Negròs kai agathòs

Facile la filantropia col negretto all’altro capo del mondo, mentre sbatti mamma in ospizio

Sintetico estratto di limpido pensiero.

Non mi stancherò mai di dire che è assai facile fare i “buoni”, i “buonisti”, i “generosi”, i “filantropi” da salotto davanti alla tv, gli umanitaristi un tanto al chilo, con gente che è solo un’espressione geografica, che abita all’altro capo del mondo e non siamo neppure sicuri esista davvero, almeno così come ce la dipingono.

È facile fare gli altruisti e persino i “cristiani” con gente che non incontreremo mai, che non sarà mai nostra vicina di casa e non avrà mai l’erba più verde della nostra, che mai ci infrocerà senza assicurazione la macchina, non ci farà svegliare di notte con i suoi schiamazzi, non sposerà – indesiderata – nostro figlio, non ci sarà mai né nuora né suocera, mai ci potrà contraddire né calunniare né fare alcun torto.

È facile essere generosi con questi uomini “sofferenti” sì ma lontanissimi, a distanza di sicurezza, e tutto sommato immaginari; mentre la nostra vecchia madre che si caga addosso la spediamo in ospizio “perché oltretutto non ho tempo… e poi è ingestibile”. Già: il difficile è guardare negli occhi e nel fondo del cuore dell’uomo della strada, che ci sta difronte, mentre egli fa la stessa cosa con noi. Sopportare la presenza reale dell’uomo. Con tutta la sua miseria e il suo cagarsi addosso. Essere “filantropo”, “buono”, “generoso” con chi dorme accanto a noi, chi vive a pochi metri da noi, abita sulla nostra testa, ci sta gomito a gomito. Con i nostri stessi congiunti.

È qui che casca l’asino come l’ipocrita, colui che crede di avere un buon cuore mentre ha solo una cattiva coscienza: sopportare, rispettare, accudire il “prossimo”, che significa, letteralmente, chi ci sta accanto: “amare” questa parola qui abusata in ogni contesto, quasi sempre quello sbagliato, è una parola che non ha nulla a che fare col sentimentalismo da salotto televisivo, da ballo d’altra società in “beneficienza” (degli organizzatori…), con parecchie altre amenità che dai pulpiti si dicono. No.

Significa iniziare a preoccuparci di chi Dio ha messo al nostro fianco, ha reso “prossimo” a noi, genitori, figli, coniuge, fratelli, amici, vicini di casa; di loro cristianamente ci dobbiamo anzitutto occupare, non del fantasioso negretto “che muore di fame” con le gambine di zanzara e la panza di ippopotamo che si troverà disperso in qualche deserto, con la cui foto si tappezzano le stanze e le sacrestie di preti e laici a cui servono i tuoi soldi “per il negretto”, ossia per i loro vizi. Troppo facile alleggerirsi così la coscienza con un semplice “povero negrettoooo!” e una dieci euro spedita in Africa e che al “negretto” (che spesso manco esiste) non arriverà mai e se arrivasse non gli servirebbe comunque a un cazzo. Fare questo mentre lasciamo nostro marito, buttiamo in un ospizio chi ci ha dato la vita, non rivolgiamo la parola ai nostri stessi fratelli, avveleniamo il cane del vicino.

Antonio Margheriti Mastino per papalepapale.com

 

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2 Commenti su Negròs kai agathòs

  1. giorgio lescarini // 17 giugno 2014 alle 21:32 // Rispondi

    Grazie, non avrei saputo esprimere più efficacemente ciò che penso. GIORGIO

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  2. L’ipocrisia è peggio della cattiveria…
    e poi è così bello fare il buonista quando l’integrazione significa, al massimo, avere la colf filippina!

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