esercito, senza più uniforme, di servette, fioraie, commesse, ballerine e contadine che combattono il costo della vita «arrotondando» col proprio corpo.Proprio perché è con il Secondo Impero di Napoleone III che si sviluppa la società del piacere, la prostituzione si installa all’aperto, difficile da circoscrivere, soggetta all’ambiguità e a un codice fatto di gesti, luoghi, atteggiamenti… Dipinti come L’Absinthe di Degas, La Prune di Manet, Au cafè di Van Gogh, La buveuse d’absinthe di Picasso hanno per soggetto giovani donne sole a un tavolino di caffè, con davanti un bicchierino di liquore, ma non rimandano a immagini innocenti, bensì proprio alla «discrezione della prostituzione», così come le ballerine di Degas o di Beraud ci dicono che l’Opéra di Parigi e i café chantant non sono frequentati per il puro piacere della musica. Allo stesso modo, le Demoiselles des bord de la Seine di Courbet o la Olympia di Manet non mostrano semplici fanciulle lungo il fiume o sdraiate su un’alcova, ma prostitute come modelle, la donna-sesso che sulla tela prende il posto della donna-madre e della donna-sposa. Mentre pittori e romanzieri celebrano le grisettes romantiche, le lorettes ciniche, le belles de jour infernali, donne macilente e femmine regine dei portafogli altrui si mettono in posa con noncuranza e danno al corpo femminile una carnalità trionfante eppure estenuata… Al giro di boa del secolo, il boudoir della Signora delle camelie del romantico e decadente Dumas ha ceduto il passo all’Assomoir, lo scannatoio del naturalista Zola.

Il passaggio successivo sarà, sulla tela, il «Bordello filosofico» di Picasso, quel Les demoiselles d’Avignon, femmine verticali dai visi deformi, maschere senza più volto.

Stenio Solinas per Il Giornale

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