EVASIONE ED ELUSIONE FISCALE: LE RAGIONI DELLE PMI

Lo Stato come la Mafia

La legalità, nell’intimo sentire di ogni persona onesta, è uno dei vettori che genera la risultante del corretto divenire della società. Ci si aspetta che lo Stato, in ogni sua espressione, si faccia quotidianamente garante di condizioni che possano consentire ad ogni cittadino di vivere, lavorare e prosperare in condizioni di legalità. Ogni tessuto socioeconomico, inteso come insieme di cittadini, necessita pertanto di precise norme e garanzie, fornite dal legislatore, a tutela della propria sopravvivenza: questo, a mio avviso, è il motivo più qualificante della giusta intromissione dello Stato nell’economia di una nazione, nella sua più squisita accezione di regolatore, attraverso strumenti normativi, fiscali e monetari.

Si dà il caso che, in Italia, il tessuto economico predominante, in termini di PIL (quindi di gettito fiscale) e di occupazione, sia quello delle Piccole e Medie Imprese. Per sua natura, infatti, il nostro popolo è un insieme di piccoli e medi capitani d’impresa, gente che la mattina alle sei è già in piedi e programma il lavoro per sè e per chi opera nella sua azienda, e che null’altro chiede allo Stato se non di vedersi tutelato nel suo settore di competenza attraverso un preciso sistema di regole. Il dramma odierno sta qui. Concetti a metà strada tra etica ed economia, come quello di concorrenza sleale, sono spariti dall’ordinamento attuale, insieme a molti altri princìpi che hanno consentito la distruzione della “legalità economica” nel nostro paese. La globalizzazione, la deregulation, l’intervento diretto delle banche in alcune aziende e non in altre (e non sempre per ragioni economiche) a seguito della riforma bancaria detta “Silenziosa” (perché al tempo nessuno ne parlò) ad opera di Carlo Azeglio Ciampi, il liberismo sfrenato, l’ansia di profitto come unica ragione di vita di un’impresa, il crollo di ogni sistema di dazi protezionistici, la stretta del credito con i trattati di Basilea e Lisbona ed il proliferare degli adempimenti burocratici, unito ad un costante aumento del prelievo fiscale, hanno esposto TUTTI gli attori della filiera al rischio quotidiano dell’illegalità diffusa. Loro malgrado.

Viene accuratamente tralasciato di ricordare che, ammesso e non concesso che il QE riesca negli intenti per il quale è stato introdotto, la liquidità disponibile, oggi quanto mai necessaria alle imprese, difficilmente potrà essere loro fornita. Per l’elementare motivo che la quasi totalità di esse non possiede più i requisiti richiesti per l’accesso al credito secondo i dettami degli accordi di Basilea e Lisbona. È quantomeno evidente che, quando il “sistema” diventa l’homini lupus di hobbesiana memoria, in ogni essere umano scatta un primordiale istinto di sopravvivenza. A cui il “sistema”, oggi, risponde solo con terrorismo psicologico. Dal quale il piccolo e medio imprenditore, a sua volta, ha cercato di difendersi finora come poteva, con le unghie e con i denti. Spesso cadendo nell’illegalità attraverso varie forme: strozzinaggio, evasione o elusione fiscale, nero, riciclo di materiale inerte di bassa qualità, utilizzo di prodotti oltre la soglia dell’obsolescenza perché di basso costo e quant’altro.

Quanto sopra esposto illustra abbondantemente i motivi che possono spingere le PMI in una zona d’ombra, evidenziando colpe pesanti nell’assenza complice del regolatore. Terrorismo psicologico, dicevamo. Le norme più elementari della macroeconomia insegnano che non possono essere tirate al massimo entrambe le “leve” con cui, in genere, si governa il divenire, che sono appunto quella fiscale e quella monetaria, pena il crollo del sistema economico. I “professori-banchieri”, nel loro spocchioso delirio di onnipotenza, sembrano ignorare anche questa semplice nozione, che viene insegnata normalmente in un qualsiasi corso universitario di Macroeconomia. Sempre che, in realtà, come da più parti si sostiene, non giochino un’altra partita a nome e per conto di qualcuno che da questo caos possa trarre giovamento.

In molti settori, soprattutto quello produttivo e quello commerciale, ad italianissimi nomi storici di famiglie che per generazioni hanno intrapreso, si sono andate via via sostituendo sigle sconosciute ai più: le multinazionali. L’appoggio, quando non l’intervento diretto nella proprietà, della finanza internazionale ha consentito a costoro di comprarsi pezzo per pezzo i nostri “gioielli di famiglia”, lasciati soli dal nostro sistema bancario ed in balia dell’illegalità provocata dalla fiscalità esasperata di uno stato sprecone e fallimentare.

Anche se è arduo da affermare, in queste condizioni chi vuole rimanere libero ma in condizioni di reggere non ha altra strada da percorrere se non quella di uscire dalla legalità (a suo rischio e pericolo) attraverso l’evasione fiscale o, peggio, il riciclo di capitale sporco. A tanto siamo arrivati. Alle imprese nostrane è richiesto un impegno finanziario in termini di prelievo fiscale fuori da ogni logica. Siamo al 55% di quanto, sulla carta, si è sudato. Ed il Legislatore non distingue tra chi non può e chi non vuole pagare, non considerando che spesso, specialmente in periodi come quello che stiamo vivendo, ciò che sta scritto sulla carta raramente corrisponde a ciò che si ha nel portafogli.

È pertanto evidente che in Italia comanda Bruxelles, tra puntiglioso rispetto dei vincoli (per Italia, Spagna e Grecia) ed ossequio quotidiano alla Germania della Merkel, unica favorita da siffatta moneta unica (vedi avanzo commerciale prima e dopo l’introduzione dell’Euro). Da una situazione del genere non si esce con i pannicelli caldi, anche e soprattutto alla luce di quanto il Governo Monti ha sottoscritto (senza specifico mandato popolare, è sempre bene tenerlo a mente) in termini di MES e Fiscal Compact: non lo si ricorda affatto, ma di anni come gli ultimi tre ce ne attendono ancora diciassette. E ciò che resterà tra vent’anni di ciò che eravamo è facile immaginarlo: nulla.

È questo futuro che volevamo per noi e per i nostri figli? Abbiamo una sola arma potente a nostra disposizione: la denuncia quotidiana di tutto questo. Ciascuno deve sapere cosa sta succedendo, deve conoscere per deliberare. Oltre la cortina dell’informazione di regime. L’Ecuador, l’Islanda, l’Ungheria, il Venezuela, l’Argentina e molti altri Stati sono fuoriusciti da questa spirale assassina, tirandosi addosso le ire del “potere mondiale”. Ma ottenendo libertà e tassi di crescita economica degni di un New Deal, a volte dopo qualche anno di sacrifici. E, osservandoli bene dall’esterno, è facile intravvedere l’incipit di una nuova comunità economica globale avulsa dalle logiche monetaristiche tipiche di chi governa stampando denaro alla faccia dei popoli.

Una visione? Forse. Ma quelli come noi non vivono senza. Il primo e faticoso obiettivo: fuori da questa Europa subito. E che cadano una volta per tutte le teste che devono cadere.

Umberto Ciucciarelli (Unione della Tuscia per la Sovranità)

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