SE ABBIAMO FEDEZ INVECE DI JÜNGER, È PERCHÉ NON FACCIAMO PIÙ LA GUERRA

La prima guerra mondiale come mito europeo (e sola igiene del mondo)

24 Maggio 1915: l’Italia chiamò. Ad un secolo esatto dall’entrata nella grande guerra, si impone una domanda fondamentale: è possibile ridurre l’esperienza della prima guerra mondiale all’etichetta di “inutile strage”? Parrebbe proprio di si, almeno stando a giudicare dall’imbarazzo con cui il nostro paese si approccia alla memoria di quella guerra. Basti pensare alla storpiatura dell’inno nazionale avvenuta all’inaugurazione di Expo qualche settimana fa: i figli d’Italia non sono più “pronti alla morte”, la vertigine spirituale del sacrificio per la propria terra ed il proprio popolo oggi non contano più nulla. Ciò che conta sono solamente l’individuo ed il suo benessere materiale.

Perfino ovvio, quindi, che la prima guerra mondiale sia oggi esorcizzata: rappresenta infatti la perfetta antitesi dei valori del mondo contemporaneo. In effetti essa è soltanto l’ennesimo esempio di come l’ideologia progressista di cui siamo imbevuti non riesca a guardare ad passato che non può più comprendere, se non per darne un’immagine cupa e assurda. Esattamente come l’intellighenzia illuminata pensava il medioevo. Come potrebbe mai spiegarsi oggi il fatto che milioni di giovani spinsero il paese ad entrare in guerra? Di giovani, si badi bene, non di vecchi reazionari coi baffoni e l’elmetto prussiano. Si è provato a darne una lettura in termini di illusioni avventuriere spezzate poi dall’esperienza del fronte: cosa che in parte è certamente vera, ma che non spiega poi il fenomeno del reducismo e l’adesione delle masse ai fascismi.

Basti pensare a uomini come Ungaretti o Jünger, ragazzi che passarono attraverso l’inferno delle tempeste di acciaio e che, però, non sputarono mai su ciò che quella drammatica esperienza aveva rappresentato per loro. Certo, per chi non riesce più neanche a salvare l’apparenza di cantare coerentemente il proprio inno nazionale tutto questo non può che essere incomprensibile. Così come “i ragazzi del 99’”*, coloro che sulle sponde del Piave salvarono le sorti del conflitto nel momento più difficile, non potrebbero certo comprendere i diciottenni di oggi.

La prima guerra mondiale è stata inutile? Sicuramente non per l’Italia, che con quella guerra ha realizzato il lungo processo risorgimentale riportando il Trentino, la Venezia Giulia e Trieste alla patria (ma anche usurpando il Tirolo meridionale, NdR). Sicuramente non per il popolo italiano, il quale fino ad allora era stato pura espressione terminologica, ma che proprio nelle trincee del Carso e del monte Grappa riuscì ad unirsi, seppur nelle sue differenze. La prima guerra mondiale è stata una strage? Certamente, proprio per questo dovremmo mostrare tutta la nostra riconoscenza ai giovani soldati che hanno versato il proprio sangue per questo paese ingrato, senza altra memoria che la retorica anti patriottica.

Ma la prima guerra mondiale è stata soprattutto altro: fu un’esperienza trasversale, l’evento fondamentale del ventesimo secolo, qualcosa che ha accomunato tutti i popoli europei e tutte le classi. Una prova del fuoco che assumendo i caratteri della mitologia era in grado di unire tutti, stringendo Peppone e Don Camillo – gli indimenticabili personaggi nati dalla penna di Guareschi – in un’unica commozione. È questo il potere del mito: trascendere i particolarismi per dare un riferimento spirituale comune in cui riconoscersi.

Senza mito non c’è popolo, la situazione attuale ne è la perfetta dimostrazione: cosa siamo oggi, a distanza di un secolo, se non un insieme artificioso di individui e di nazioni? Che contenuto valoriale ha oggi essere Italiani, essere Europei? La risposta andate a cercarla a Vittorio Veneto e fra le colline della Somme, cercatela nelle piazze di ogni paesino del continente e fra i monumenti dedicati ai caduti per la patria. Paradossale, ma proprio dall’esperienza più emblematica delle divisioni nazionaliste si manifestò come mai nella modernità uno spirito di fraternità fra europei. Il fronte affratella tutti. Basti pensare a ciò che rappresentarono le tregue di Natale, gli spontanei cessate il fuoco per permettere il soccorso ai feriti, il cameratismo trasversale fra combattenti. Episodi che alcuni forse ritengono marginali nel contesto di una guerra di quelle dimensioni, ma che fanno pienamente parte della narrazione europea, svelandone le radici più profonde.

Radici che sono ancorate al sangue versato dai giovani di tutta Europa e al fango delle trincee in cui hanno combattuto, radici che testimoniano una forza e un’unità sconosciute alla comunità da operetta di Bruxelles e ai suoi vincoli meramente commerciali. Radici che nessun aggregato di interessi economici sarà mai in grado di eguagliare. Radici che raccontano di una storia comune, coi suoi drammi, le sue leggende ed i suoi eroi: una fonte a cui potranno sempre attingere tutti quegli europei alla ricerca di un mito fondativo che celebri l’unione più autentica del continente e del suo spirito. In reverenza e con profondo rispetto.

Daniele Frisio

*La classe 1899 fu l’ultima ad essere chiamata al fronte della grande guerra. Diciottenni, sì, e che diciottenni!
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4 Commenti su SE ABBIAMO FEDEZ INVECE DI JÜNGER, È PERCHÉ NON FACCIAMO PIÙ LA GUERRA

  1. Caro DANIELE FRISIO, mi compiaccio di riuscire ad inserire qualche alternativa tra la “vertigine spirituale del sacrificio per la propria terra” e la sacralizzazione dell””individuo ed il suo benessere materiale” .
    Secondo: sono il primo a riconoscere la cruciale importanza delle identità collettive, ma non vedo come concetti vani (e infantili) come razza e nazione possano spingermi ad aggregarmi a certi stronzi. Avete tutti a disposizione gli strumenti intellettuali per ragionarci.
    Vogliamo poi ricordare i quasi seicentomila civili caduti che forse non erano esattamente “pronti alla morte”?

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  2. Vero: non ti stavo citando, e dal momento che prendi le distanze da tali concetti ne deduco che tu possa essere d’accordo con me. Ma essere italiani vorrà pur dire qualcosa: vogliamo limitare il determinativo al fatto linguistico oppure alla nascita all’interno della giurisdizione italiana? Non cambia ciò che intendo dire, anzi l’importanza delle radici perde ancora più nitidezza.

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  3. Daniele Frisio // 26 maggio 2015 alle 20:30 // Rispondi

    Posto che il commento precedente non era dell’autore,
    Il fatto è che, come si spiega nell’articolo, oggi è impossibile a chi reputa “concetto vano e infantile” sacrificarsi per il proprio popolo, comprendere il passato. C’è un vero abisso antropologico, prima che storico. Se lei è davvero il primo a capire l’importanza delle identità collettive, non vedo come possa sfuggirle questo passaggio.
    Cordiali saluti
    Daniele Frisio

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