Fusaro: Destra contro Sinistra, la contrapposizione che piace al Potere

Al di là della destra e della sinistra: verso un comunitarismo dell’emancipazione umana

In vista del prossimo incontro talebano di lunedì 19 maggio, dal titolo “Oltre la destra e la sinistra: superare le divisioni amiche del sistema”, riproponiamo un articolo del filosofo Diego Fusaro sulla necessità di abbandonare questa obsoleta dicotomia per trovare una nuova sintesi politica orientata alla ricostruzione della comunità umana.

“Questo è il compimento del tessuto, intrecciato con retta tessitura, dell’attività politica:allorché l’arte del regnare, unendo insieme nella conformità del pensiero e in amicizia il costume di vita degli uomini valorosi e temperanti e le loro vite, realizza fra tutti i tessuti quello più sontuoso e migliore, e avvolgendo tutti gli altri, schiavi e liberi, che sono nello Stato, li tiene uniti in questo intreccio, e regge e dirige senza tralasciare nulla di quanto convenga ad uno Stato felice”

(Platone, “Politico”, 311 b-c)

L’invasione totalitaria del reale e del simbolico da parte delle prestazioni “sensibilmente sovrasensibili” della forma merce e del dilagante fanatismo dell’economia non più contrastato dal 1989 è oggi ugualmente condivisa, in quanto vissuta come inevitabile, nel quadrante destro della politica, come nel sinistro. In quanto totalizzante, il capitale si riproduce a destra in economia (egemonia del liberismo più indecente, smantellamento del welfare state e privatizzazione dei beni comuni), al centro nella politica (nella forma di interscambiabili raggruppamenti di centro-destra e di centro-sinistra), a sinistra nella cultura (contestazione antiborghese, individualismo libertario, edonismo senza misura, smantellamento dei valori, difesa a oltranza del nichilismo).

Dalla natura totalitaria dell’odierno capitalismo speculativo, in cui le forze politiche un tempo opposte condividono lo stesso orizzonte contraddistinto dal monoteismo idolatrico del mercato, emerge con limpido profilo quella che è stata qualificata come la natura inservibile delle due categorie di destra e sinistra (cfr. C. Preve, Destra e sinistra: la natura inservibile di due categorie tradizionali, C.R.T. 1998). Si tratta di una dicotomia valida unicamente in quella che in altra sede (Minima mercatalia. Filosofia e capitalismo, Bompiani 2012) ho definito come la “fase dialettica” del capitalismo.

Oggi la dicotomia non esiste più, se non come protesi ideologica di santificazione apologetica dell’esistente: l’opposizione tra una destra e una sinistra che, dietro l’apparente contrapposizione, veicolano la stessa visione del mondo contribuisce a rendere indecifrabile l’essenza del nostro tempo. Di più, rinsaldano la falsità organizzata dell’oggi in voga “pluralismo” che dice al plurale sempre e solo la stessa cosa: sopportate il mondo e lasciate ogni speranza! Il pensiero unico si predica in molti modi: i quali ne occultano la natura totalizzante e assoluta dietro la frammentazione sorvegliata del messaggio.

Economia, politica e cultura condividono oggi, sempre più in egual misura, il principale dogma della religione capitalistica, l’inemendabilità dell’esistente. Per questo, è più che mai necessario, oggi, operare un riorientamento gestaltico nella nostra visione delle cose, troppo spesso inerziale e legata, heideggerianamente, all’omologazione interpretativa di quel “si dice” che continua a essere la cifra dell’esistenza (e della politica) inautentica.

Anziché seguire gli schemi interpretativi collaudati e passati al setaccio dalla logica ideologica, occorre prospettarne di nuovi, che rendano possibile una rivoluzione prospettica. In particolare, la sfera che continuiamo ostinatamente a definire “politica” non produce più alcuna decisione che presenti il benché minimo effetto sull’assetto globale e sulla direzione di sviluppo della società. Essa si limita a contrabbandare come democratica e mediata dalla deliberazione comune la coartazione all’adeguamento alle scelte sistemiche compiute dai mercati divinizzati nell’apparato eurocratico, entità senza volto e identità, che nessuno ha eletto né può governare. L’omologazione universale di stampo liberista costituisce il fondamento di quel mercatismo assoluto che comporta, come corollario, l’integrale espropriazione di ogni agire politico, a destra come a sinistra. Si impone, allora, la dittatura di un unico centro integralmente piegato alle logiche sistemiche e virtualmente distinto in un centro-destra e in un centro-sinistra perfettamente interscambiabili e ugualmente piegate al mercato, la sola realtà sovrana rimasta.

L’antitesi tra destra e sinistra – la cui attualità è pari a quella tra guelfi e ghibellini – esiste oggi solo virtualmente come protesi ideologica per manipolare il consenso e addomesticarlo in senso capitalistico, secondo il tipico dispositivo della tolleranza repressiva per cui al cittadino globale è dato scegliere liberamente l’adesione alla necessità sistemica. Che senso ha scegliere, infatti, in una condizione architettata in modo tale che la scelta sia comunque impossibile? Come definire “libera” la selezione di forze politiche che hanno preventivamente giurato fedeltà ai dogmi della teologia neoliberale e al teologumeno “ce lo chiede l’Europa”?

È per questa ragione che, per portare a compimento il riorientamento gestaltico a cui prima si faceva cenno, occorre congedarsi senza remore dall’ormai logora e inservibile dicotomia tra destra e sinistra, che pure ha svolto un ruolo imprescindibile nell’avventura moderna, e cercare di prospettare nuovi schemi politici, in grado di decifrare l’essenza dell’oggi e far tornare a splendere il pathos antiadattivo e il gramsciano “spirito di scissione”.

La libertà, infatti, non si esercita scegliendo tra una destra e una sinistra perfettamente interscambiabili e ugualmente alleate dello status quo, ma rigettando senza mediazioni possibili la scelta manipolata e prospettando alternative reali, che restino fedeli al “sogno di una cosa” (alternativo alla reificazione del “sogno delle cose”), ossia al progetto di un’ulteriorità nobilitante che disegni per il genere umano un futuro meno indecente del presente di cui siamo sudditi coatti.

L’abbandono della falsa opposizione tra destra e sinistra deve oggi costituire la base per l’adesione all’anticapitalismo e all’ideale del perseguimento universalistico di un’umanità fine a se stessa, sottratta ai perversi dispositivi della crescita fine a se stessa e della valorizzazione del valore, del debito e della finanziarizzazione del mondo. Pertanto, la vecchia dicotomia deve essere sostituita da una nuova opposizione, quella tra l’anticapitalismo in cerca dell’universale reale dell’umanità emancipata e l’accettazione del regno animale dello spirito vuoi come migliore dei mondi possibili, vuoi come destino irredimibile.

Secondo l’aureo suggerimento di Henri Bergson, nove errori su dieci risiedono nel ritenere che sia ancora vero ciò che ha cessato di esserlo. Il decimo, e più grave, consiste, però, nel considerare come non più vero ciò che invece lo è ancora a pieno titolo. Credere alla validità delle dicotomie destra-sinistra, atei-credenti, stranieri-autoctoni, fascisti-antifascisti, comunisti-anticomunisti nel nostro presente è l’equivalente dei nove errori a cui allude Bergson: pensare che l’anticapitalismo sia una categoria ormai superata e inservibile costituisce il decimo errore, il più grave.

Lo spirito di scissione nell’epoca del fanatismo economico post-1989 e del capitalismo naturalizzatosi nell’inedita forma del capitalismus sive natura, deve valere, a maggior ragione, nel quadro di un’Europa unita esclusivamente sulle basi della Banca Centrale Europea e della conseguente eurocrazia: in essa si realizza tramite la violenza silenziosa dell’economia l’oppressione dei popoli che nel Novecento era ottenuta mediante il dispiegamento di carri armati e drappelli militari, imponendo agli Stati svuotati di sovranità le quarantott’ore di tempo, come nei classici ultimatum politici, per adottare adeguate misure di crescita: il gesto più rivoluzionario che si possa compiere è abbandonare questa follia organizzata e tornare nei confini dello Stato nazionale sovrano, per perseguire, a partire da esso, il progetto di una comunità di individui liberi, uguali e solidali.

Con buona pace del virtuoso coro dei teologi neoliberali, la sola mano invisibile oggi operante è quella della violenza economica che massacra silenziosamente i popoli e le classi, i giovani e gli anziani, producendo senza sosta quelle che Hegel chiamava le “tragedie nell’etico”. Il “nuovo Hitler” non si presenta con la svastica e il braccio teso: parla un inglese fluente, si appella alle sacre leggi della finanza e alla volontà del mercato, identifica la libertà con la liberalizzazione integrale. Non firma i suoi crimini, né – come usa dire – ci mette la faccia: nasconde le sue scelte esiziali dietro la volontà impersonale dei mercati, ed è pronto a condannare ogni forma di violenza che non sia quella istituzionalizzata, anonima e silenziosa, dell’economia.

L’esodo dall’attuale Europa, ossia dall’eurocrazia che unifica solo a livello monetario il continente europeo, rendendo possibile tramite la moneta unica le forme di oppressione e di dominio che erano state sventate nel 1945, deve allora costituire il primo passo da compiere per il ristabilimento della sovranità nazionale come base per la garanzia dell’esistenza della communitas oggi dissolta dalle sacre leggi del debito e della finanza. Frutto di una scelta indipendente dalla volontà sovrana del popolo, l’ingresso nell’Unione Europea non è stato democratico: può però esserlo l’esodo.

Occorre, dunque, opporsi incondizionatamente alla presente caricatura dell’Europa, il nobile nome che si attribuisce all’odierna eurocrazia che ci sta trascinando nell’abisso sociale e politico: e questo in uno scenario in cui, in una Guernica di tipo sociale, agli Italiani come agli Spagnoli si impone l’appoggio incondizionato delle politiche europee (e dei conseguenti sacrifici) anche quando esse costringono a licenziare senza regole i cittadini e a privarli di ogni garanzia, con palese ricorso alla coercizione e al raggiro (sia pure tramite la mediazione ingannatrice del suffragio universale). In nome del teologumeno “ce lo chiede l’Europa”, ogni diritto sociale è destinato a essere soppresso a favore della liberalizzazione selvaggia promossa dal pensiero unico neoliberale.

Occorre, allora, dare vita a un “nuovo Principe” che, nella forma del partito come unione concertata delle forze, organizzi e mobiliti – così nei gramsciani Quaderni del carcere – una “volontà collettiva nazionale-popolare”, indirizzando – tramite l’egemonia culturale – la volontà sovrana nazionale in senso opposto rispetto alle spinte della mondializzazione mercatistica. Occorre – a partire da gruppi come “Bottega Partigiana” – ricostituire il legame sociale oggi dissolto dalle logiche di individualizzazione selvaggia, che riducono l’individuo ad atomo astrattamente onnipotente e concretamente impotente: bisogna, in altri termini, ricomporre una “social catena” che, in forma concertata, sappia organizzare le armi della critica e la passione trasformatrice, impedendo all’ira individuale, gravida di buone ragioni, di spegnersi nella mestizia solitaria.

Non bisogna fare concessioni al politically correct del pensiero unico, la cui unica funzione è di neutralizzare le alternative, assolutizzare il presente e demonizzare a priori le possibili vie di fuga dall’odierno regno animale dello spirito. Non bisogna farsene intimorire. L’accanimento da parte del pensiero unico è, anzi, la spia che segnala il proprio non allineamento con il politicamente corretto e con le ideologie che polifonicamente cantano sempre un unico ritornello, quello dell’abbandono di ogni prospettiva utopica.

Come il nome di Marx è oggi ideologicamente associato a quello del gulag, analogamente quello dello Stato è sempre abbinato all’esperienza del nazi-fascismo. Il movimento ideologico resta invariato e coincide con l’esorcizzazione preventiva di ogni possibile ritorno a Marx o allo Stato nazionale, identificato tout court con una rinascita delle atrocità di un passato nevroticamente richiamato in vita come esito necessario di ogni esodo dal presente eternizzato.

La reimposizione del primato della politica sull’economia ipostatizzata in monoteismo del mercato dev’essere mediata dal recupero della sovranità dello Stato nazionale: quest’ultimo è oggi chiamato a svolgere una funzione congiunturalmente rivoluzionaria di opposizione operativa alla dittatura globale dell’economia, con tutte le tragedie nell’etico e le sciagure sociali che essa comporta, dalla soppressione del welfare state alla privatizzazione selvaggia delle competenze fino a ieri statali, dallo smantellamento dei diritti sociali al delirante sogno neoliberale dello Stato minimo, se non nullo.

Nell’epoca dell’economia globalizzata, che svuota di sovranità gli Stati nazionali in vista della delegittimazione del politico e della sua sottomissione all’economico autonomizzato, lo Stato è, allora, chiamato a configurarsi come una preziosa risorsa per invertire la tendenza. Esso deve restaurare l’egemonia della politica sull’economia e, per questa via, frenare il moto nichilistico dell’estensione del codice della forma merce a ogni ambito dell’esistenza e del pensiero. Deve, in altri termini, conservare vivo l’ideale comunitario come telos dell’azione in vista dell’emancipazione universale. Occorre riprendersi tutto, a partire dalla sovranità, ma poi anche tornare a pensare il nostro mondo – con la sintassi di Marx – non come un “solido cristallo”, ma come un “oganismo suscettibile di trasformazione”. Solamente se ciò che c’è si lascia pensare come trasformabile, ciò che c’è non è tutto.

Diego Fusaro

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