Inizia l’implosione dell’Europa: la Svizzera se ne va con la Cina

L'esito del referendum inizia ad avere effetto, ma non è quello che Bruxelles sperava

Quando il nove febbraio 2014 il popolo svizzero esprimeva la propria insofferenza per le politiche dell’Unione Europea approvando un referendum per abrogare i trattati bilaterali tra Svizzera e UE, in tutta Europa venne gridato allo scandalo. Per la prima volta un popolo europeo non solo manifestava la propria resistenza al processo di integrazione comunitaria, ma si applicava direttamente per svincolarsi da quei trattati già siglati che rendevano l’UE il principale partner commerciale della confederazione. Isolamento, abbandono, chiusura, arretratezza: queste furono alcune delle principali accuse che politici e stampa pro-comunitaria rivolsero non solo agli svizzeri, ma anche al suo governo che, preso atto della decisione popolare, iniziava ad applicare quanto espresso nel referendum. Immediata fu la reazione di Bruxelles che, in meno di una settimana, escluse la Svizzera dal partecipare al programma Erasmus e disse per bocca dei suoi portavoce che se Berna avesse continuato in quella direzione, la Svizzera sarebbe caduta nell’isolamento economico che avrebbe demolito il suo rinomato benessere.

Nel luglio 2014 è stato firmato a Pechino un accordo bilaterale tra i rappresentanti del governo svizzero e quelli del governo cinese. Si tratta di un accordo di libero scambio commerciale (Free Trade Agreement), che prevede l’esenzione di tassazioni per i prodotti svizzeri immessi nel mercato cinese e vice versa. Per la prima volta il mercato cinese stringe un accordo economico di questo tipo con uno stato non asiatico, facendo si che, come stimato da entrambe i governi, entro il 2035 la Cina sarà diventata il principale partner commerciale della Svizzera, superando l’Unione Europea. Come spiega il Segretario di Stato svizzero Marie Gabrielle Ineichen-Fleisch “la firma di tale accordo è il risultato di una lunga trattativa tra Berna e Pechino, che ha visto un’accelerata in seguito all’esito del referendum del nove febbraio. Che si sia d’accordo o no, il popolo ha votato per limitare gli scambi con l’EU, compito del nostro governo è dunque quello di trovare altri mercati a cui legarsi. In questo modo non solo non vogliamo diminuire il nostro benessere, ma vogliamo incrementarlo rispettando il valore fondante del nostro paese, ossia la democrazia diretta”. Che piaccia o no, il referendum del nove febbraio è da rispettarsi senza cedere né la democrazia diretta nè la sovranità nazionale.

Ineichen-Fleisch è stata uno dei firmatari del trattato. Una volta lasciata Pechino ha fatto tappa a Singapore per ratificare l’entrata in vigore di un accordo unilaterale che il governo di Singapore concede alla Svizzera: esso prevede la facilitazione burocratica per gli studenti universitari svizzeri che vogliano andare a svolgere uno stage a Singapore. Agli stessi studenti a cui l’Unione Europea chiude le porte dell’Erasmus si aprono quelle del Sud-Est asiatico.

Mentre in Italia si discute di come cedere in minor tempo possibile la propria sovranità all’UE e si prendono le precauzioni per evitare che gli italiani possano decidere autonomamente della propria sorte (la famosa oligarchia di Scalfari), la Svizzera si chiude i vicoli europei e si apre le autostrade dei mercati orientali. Forse a causa del calore estivo i giornali pro-comunitari si sono dimenticati di riportare tali notizie, mentre durante il freddo di febbraio erano stati ferratissimi nell’annunciare la fine del successo dell’economia elvetica. O forse erano intenti a pensare soluzioni per non sforare il 3% imposto da Bruxelles, mentre al di là delle alpi c’è qualcuno che la pratica comunitaria l’ha già archiviata, per aprire quella asiatica. Ma tra chi si lega politicamente a Bruxelles e chi economicamente a Pechino chi è il più, isolato, abbandonato, chiuso e arretrato?

Luca Steinmann

(tratto da http://www.lintellettualedissidente.it)

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