GHEDDAFI COME EDUCATORE

Ma anche Darrè non era poi così male

L’Anarchismo, citando Rudolf de Jong, ha sempre avuto un vivo interesse per l’organizzazione sociale delle culture primitive. Kropotkin, autore di riferimento per l’anarchismo, ha infatti dedicato un intero studio al fenomeno del mutuo appoggio vigente nelle tribù dei salvaggi. Jeremy Westfall, nel 1961, scrisse per la rivista n.3 “Anarchy”, un articolo molto interessante intitolato “Africa in the future”. Accusando la  colonizzazione dell’Africa da parte dei coloni bianchi, non solo afferma che la migrazione sia un fenomeno pericoloso, ma ci esorta persino a seguire il modello pluralistico, identitario ed anti-totalitario della cultura Africana.
Come afferma Thoreau, eremita sovversivo avverso alla violenza – da cui Gianfranco Miglio ha tratto le basi per redigere “Disobbedienza civile” – l’anarchia vuole liberare l’uomo dal gioco delle sovrastrutture. Quindi,  per distruggere, senza ricorrerre alla guerrilla, il dominio del governo centrale sulle aree periferiche bisogna eliminare ogni tipo di legame politico, economico e sociale che, in modo artificioso, vincola gli uomini gli uni agli altri. Una volta liberati da queste sovrastrutture inventate a tavolino, saremo finalmente liberi di riappellarci a ciò che c’è di più atavico e naturale: il sangue ed il suolo.
Walther Darré,ministro dell’agricoltura della  Germania del secolo scorso, formulò un programma agricolo socialista volto alla comunità. Il suo illuminante saggio “La nuova nobiltà di sangue e suolo”, editto da Ritter, è un inno alla Libertà della classe operaia. La classe contadina, unita dal senso d’appartenenza ad una stessa terra e rafforzata dall’appartenenza ad una stessa etnia, è una sorta di nobiltà elittaria, perchè onore riservato a pochi. Queste élites contadine possono sintonizzarsi, creando una potentissima confederazione rivoluzionaria al fine di migliorare la loro produzione, rafforzare il loro potere e la loro indipendenza. Riprendendo la teoria dell’emancipazione del proletariato, riprende la teoria Marxiana arricchita dall’elemento della fratellanza umana, Darré afferma che vi deve essere innanzitutto un senso di “famigliarità” tra i singoli individui. Un contadino della Germania del nord è radicalmente differente dall’individuo bavarese, perciò la rivoluzione va pensata in un unità ristretta di suolo. In virtù delle differenze, Darré propone non una caotica orgia di individui autocoscienti e pronti alla rivoluzione, bensì un risveglio degli operai all’interno di micro-comunità popolari. Non le masse contadine, ma i piccoli gruppi affini, simili a tribù di operai, si alleano, si allineano, senza perdere la loro autonomia e compiono la loro emancipazione in modo coordinato, chiamandola appunto “confederazione”. Marx era totalitario, parlava di masse immense, Darré ripone invece più fiducia nei singoli e nelle piccole unità.
Questo utopistico concetto di amore tra simili, che purtroppo la globalizzazione capitalistica e le continue colonizzazioni ipocritamente camuffate col nome di “atti missionari o migrazione” stanno annientando, è necessario per salvaguardare l’anima di un popolo. E proporre i veri cambiamenti. Tale Welthanschauung, impreziosita dall’affetto che si trova fra gente di una stessa stirpe e cullata da una stessa cultura, fa dei sentimenti dell’amore e della fratellanza la sua nobiltà. È per questo che, riprendendo la tesi anarchica di Westfall, è naturale che qualunque invasore bianco (sia esso un turista, un imprenditore o un prete che conquista con la scusa del volontariato) che vada a destabilizzare la quiete di una tribù africana, anche a scopi umanitari, è naturale e giusto che non sia il benvenuto.
La dolce idea di Tribù come “Grande famiglia” ha origini deliziosamente africane, infatti è proprio in quella terra baciata dal sole e dalla natura florida che ancor oggi vige, più saldo che altrove, l’ancestrale concetto di tribù. In Africa, inoltre, a differenza nostra, vi è ancora quel senso di “famiglia tradizionale”. Qui, a causa dell’uomo visto non più come un essere animato ma come un ingranaggio anaffettivo, mediante la scusa del dar diritti agli omosessuali, la famiglia tradizionale sta venendo annientata. Gli africani, non ancora avvelenati dai coloni bianchi, liberi dai migranti occidentali sono ancora legati ai loro valori tradizionali,e, soprattutto, naturali. Ma, oramai, solo in poche regioni sono ancora divisi in tribù e si autogestiscono in armonia. L’avvento della globalizzazione, come è stato il tentativo di unire l’europa in un unico impero che ha caustao al Guerra dei Trent’anni, sta portando all’Africa solo dolore e guerre interne. L’imporre confini e migrazioni innaturali, che uccidono la tolleranza e l’amore dati dall’unità di sangue e di suolo, crea guerre a faglia tra tribù ed etnie diverse. I problemi in Africa sono insorti quando gli europei hanno imposto loro confini irrazionali che non tenevano conto delle differenze ontologiche tra popoli. Petrolio, diamanti,
bisogno di lavoro sono stati il motivo per cui i migranti europei in Africa hanno voluto omogeneizzare tutto, creare confini e governi fittizzi condannando alla guerriglia eterna un continente meraviglioso che deve essere lasciato essere ciò che è, nella più totale libertà.
Anche Garibaldì, cancellando i confini naturali presenti in Italia, andò a creare uno stato ontologicamente instabile, in quando composto dai pezzi di “ tribù” ,oramai morte, raffazzionati assieme come una sorta di Frankenstein.
Il Libro Verde di Mu’ammar Gheddafi è piacevole, coerente e molto apprezzabile, soprattutto all’inizio, quando parla di democrazia e propone il congresso popolare come sistema per “anarchicizzare” una  società sempre più centralizzata e governata in modo antidemocratico. Benchè in taluni punti decada in  deliri dittatoriali – arrivandopersino a teorizzare l’impossibilità degli individui di comprarsi più di una singola casa e volendo vietare altre forme di libertà individuale – il suo testo è molto bello. E, sopratutto, propone un governo che si gestisca senza esercitare potere ma semplicemente coordinando micro-realtà differenti. Particolarmente illuminanti sono i capitoli inerenti la tribù e la famiglia. Gheddafi, a tratti  comunista, afferma che la tribù è infatti una famiglia su scala più grande. La Tribù forma i suoi membri , come avviene in una famiglia, radicando in loro i principi culturali fondamentali che la contraddistigue. Il concetto di Tribù,che ha origine nel sangue, essendo avvertito grazie al senso di fratellanza, di intimità ed affiliazione è superiore a qualsiasi concetto politico di classe, ed è il legame sociale più forte presente in Natura. L’idea di Gheddafi, squisitamente anarchica, di una sintonia coordinata tra Tribù vuol essere il manifesto di una nuova società. Il dittatore, nel suo libro verde, proponeva la più totale unità all’interno di piccoli gruppi di individui, e, soprattutto, desiderava una democrazia estesa ma priva di governi centrali autocefali staccati dal popolo.
Liliane Tami
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