Ecco perchè gli scozzesi non hanno perso: arriva lo Scotland Act

Finito il terrorismo mediatico anti-referendum, ora Cameron promette di mantenere i patti

«Should Scotland be an independent country?», una domanda diretta a risposa diretta: “yes or no” come nella miglior tradizione anglo-sassone. Giovedì mattina avremmo voluto essere tutti scozzesi, venerdì mattina un po’ meno visto che il 53,7 % dei votanti ha detto no all’indipendenza.

Un paese, o meglio una nazione quella scozzese che ha vissuto una campagna elettorale all’ultimo sangue. Da maggio al 18 settembre contro gli scozzesi, si sono schierati tutti quelli che ‘contano’. Il governo conservatore-liberaldemocratico inglese, l’opposizione laburista di Ed Milliband, finanza e grande stampa e persino le esplicite minacce di trasferire la sede legale in Inghilterra delle grandi banche come Royal Bank of Scotland, salvata pochi anni fa dal crack grazie ai soldi pubblici. Giovedì 11 settembre – la voce della City, il Financial Times, e lo Scotsman, principale giornale di Edimburgo, hanno dato il loro appoggio esplicito al no all’indipendenza. Proprio sullo Scotsman, fondato a Edimburgo nel lontano 1817 sull’editoriale si legge che la Scozia e’ potuta diventare un Paese ‘ricco, pacifico e affermato solo come parte del Regno Unito’. E ancora: “una piccola nazione avrebbe molte meno possibilità di prosperare nell’era della globalizzazione’, ricordando come Islanda e Irlanda ‘siano state molto più esposte alla crisi finanziaria”.

Anche l’Ukip si è schierato per il no. Per il leader Farage, “se gli scozzesi voteranno per il ‘sì’ nel referendum non otterranno l’indipendenza. Piuttosto stanno votando per essere governati da Bruxelles”. Persino il premio Nobel per la pace, Barak Obama è entrato a gamba tesa nella campagna referendaria scozzese suggerendo di votare no dopo che Salmond, il premier indipendentista del Snp in carica fino a novembre aveva dichiarato che “in caso di indipendenza Edimburgo parteciperà solo ad azioni militari autorizzate dall’Onu secondo il diritto internazionale”. Salmond ha poi aggiunto che “il futuro Stato indipendente rispetterà la legge internazionale a differenza di quello che accadde quando la Gran Bretagna appoggiò la guerra in Iraq nel 2003 a seguito delle bugie di Blair”.

Se pensate che questo sia sufficiente per avere un quadro di lettura chiaro, sbagliate, le pressioni mediatiche sul popolo su tematiche sia pragmatiche che emotive sono state ben peggiori. I cittadini scozzesi nelle ultime due settimane prima del voto, se avessero votato per il sì sarebbero andati incontro a un collasso del prezzo delle case, ad una super svalutazione del Pound, imprese e opportunità di lavoro avrebbero lasciato il paese perché il prezzo di qualsiasi cosa, dal petrolio al burro di noccioline avrebbe raggiunto le stelle. Il gen. Sir Richard Dannatt ha addirittura scritto un articolo sul Sunday Telegraph dicendo che l’assenso all’indipendenza avrebbe tolto il sostentamento economico ai familiari dei soldati morti con addosso l’uniforme britannica. Brutta tattica davvero, ma ha funzionato!

“Troppo rischioso”, “Non possiamo prenderci questa opportunità”, “Con il cuore dico sì ma con la testa no! E io voto con la testa”, questo quanto hanno pensato principalmente anziani e persone di mezza età, mentre i giovani per il loro futuro avrebbero voluto l’indipendenza senza purtroppo riuscirci. Una mancata autodeterminazione generazionale dentro l’autodeterminazione della nazione.

Eppure, in Scozia ha vinto la Politica, quella dello Scottish National Party di Salmond che è riuscito a ottenere l’indizione del referendum e allo stesso tempo più poteri. I tre principali partiti britannici – conservatori, laburisti e liberal democratici – sono d’accordo sul dare più poteri al parlamento scozzese e durante la campagna elettorale hanno firmato un documento congiunto. Il premier David Cameron, poche ore dopo la pubblicazione dei risultati, ha confermato l’intenzione di dare più poteri alla Scozia dal punto di vista fiscale, finanziario e della previdenza sociale. Il nuovo progetto, chiamato “Scotland Act”, sarà concordato entro novembre. Eppure, in un atto di estrema coerenza dopo quelli sopracitati di coraggio (qualità perlopiù sconosciute nella classe politica di latitudini italiche) Salmond ha annunciato le proprie dimissioni causa fallimento del referendum. “Work as if you live in the early days of a better nation” celebre frase dello scrittore scozzese Alasdair Grey continui ad essere motto.

Che tutta questa, che comunque sia andata è una bella storia, sia d’esempio al governo italiano che ha ingiustamente impugnato la legge regionale della regione veneto che promulga il referendum per l’autodeterminazione dei veneti. Matteo Renzi faccia la sua campagna per il no, gli indipendentisti veneti per sì, ma sia comunque il popolo veneto a decidere il proprio futuro.

Camilla Vanaria

Il Veneto ha tutto il diritto di chiedere un referendum per avere, nel caso di vittoria degli indipendentisti, la possibilità di auto-organizzarsi. Lo stesso vale per i Sardi, per i Siciliani e per tutte le popolazioni che risiedono sul territorio dello stato italiano. E’ ora di un Stato composto da PATRIE libere ed indipendenti.

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