Uccidi la libertà che c’è fuori di te

Quando una virtù è talmente chiacchierata da scadere in una forma vuota

Nel corso della storia, soprattutto recente, forse solo poche altre parole sono state ripetute, sfruttate e svuotate di significato come la parola “libertà”. Libertà è uno di quei termini difficili da definire: se chiedessimo a 100 persone quale sia la loro idea di libertà, otterremmo altrettante diverse definizioni. Proprio a causa della sua fragilità, il concetto stesso di libertà viene costantemente manipolato dalle logiche più disparate per imporsi in diversi ambiti. Quando per esempio si fa una guerra, possiamo metterci la mano sul fuoco, questa viene fatta per la libertà. Ciò è possibile in virtù del fatto che, soprattutto nella dialettica Occidentale, si abusi della potenza insita nella parola libertà e la si metta come il prezzemolo, un po’ ovunque. In questa parola è infatti presente una forza che potremmo dire quasi magica: chi mai potrebbe essere contro la libertà? Chi non vorrebbe essere libero?

Ma dall’abuso di un termine ne deriva necessariamente la sua svalutazione. Grazie a questo meccanismo infatti, la libertà si è trasformata un feticcio da agitare in ogni occasione. Prova della sua compiuta mercificazione è la presenza nella quasi totalità dei messaggi pubblicitari: dall’automobile che ti fa evadere dalla realtà metropolitana, all’abbonamento telefonico che ti rende libero di comunicare con gli altri ogni secondo della tua esistenza. Proprio dalla svalutazione del suo significato conviene allora ripartire: che cos’è la libertà?

Nel campo della filosofia politica, semplificando, si usano due accezioni generali di libertà: libertà può essere intesa come negativa o positiva. Secondo la scuola che sostiene la negativa, libertà significa anzitutto assenza di impedimenti, azione priva di costrizione, è questa una libertà “da qualcosa”. Per libertà positiva si intende invece libertà “di (realizzare) qualcosa”, intendendo con questo la possibilità/necessità di vincolarsi a delle regole per poter costruire una libertà autentica: se io ho dei diritti ma non ho le condizioni materiali per metterli in atto, la mia libertà resta solo sulla carta.

Come si sarà già intuito, la libertà negativa è lo strumento teorico usato principalmente dal liberalismo per attaccare sul piano teorico-filosofico l’ingerenza delle tradizioni e dello stato sull’individuo. Portando avanti l’idea che essere liberi significhi prima di tutto non avere vincoli, questa teoria interpreta la società come un continuo ostacolo al libero sviluppo dell’individuo, inteso come l’assoluto di cui abbiamo parlato nella seconda parte di questa serie. È questa in effetti la concezione di libertà che ha preso piede anche in Europa a partire dal ’68: rigetto per ogni costume, forma, tradizione. Come rileva giustamente anche Diego Fusaro, sono stati proprio i compagni attori di quella rivoluzione culturale ad aver fornito al capitalismo una delle sue armi più potenti.

Ciò che a partire da allora non va più di moda, ma che invece dev’essere il punto fondamentale da cui ripartire è una concezione comunitaria, tale per cui la mia libertà si realizza pienamente solo nelle strutture di cui si compone la società. Sotto un profilo economico, come sosteneva Hegel, la società civile composta dagli individui è ottima e va incentivata, ma ha un grosso limite: non basta a sé stessa, non è in grado di reggersi da sola. Non esiste alcuna divinità del libero mercato (quella che A.Smith chiamava “mano invisibile”) che possa autoregolamentarsi. Ecco il perché della necessità che la società civile si elevi a livello di popolo e comunità solidale, ecco spiegato il motivo per cui lo Stato, inteso come Stato etico, è indispensabile per una civiltà che voglia dirsi equa. Per questo genere di visione, figlia delle idee di Platone e Aristotele, è nella regola giusta e non nella sua assenza che si concretizza la libertà.

Solo con la nascita della modernità ed autori come Hobbes (che paradossalmente oggi verrebbe chiamato statalista, ma che fu l’ideatore del contrattualismo aprendo di fatto le porte a liberali come Locke) prende piede la concezione infantilistica di libertà come libertà di movimento, in dichiarata opposizione alla tradizione aristotelica, la quale dovette attendere proprio Hegel per venire recuperata e modernizzata. A ben vedere, oltretutto, una persona in catene può essere ben più libera di milioni di altre con libertà di movimento: basti pensare a Rudolf Hess o Bobby Sands e la loro straordinaria testimonianza di coraggio e Libertà, con la L maiuscola. Persone per cui i vincoli di fedeltà ad un’idea e ad una causa non erano vissute come costrizioni, ma come la realizzazione della propria vita. Sembra banale questo aspetto, ma non lo è: è tipico di persone che rifiutano la visione comunitaria, essere refrattarie anche a legami di altro genere. Anche se, bisogna dirlo, esistono eccezioni eccellenti a questa tendenza.

In conclusione, il primo passo da compiere è saper riconoscere le implicazioni di determinate idee e messaggi che ci vengono proposti di continuo oggi. I valori della comunità e della tradizione, non devono essere intesi come un folklorismo immobile e stantio, ma piuttosto come un serbatoio di valori da vivere nel quotidiano. Quella della libertà è una faccenda seria, dal potenziale rivoluzionario, sforziamoci di affrontarla nella maniera migliore.

Daniele Frisio

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