KALÒS KAGATHÒS

Bella e brava, la nostra Terry Schiavo

Più grande è la lotta più glorioso è il trionfo: a volte sì. Altre invece c’è chi questa forza per lottare non ce l’ha più. Per ogni bambino che nasce gridando alla vita, c’è un uomo che non ha più lacrime per piangere, né voce in capitolo, né dignità per poter stare al mondo. No, queste non sono certamente le immagini che potendo scegliere decideremmo d’inserire nella nostra vetrina di instagram, social network che ha letteralmente spazzato via il buon vecchio album di fotografie ormai ingiallito ma mai obsoleto. Non son sicuramente le foto che mostreremmo volentieri ai nostri figli (Fortunato chi non li ha messi al mondo in questo periodo, sento bisbigliare da qualcuno) tentando di proteggerli invano da una realtà ormai impossibile da nascondere nonostante innumerevoli tentativi.

Queste figure, nostro malgrado, oggi rappresentano quella vasta parte d’Italia che non può farsi sentire e che nessuno vuol vedere. Istantanee di un Paese (il nostro) che non possiamo più ignorare nascondendo la testa sotto la sabbia come gli struzzi ma che dobbiamo, anzi, che abbiamo il diritto di risollevare perché ci appartiene. Perché queste persone siamo noi. In nome del multiculturalismo e di una ostentata quanto finta apertura mentale, abbiamo fatto i fighi per anni millantando superiorità culturale e di tradizioni, che via via invece stavamo perdendo per strada (perché, probabilmente, in fondo in fondo non ci abbiamo mai creduto nemmeno noi!) fino a perderci in noi stessi, fino a perdere noi stessi. Fino ad arrivare a perdere casa e lavoro e a togliere il pane di bocca a chi, come noi e voi che state leggendo, si è fatto il mazzo ogni santo giorno della propria vita. E francamente questo non ce lo saremmo mai aspettato e ancora siamo lì, a piangerci addosso, raccontandoci che non ce lo meritavamo proprio. Ma oltre a rimuginare e inveire contro chissacchì, cos’altro siamo in grado di fare per cambiare una situazione che ormai da un pezzo ci sta stretta? E cosa realmente stiamo facendo?

Siamo letteralmente in mezzo a una strada e il plurale maiestatis non è casuale perché “gli altri” siamo noi anche se non ce ne rendiamo conto.

Perché ci sono italiani che muoiono di freddo, che non hanno una casa e dormono sotto un ponte? Perché ci sono italiani che muoiono di fame mentre i più fortunati tra loro (fortunati è un eufemismo) trovano un posto nel dormitorio pubblico e un pasto caldo presso qualche associazione umanitaria? Ma come abbiamo fatto ad arrivare a questo punto e come possiamo fare per invertire la rotta? Di questo non si dovrebbe parlare perché solo pochi giorni fa il Presidente del Consiglio Renzi ha dichiarato presso il Parlamento Europeo che le famiglie di italiani si stanno finalmente arricchendo (qui mi verrebbe da inserire le faccine con gli occhi sgranati e l’espressione basita). Non si dovrebbe urlare ai quattro venti che stiamo morendo di fame perché non è politicamente corretto, perché ci piace ancora sognare di essere tra le numerose famiglie felici sul modello Mulino Bianco (sempre più rare) e perché da orgogliosi (o orgoglioni) quali siamo, ci piace ancora poterci illudere di offrire un futuro ai quanti sbarcano disperati nel nostro Paese, quando un futuro non lo abbiamo nemmeno noi, quando da mangiare non basta per tutti e quando i soldi scarseggiano. E non chiamiamolo “razzismo”, “demagogia” o “volgare populismo”, per favore. Qua di volgare ci sono solo le condizioni in cui versiamo. Guardiamo semplicemente e senza paura come realmente stanno le cose. La verità è che non bastiamo a noi stessi ma ancora pensiamo di essere dei padri eterni in grado di fare miracoli per gli altri senza occuparci né preoccuparci di chi tra noi non ce la fa. “Ama il prossimo tuo come te stesso”, implica e sottintende che prima bisognerebbe che imparassimo ad amare noi stessi, la nostra terra, la nostra aria, la nostra cultura e i nostri connazionali. Non può esistere forma d’amore alcuna che nasca dall’esterno ed escluda noi stessi.

Ho letto una frase, un giorno: una frase che vorrei condividessimo e che, vorrei diventasse una buona regola oltre che una sana abitudine di vita: “Non possiamo pretendere di fare sempre del bene agli altri se siamo felici ma certamente li danneggeremo se siamo infelici”.

E come possiamo fingere di essere sereni e felici prendendo atto di quanto sta accadendo? Accettando queste nostre immagini e l’esistenza di una simile realtà senza muovere un dito? Gli altri siamo noi. Questi altri qui rappresentati siamo noi. Siamo noi il cuoco che vive per strada, a cento metri da Piazza San Babila (nel cuore di Milano) e si prepara da mangiare sulla panchina dove dorme quando le temperature non sono troppo rigide.

Siamo noi l’anziano che attende silenzioso in fila il suo pasto, con lo sguardo ormai fisso sull’asfalto mentre magari una volta osservava, anche lui, col cuore colmo di speranza, la magnificenza del Cielo.

Siamo noi l’anziana signora che, dopo aver perso il lavoro perché l’azienda l’ha lasciata a casa dalla sera alla mattina, si è vista costretta a scendere in strada per intraprendere il lavoro più antico del mondo. Mercedes fa la prostituta per poter mangiare…

E che dire dell’anziano seduto sotto alla pensilina, solo con il suo libro – ormai l’unico suo compagno di viaggio – che legge mentre attende l’apertura del dormitorio pubblico?

Come abbiamo già detto non sono belle immagini ma sono maledettamente reali e si espandono a macchia d’olio, anche se ancora qualcuno preferisce voltarsi dall’altra parte e pensare alla vita come un film. La vita non è né un film né un video game dove a un certo punto arriva il super eroe di turno o il principe azzurro sul cavallo bianco e salvano il malcapitato da un destino crudele… e i super eroi non siamo certo noi. Sono loro i super eroi. Sono le persone che resistono nonostante tutto, questi esseri umani che cerchiamo di evitare ma che ancora credono in un domani migliore.

Italiani come noi, o forse semplicemente la nostra stessa immagine riflessa dietro uno specchio un po’ appannato…
Quanto abbiamo scritto non è certamente musica per le orecchie anzi, stride come un gesso sulla lavagna e probabilmente non ci piace… Ma sta a noi e solo a noi cambiare musica, e scoprire finalmente che rumore fa la felicità.

Negrita docunt.

Terry Schiavo

 

La redazione ringrazia l’autrice e il fotografo Alberto Buzzanca per la gentile concessione del materiale fotografico

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1 Commento su KALÒS KAGATHÒS

  1. mi dispiace, ma non c’è più posto per riflessioni di questo tipo, non serve ne rimpiangere ne piangere, c’è solo bisogno di agire…. non di impietosire….non dobbiamo impietosirci di noi stessi. con coraggio, chi può, chi sa….insieme reagiamo, per favore…..anche per chi non ne ha più la forza

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