Da Pino Rauti a Matteo Salvini (ma un po’ anche a Giorgia Meloni)

Lettera di un militante di Fratelli d'Italia, tra ricordi e speranze future

Non lo nego. Mi fa un certo effetto scrivere queste righe su Il Talebano proprio nel giorno del secondo anniversario della morte di Pino Rauti. Un simbolo, questo è stato Pino Rauti. Idee e pensieri di una delle menti più brillanti della politica nostrana hanno continuato ad affascinare e a coinvolgere anche quelli della mia generazione, figli delle sezioni di Azione Giovani e Azione Universitaria a metà degli Anni Duemila.

E chi se lo scorda lo “sfondamento a sinistra”? Un concetto rivoluzionario e forse proprio per questo mai compreso da una destra basata sul mito dell’ordine e di una divisione manichea del rosso – nero. Sfondare a sinistra non voleva dire perdere l’identità, cancellare il proprio percorso umano e politico: significava fermarsi, osservare la realtà, cercare di carpire esigenze che esulavano dalla contrapposizione ideologica, appartenendo invece alla sfera del sociale e dell’attuale. In due parole: capire la quotidianità ed interpretarne le necessità.

Una linea che “protestava” contro lo schematismo e il conformismo, lanciata verso un ‘nuovo’ fatto di concetti chiari, semplici, comprensibili e soprattutto condivisibili dall’uomo comune. Saper quadrare il cerchio sui problemi di tutti i giorni e proporsi come un interprete (e un esecutore) di ciò di cui il Popolo ha bisogno. E il tutto, senza tradire o calpestare l’identità politica forgiata dai padri.

Ho scritto, all’inizio di questa breve riflessione, che pubblicare su Il Talebano oggi mi fa un certo effetto. E’ vero perché, per quanto appartenga ad un’altra generazione, mi pare di intravedere l’idea rautiana realizzarsi con Matteo Salvini. Ed è il fatto che sia la Lega a farsi “portatrice sana di sfondamento” a farmi correre un brivido lungo la schiena. I centomila del 18 ottobre ne sono chiara dimostrazione: Salvini non ha detto “saremo in strada per rifare la destra”, ma “andiamo in strada per manifestare un malcontento comune”. La partecipazione di ambienti e culture militanti diverse non è stata l’innesco, semmai la conseguenza di un modo di concepire la relazione tra politica e cittadino del tutto nuovo.

La destra tradizionale è rimasta a guardare, ferma, forse incapace di capire come i cultori del secessionismo siano passati dall’ampolla del Monviso ad un’adunata oceanica nella quale il Tricolore ha soppiantato, definitivamente, le bandiere del regionalismo alle quali l’ “era Bossi” ci aveva abituati.

Pochi giorni fa ho letto l’articolo nel quale Vincenzo Sofo si rivolge a Giorgia Meloni.

Un tipo interessante questo Sofo: calabro-milanese, animatore del Circolo culturale Il Talebano, esponente della Lega. E attenzione, scrivo Lega, senza “Nord”, perché Vincenzo ha saputo cercare e trovare qualcosa che andasse oltre i “secessione” e “Roma ladrona”, soppiantando il folklorismo celtico con contenuti politici chiari, fermi e soprattuto di destra. E proporre questi contenuti a Fratelli d’Italia, altra forza eurocritica, erede di una Storia e lontana da Milano e da Piazza Duomo… solo geograficamente.

Nel pezzo, pubblicato su questa testata, Vincenzo ha lanciato una sfida a Giorgia Meloni: costruire insieme un futuro comune anzi, un Fronte comune e anche nazionale, come quello che oggi infiamma la Francia e che mette alle strette il socialismo di facciata di Francoise Hollande. La sinistra di Renzi non è tanto diversa da quella parigina, ma l’opposizione di centro destra non è sufficiente a porre freno alle scelte di un esecutivo completamente avulso dalla realtà del nostro Paese. Su Forza Italia non possiamo contare e il Nuovo Centro Destra ci appare più come un “collaborazionista” che non come un interlocutore.

Guardando oltre vediamo un verde sullo sfondo: è la bandiera dello jihad? Per carità, no! E’ il popolo del 18 ottobre, del quale fa parte anche Vincenzo. Ci sta tendendo la mano. E, come ama ripetere qualcuno, anzi “Qualcuna”: “È impossibile, disse l’orgoglio. È rischioso, disse l’esperienza. È inutile, disse la ragione. Allora proviamoci, disse il cuore”.

Marco Petrelli, Terni

(militante di FdI)

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1 Commento su Da Pino Rauti a Matteo Salvini (ma un po’ anche a Giorgia Meloni)

  1. M. Grazia Evangelista // 4 novembre 2014 alle 12:54 // Rispondi

    Articolo chiaramente espresso nella forma e nel contenuto, aldilà della condivisione o meno dei concetti proposti. Bravo Marco Petrelli!

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