Il jazz spiegato dal finto giapponese (e vero occidentale) Murakami

Nella diatriba Oriente-Occidente, il Giappone imbastardito vende libri di jazz

 “E’ Duke Ellington sul tuo braccialetto?”, chiede Irving Rosenfeld a Sydney Prosser nel film “American Hustle”. “Sì, esattamente, è proprio lui. E’ morto quest’anno lo sai?”.  “Lo so, dubito che qualcuno qui dentro lo sappia, o gli interessi”. “Beh, a me importa, mi ha salvato la vita più di una volta”. “Anche a me. Quale pezzo?”. “Jeep’s Blues”. Non è un caso se l’incontro tra il mago delle truffe e la sua futura complice avvenga sulle note di Ellington, uno dei mostri sacri della storia della musica americana del Novecento. E’ una questione di identità.

Nel suo ultimo libro Ritratti in jazz (Einaudi,  248 pagine, 19,50 euro) anche Haruki Murakami si occupa di Duke Ellington: “Quando sentiamo la parola genio, il nostro pensiero subito va allo stereotipo di una persona irascibile e impaziente che muore giovane, ma Duke Ellington condusse una vita lunga e intensa, brillante ed elegante, seguendo il proprio ritmo”. Il fatto è che quei pochi secondi di American Hustle raccontano  di Ellington molto di più delle quattro pagine che gli dedica lo scrittore giapponese. E il motivo è, appunto, l’identità. Murakami, insieme con Banana Yoshimoto, è riconosciuto come il più famoso scrittore giapponese contemporaneo, ma non è più giapponese dello stesso Duke Ellington. Murakami conosce il jazz, è vero. Prima di fare lo scrittore gestiva il jazz bar “Peter Cat” a Kokubunji, nella prefettura di Tokyo. E in ogni suo libro c’è una citazione, un richiamo, qualcosa che ricordi al lettore quanta passione ha per la musica (occidentale, naturalmente). Ma se ad aver contribuito al suo successo è il tentativo di spiegare agli occidentali l’oriente, oggi Murakami non è più giapponese, e non è nemmeno americano. E’ una via di mezzo di cui sospettare.

L’autore della trilogia cult 1Q84 vive tra Tokyo e le Hawaii, e ogni tanto c’è qualche critico giapponese che lo bacchetta – si dice che per questo non abbia mai vinto il Nobel per la Letteratura, anche se l’influenza asiatica sul premio svedese è ancora tutta da verificare. I giapponesi sono sospettosi, soprattutto da quando le regole del marketing (occidentale) lo hanno reso milionario, e costretto a produrre bestseller di cui non parlare fino alla pubblicazione. Per i giapponesi affamati di occidente significa lunghe code fuori dalle librerie. Ma gli altri giapponesi sono sospettosi, e come non sospettare del successo planetario di uno scrittore di Kyoto che scrive il suo primo libro completamente in inglese (Hear the Wind Sing,  1987)? Ritratti in jazz è un libro riempitivo, che parla Chet Baker, Billie Holiday, Miles Davis, Tony Bennett e Frank Sinatra senza alcuna velleità musicologica, ma descrivendo i gusti personali dell’autore. Come una rockstar, Murakami oggi può permettersi anche il lusso di un libro riempitivo – corredato però da alcuni bei ritratti di jazzisti dell’illustratore Wada Makoto – in attesa della pubblicazione del nuovo bestseller prevista per quest’anno (questo l’ha scritto in giapponese. La traduzione in inglese, attesa come un rito tantrico dagli appassionati, si è conclusa a dicembre). Un libro di cui si sa poco se non che si chiamerà Shikisai wo motanai Tazaki Tsukuru to, Kare no Junrei no Toshi (traducibile in  L’incolore Tsukuru Tazaki e i suoi anni di pellegrinaggio). Chissà che stavolta la Svezia non gli dia asilo.

Giulia Pompili per Il Foglio Quotidiano, 17/1/2014

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