BIOLOGICO: TRUFFA O RISORSA?

Ci ciulano anche a tavola

È pensiero comune snocciolare e supportare tutti i pregi dell’agricoltura biologica, ovvero quel tipo di coltivazione che, citando il sito internet UE, “rispetta i cicli vitali naturali, che minimizza l’intervento umano sull’ecosistema e che opera in maniera più naturale possibile”, per esempio evitando l’utilizzo di pesticidi o di OGM e favorendo la rotazione delle coltivazioni, l’utilizzo di animali che eliminino i nocivi naturalmente e di concimi organici, magari provenienti dal bestiame del contadino stesso. Chi segue Il Talebano sa che noi, soltanto a leggere “pensiero comune”, storciamo il naso con una smorfia di disgusto. Vediamo perché.

È stato denunciato da una serie di programmi televisivi quanto dietro al biologico ci sia una vera e propria truffa: in Italia, ma non solo, è assente una legislazione adatta a riguardo e moltissimo prodotti etichettati come “biologici”, dalla pasta ai cosmetici, non dovrebbero essere annoverati all’interno di tale categoria. Per essere considerato biologico, un prodotto deve infatti contenere tutti ingredienti provenienti da agricoltura biologica, le cui caratteristiche sono ben delineate dalla normativa UE. Nel Belpaese e in molti altri stati, nella migliore delle ipotesi, questo vale spesso solo per alcuni degli ingredienti indicati, mentre ciò che avviene ancora di più è che il prefisso “bio” compaia esclusivamente nel nome del prodotto, in modo da attirare il consumatore ingannandolo.

Tutto ciò è reso possibile dal fatto che il controllo venga eseguito da enti pagati dalle aziende agricole: insomma, il controllato paga direttamente il controllore. Oltretutto tali enti, esercitando il controllo, possono appellarsi non solo alle normative vigenti, ma anche a quelle private di organismi internazionali o, addirittura, alle proprie: in pratica, esistono enti più severi di altri.

Ciò che viene invece imputato all’agricoltura chimica è l’utilizzo di alcuni pesticidi e fungicidi sui quali la stessa UE si è pronunciata negativamente, indicandoli come possibili cancerogeni e come agenti causanti una diminuzione della fertilità e un’altra serie di ripercussioni gravi a livello dell’organismo. Al di là di questi scandali, all’interno dei quali ricadono le solite “lobby” chimiche in accordo con i nostri legislatori, viene sbandierato puntualmente quanto l’agricoltura biologica, se regolamentata, sia la soluzione per tutti (produttori e consumatori): eppure non è così semplice.

Quello che può essere contestato al biologico è che, innanzitutto, si tratti di una tipologia di coltivazione antiquata, residua dell’inizio del ‘900, che non tiene conto di una serie di cambiamenti socio-economici avvenuti nel frattempo: essa, nonostante implichi una produzione minore, permette un maggior guadagno all’imprenditore agricolo a causa dei costi di vendita più alti e ai contributi UE che favorisce il biologico in quanto in linea con la politica di “greening” della PAC (Politica Agricola Comune).

Eppure la popolazione mondiale è in continuo aumento mentre la terra coltivabile è in repentina diminuzione, poiché su di essa si preferisce costruire infrastrutture: si pensi che l’ultimo censimento dell’agricoltura ha stimato, tra il 1990 e il 2000, una perdita di superficie agricola coltivabile di ben 493 ettari al giorno! A tutto ciò va aggiunto il guadagno maggiore dell’imprenditore agricolo nonostante una produzione nettamente inferiore: la produzione intensiva di mais si attesta infatti intorno a 10-12, fino a  un massimo di 20 tonnellate di granella per ettaro, contro le 7,84 di quella biologica. Alla luce di questi dati il biologico pare piuttosto una scelta egoista che giova solo al produttore.

Oltretutto, non prevedendo l’utilizzo di fertilizzanti e pesticidi chimici, il che sembrerebbe a un primo sguardo soltanto un qualcosa di buono, il biologico impedisce un’azione selettiva sugli infestanti. Un esempio è il verde rame, disinfestante biologico per eccellenza che però, oltre a uccidere afidi e cocciniglie in maniera comunque meno efficace di un prodotto chimico, causa la morte molti altri insetti necessari all’ecosistema, come le api. In pratica usando il verde rame, oltre ad arrecare un danno all’ambiente, si hanno comunque più perdite dovute a una maggior diffusione di malattie. Tutto ciò non accade nell’agricoltura chimica dove, grazie ad analisi di laboratorio delle patologie vegetali o degli infestanti, è possibile intervenire in modo mirato e selettivo solo sui nocivi di interesse.

Va infine citata l’impossibilità nell’agricoltura biologica di produrre alcuni alimenti di largo consumo, come una pasta secca interamente biologica, in quanto essa necessita di un differente apporto proteico alla pianta di grano proveniente proprio da quei fertilizzanti banditi e demonizzati.

In sintesi, è stupido accettare il biologico nella sua totalità condannando a prescindere l’agricoltura chimica. Occorre piuttosto miscelare le due tipologie di coltivazione, in modo da mantenere il più possibile i benefici di entrambe e tralasciarne i difetti. Non fatevi infinocchiare.

 Luca Carbone

 P.S.: si ringrazia C. F. per il contributo

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