Otium macht frei

Essere capaci di riempire intelligentemente le ore di ozio è l'ultimo prodotto della civiltà, e al giorno d'oggi pochissime persone hanno raggiunto questo livello

L’opera di un buon cittadino non è mai vana. […] La cosa migliore è riuscire a rendere compatibile l’operosità e il riposo.
Seneca, De tranquillitate animi 4,2;6

Alzi la mano chi non si è mai lamentato di non avere tempo. Troppo lavoro, innumerevoli impegni, una quantità infinita di commissioni attanagliano quotidianamente ognuno di noi. Il mondo occidentalizzato è frenetico, affoga l’individuo nella propria smania di produrre sempre di più, ogni volta meglio, sempre per se stesso, in una competizione spietata con la concorrenza. Un uomo vale quanto è in grado di produrre e il resto viene dopo: questa è la visione asettica del mercato del lavoro. Ognuno è subito rimpiazzabile nel momento in cui smette di svolgere la propria funzione di macchinetta e viene buttato via, come un ferro vecchio.

La società moderna ha partorito uno schieramento opposto a tale visione, ovvero quella del socialismo annacquato e frainteso, sostenuto da chi vorrebbe lavorare sempre meno e guadagnare l’equivalente. Una sorta di retorica di “diritti per tutti ma doveri per nessuno”, un modello tanto apparentemente bello quanto irrealizzabile ed eticamente grottesco.

Guardando il passato della nostra storia, ci si accorge che la situazione non è sempre stata così. Talvolta è bene ricordare il principio oraziano dell’aurea mediocritas, ovvero una giusta via di mezzo. Proprio nel mondo latino esisteva, infatti,  un perfetto equilibrio tra l’attività privata distinta da quella pubblica (otium, da non intendere con l’accezione negativa che ha l’ozio in italiano) e l’attività al servizio dello stato (negotium, da nec-otium): un cives romanus che si rispettasse ritagliava all’interno della propria giornata un arco di tempo da dedicare al proprio arricchimento culturale o, in generale, ai propri interessi personali e agli svaghi. Il restante periodo del giorno veniva dedicato al bene della res publica, cioè alla politica oppure al proprio lavoro. Nella Roma repubblicana, l’otium e il negotium erano due concetti complementari e fratelli, anche se il primo veniva considerato indiscutibilmente inferiore: il romano era innanzitutto cittadino, in prima linea in difesa dello stato. Nonostante tale concezione ferrea del proprio valore sociale, egli si concedeva  comunque momenti di svago in cui coltivare se stesso: migliorarsi per migliorare il mondo.

La dialettica impegno­-disimpegno, che tante volte ritornerà nella storia culturale dell’Occidente, subisce, nel mondo latino, una notevole evoluzione col passare del tempo, dovuta soprattutto al cambiamento dell’ordinamento statale da repubblica a impero, che influenzò anche il ruolo sociale dell’intellettuale e della cultura. Furono argomenti trattati da svariati pensatori: da Catone il Censore a Sallustio, da Cicerone a Seneca. Ciò che non mutò fu, comunque, la convinzione che otium e negotium fossero concetti uniti ed essenziali all’interno della società.

Ad esempio, in Cicerone, preclaro pensatore dell’età di Cesare, tale dialettica si risolse in un altro compromesso: l’otium cum dignitate, un “onorevole disimpegno” e una moderata partecipazione alla vita politica che sapesse conciliare interessi privati e pubblici, vita civile, sociale, politica e dimensione intellettuale. Svariati anni dopo, fu Seneca a interrogarsi sui due concetti, sottolineando comunque l’importanza del ruolo sociale di ogni cittadino che, però, dovrebbe essere arricchito dalla cultura:

Coloro che amano la virtù dovranno comunque limitare i loro impegni e, con scelte oculate, trovare occupazioni che possano essere utili alla collettività.
De tranquillitate animi 4,2;6

Nessun giorno mi sfugge nel far niente: dedico una parte della giornata allo studio. […] Sembrache alcuni facciano nulla eppure svolgono un’attività ben più importante di altri: si occupanodell’intera realtà nel suo duplice aspetto, umano e divino.
Epistulae ad Lucilium 8

Le radici dell’identità europea affondano anche in questa cultura, non in quella dove persino gli interessi, chi ancora li ha, sono futili. Noi possediamo nel nostro pedigree una concezione sociale(e non solo) che ha permesso a un popolo di dominare per duemila anni su quasi tutto il mondoconosciuto a quei tempi. La nostra forza è anche questa, perché non sfruttarla?

Luca Carbone

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